La storia di Zungri nella rievocazione di Ilvo Santoni: un lessico familiare che diventa memoria della civiltà rurale di tutta l’area del Poro

“Zungri, il villaggio rupestre, emigrazione in Argentina e la civiltà contadina del Poro”  presentato il 25 agosto nella Sala consiliare del Comune di Zungri è un libro scritto da un toscano che si innamora di Zungri. Il testo (autoprodotto) può essere letto come un saggio antropologico e di ricostruzione storica locale. I personaggi ruotano attorno all’Avvocato, Ernesto Pugliese (padre della moglie Maria Rosa), testimone e guida illuminante tra l’eredità millenaria del mondo rurale e il nuovo mondo che impone nuovi valori. Ma quella straordinaria esperienza resta impressa nella memoria e viene rievocata con profonda nostalgia da Ilvo Santoni.    

Ex docente di Lettere, appassionato di antropologia locale e autore di diversi libri sull’identità dei territori, nel ruolo di insegnate Ilvo Santoni si è adoperato per una “didattica attiva”, che lo ha indirizzato verso la geografia storica e la ‘ lettura del territorio’ fatta con un metodo che può dirsi ‘ a scale e fonti integrate’, cui ha dedicato numerose pubblicazioni.

Dal 1972, in estate, Zungri diventa sua seconda piccola patria di cui si è innamorato. Questo per aver sposato Maria Rosa, figlia dell’Avvocato Ernesto Pugliese (1922-2011), zungrese che ha vissuto a Vibo, ma ha continuato a frequentare Zungri con la famiglia nei fine settimana.

Il libro scaturisce da una precedente pubblicazione del 2001-2002, poco nota, “Viaggio nella memoria; Calabria, Toscana ed altro”, una specie di antologia che pochi conoscono, con sorprendenti parallelismi tra il mondo contadino toscano e a quello calabrese. Quasi a rimediare il libro racconta sinteticamente la storia dell’altopiano del Poro a partire dal XVI sec. quando le terre appartenevano ai Pignatelli e agli altri baroni con i Satriano e i Di Francia, poi dal Sette-Ottocento alla borghesia di città con i Gasparro, i Franzoni e i Braghò. Poi, nella seconda metà dell’Ottocento, la crisi del grano e le terre abbandonate e messe a pascolo con gli uomini di Zungri costretti ad emigrare in Argentina per rimanervi o ritornare con un gruzzoletto per strappare terra ai baroni latifondisti. Così fa “nannu” Peppe a fine Ottocento. Così fa “Cola” Pugliese, ‘u Russeju, che entro il 1931 si reca in Argentina quattro volte, mettendo insieme tomolate e tomolate di terra fra cui il fondo Fossi, sulla sinistra del villaggio rupestre, nel 1933 un giardino, oggi completamente abbandonato, perché non vi si può accedere con mezzi moderni.

Il mondo rurale è indagato dall’interno: l’Avvocato e l’autore hanno le loro radici nel mondo rurale, raccontato con i riti piccoli e grandi, la semina del grano, la trebbiatura (‘a pisatura), l’uccisione del maiale (‘u tempu du porceju), la festa patronale, le veglie attorno al braciere a dialogare con i figli e insegnar loro con proverbi e pillole di saggezza ma anche a costruirsi i propri utensili.

I paesani dell’Avvocato, che hanno avuto modo di conoscerlo come bravo professionista e di apprezzarne l’attaccamento al paese natio, ora – grazie al volume – possono conoscerne anche alcuni simpatici difetti svelati con molta ironia dall’autore. Si tratta di una lettura del territorio di Zungri e dintorni attraverso la memoria, i documenti, l’archeologia di superficie e la cartografia, specie nell’ Appendice, dedicata a “ Mulini e frantoi dell’area Zungri Briatico”, ricostruita attraverso i documenti ( la Carta idrografica), la memoria “du mulinaru” Giovanni Cimadoro e l’archeologia residua, in particolare il frantoio di Papaglionti.

Come viene detto nel quarto di copertina, in sostanza, il libro è “un viaggio nella memoria a formare un ponte tra generazioni”, perché solo raccontandola la memoria si fa Storia e diventa di tutti.

Nel corso dell’incontro sono intervenuti il sindaco dell’Amministrazione comunale di Zungri Serafino Fiamingo, la delegata alla Cultura Monica Teodoro, Bruno Cutrì (Filosofo della scienza), Nicola Rombolà (docente e giornalista), Francesco La Torre (psichiatra), Caterina Pietropaolo (direttore Insediamento rupestre del Museo della Civiltà contadina di Zungri). Con l’autore sulla struttura e sul significato del libro si è intrattenuta Rosanna Pontoriero (giornalista) che ha coordinato gli interventi. A caratterizzare inoltre la presentazione gli intermezzi musicali di un quartetto di musicisti molto speciale: i genitori Veronica Russo e Paolo Speziale e i due piccoli figli Alessandro e Sofia.

Dagli interventi è venuto fuori il rapporto tra passato e presente, tra microstoria e macrostoria, sull’eredità che il mondo rurale ha lasciato in un territorio come quello di Zungri, e in particolare sull’importanza di riscoprire quei valori e di renderli vivi non solo nella memoria ma anche per riflettere alla luce dei modelli attuali, immaginando un futuro in cui le comunità possano sentirsi protagoniste della propria storia. Emozionanti le parole pronunciate da parte dei due figli dell’Avvocato Ernesto, Maria Rosa e Camillo. Sentimenti condivisi dai tanti partecipanti e che hanno avuto una risonanza nel corso dell’incontro.

Il libro di Ilvo Santoni è un testo capace di rinnovare la memoria di una famiglia come una sorta di “Lessico familiare” (Natalia Ginsburg) attraverso l’esperienza degli avi a cavallo tra Otto-Novecento, che si portano dietro secoli e secoli di storia, segnata da quella epica della civiltà contadina. Pier Paolo Pasolini già a partire dai primi anni Sessanta, si è battuto con tutta la sua passione per denunciarne l’agonia. Era un testimone oculare della feroce industrializzazione che stava generando la mutazione antropologica della società italiana. Memorabili se non profetiche queste parole che si possono riascoltare nel film “La Rabbia” del 1963: “Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita”.

Santoni, con la sua passione e con l’amore per un mondo che scopriva, come quello di Zungri e del Poro, grazie all’incontro con la moglie Maria Rosa, ha potuto osservare, testimoniare e registrare. E questo piccolo ma prezioso documento (tra saggio, racconto, rievocazione e ricostruzione di una storia familiare che diventa collettiva), facendo affidamento alla memoria orale, alla propria esperienza e alle fonti storiche, ha utilizzato uno stile originale caratterizzato da inserti idiomatici vernacolari con detti e proverbi che danno sapore e sapere alla scrittura dalla cui tessitura emerge la millenaria tradizione della saggezza popolare contadina.

“Zungri, il villaggio rupestre, emigrazione in Argentina e la civiltà contadina del Poro” di Ilvo Santoni rappresenta un’importante tessera nel grande grande mosaico della storia locale dell’intero territorio del Poro. Ed è significativo che sia stato un “non calabrese” nato e cresciuto nella provincia di Grosseto (Santa Fiora), adottando una doppia prospettiva, un doppio sguardo, interno ed esterno e che ha trovato a Zungri la sua seconda patria. Oltre all’insegnamento si è dedicato alla ricerca storico-geografica locale. Questo importante lavoro è stato tradotto in diversi testi, tra cui, Montemurlo. Traccia storico-geografica. Itinerario didattico: lettura del territorio (1989), Storia camminata: 10 itinerari intorno a Montemurlo (1992), Quando eravamo contadini, pastori e carbonai (1993), La tribù dispersa (1995), Viaggio nella memoria (2002), Fonti e acque per uso domestico dell’Area Protetta del Monteferrato (2003), Discesa all’inferno. 50 minatori raccontano le miniere dell’Amiata e della Maremma (2007), Le fonti e il sacro. Storia camminata in un angolo di Toscana (2012)