Resistenza civile con uno sciopero della fame collettiva per salvare il Modello Riace

Riace come l’estrema luce epifanica e periferica della humanitas e della pietas. È urgente una nobile campagna non violenta attraverso uno sciopero collettivo della fame! Dopo l’arresto di Domenico Lucano e l’annuncio del Ministro Salvini di voler trasferire i migranti presenti a Riace, è necessario reagire con una forma di resistenza civile. A lanciare la campagna di adesione alla lotta non violenta Nicola Rombolà (Anpi e Libera Vibo).

Riace sarà. Non solo “è già stata” e “ha già vinto”, come ha affermato la presidente Anpi Carla Nespolo, intervenendo con grande energia contro la circolare ministeriale che prevede il trasferimento dei richiedenti asilo ospitati nel borgo della Locride. Dopo il clamoroso arresto del sindaco Mimmo Lucano, simbolo dell’accoglienza e del miracolo Riace e all’indomani delle forti reazioni, il Viminale corregge il tiro e chiarisce che non ci sarà il trasferimento obbligatorio, ma si muoveranno su base volontaria.

È chiaro che si sta facendo un gioco al massacro sulla pelle dei più deboli, dei disperati, dei perseguitati, e si stanno facendo delle sperimentazioni sulla loro pelle, o meglio delle prove, per testare la temperatura e capire fin dove la cura messa in atto dal Ministro dell’Interno Salvini possa spingersi per ripulire l’Italia dalla infezione straniera. Ormai è manifesto quello che si propone un ministro della Repubblica che dovrebbe governare per il bene di tutti i cittadini e avere come faro i fondamentali principi sanciti nella Costituzione: una sfida al modello Riace e un’offensiva contro il sindaco Lucano, che ha visto diverse puntate, dettate da una serie di uscite come “Non metterò piede finché ci sarà Lucano” e considerandolo “uno zero”. Addirittura si è affidato alle parole di un pregiudicato Pietro Domenico Zucco, arrestato nel 2011 con l’accusa di avere rapporti con la ‘ndrangheta, con un video postato sul suo profilo facebook per attaccare il sindaco di Riace, condannato per essere un prestanome di una nota famiglia di ‘ndrangheta. Fatto gravissimo per un ministro della Repubblica (il quale non si è minimamente scusato) che avrebbe dovuto scatenare l’ira delle opposizioni e del suo alleato pentastellato e chiedere immediatamente le sue dimissioni. Invece tutto normale – ai veleni ormai si è assuefatti – con il sospetto che la scelta di Salvini di affidarsi ad un esponente della criminalità non sia casuale. Eppure il ministro dell’Interno e vicepremier diventa sempre più aggressivo nella sua azione dirompente contro l’accoglienza. E la circolare ministeriale ne è un ulteriore atto. Il modello Riace deve essere disintegrato. Non può più infettare la purezza della razza italica alla Salvini con i semi ereditati dalla magna Grecia che hanno fatto proliferare la Xenia. È necessario estirpare queste terribili piante e spargere invece la zizzania della xenofobia.

Salvini e questo Governo non si fermeranno nel costruire i nemici. Per questi motivi, contro i veleni che vengono iniettati nel sangue dei sentimenti di questa nostra Italia, sempre più oltraggiata e offesa, e perché il sonno della ragione e della coscienza non oblii l’anima di questa Europa che alza muri e costruisce morte con la vendita della armi, Noi, che ancora vogliamo sentirci umani, radicati e cresciuti dentro le zolle del messaggio evangelico e con i semi della sacralità laica dell’essere umano – che possiamo ancora cogliere nella massima latina di Publio Terenzio Afro, homo sum, humani nihil a me alinum puto – non possiamo piegare la testa, non possiamo essere indifferenti, come ci ha ammoniti Pirmo Levi nella sua poesia “Se questo è un uomo”.

Il sottoscritto propone che la Staffetta per Riace, avviata con lungimiranza da Romolo Perrotta (attivista M5S del meetup di Torano Castello) sulle pagine del Quotidiano del Sud, in coincidenza della ricorrenza dei 20 anni dal primo sbarco dei curdi del 1 luglio 1998, e inaugurata da Mario Capanna, diventi anche una staffetta di lotta non violenta attraverso uno sciopero collettivo della fame per nutrire il Modello Riace e creare un pellegrinaggio per vedere il miracolo che è stato compiuto in questo piccolo borgo. È assolutamente impellente avviare questa campagna per rinnovare quelle nobili forme di obiezione di coscienza come ha testimoniato don Lorenzo Milani nella “Lettera ai giudici”, perché, per citare le parole di Paolo VI (proprio ieri proclamato santo da papa Francesco), “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni” (Esortazione apostolica Evangeli nuntiandi, 1974).

Personalmente sono il primo a candidarmi in questa staffetta, e ogni fine settimana sarò a Riace a compiere questo estremo atto di “disobbedienza civile” per obbedire all’ideale supremo dell’humanitas, così come hanno fatto prima Gandhi per il suo popolo, e poi Danilo Dolci negli anni Cinquanta, per denunciare l’abbandono dei più poveri e indifesi da parte delle Istituzioni, e contro il potere oppressivo della mafia in Sicilia. E per questa causa ha subito un arresto nel 1956, come sta accadendo a Lucano. Nel processo è stato difeso dal padre costituente Piero Calamandrei. Come testimoni della difesa di Dolci, ricordo, hanno sfilato personaggi come Carlo Levi, Elio Vittorini, e si schierano a suo favore tra gli altri La Pira, Piovene, Guttuso, Zevi, Bertrand Russel, Moravia, Bobbio, Zavattini, Ignazio Silone, Sellerio, Eric Fromm, Jaen Paul Satre, Jean Piaget. Importanti sono le parole di difesa di Calamandrei: “Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione”; e poi aggiunse: “Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione”.

La storia si ripete a Riace: in virtù di una “legalità decrepita” prima si arresta Lucano, poi si chiude il cuore alla speranza con la deportazione dei migranti, ma si apre il teatro della disperazione. E’ ormai evidente che è in atto una deriva delle istituzioni democratiche verso forme antidemocratiche. Oggi, ad essere vittime sacrificali sono gli immigrati, domani i capri espiatori saranno quelli che manifestano libertà di pensiero, di espressione o ogni dissenso alle ingiustizie. È bene ricordare il testo che in origine si trattava di un sermone del pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemoller, pronunciato in seguito all’ascesa dei nazisti: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era nessuno a protestare”.

L’attacco senza precedenti nei confronti del modello Riace, che si ispira ad una vera e propria strategia, come rilevato anche dalla presidente Anpi Carla Nespolo, nel suo appello ai Cinquestelle, per fermare l’azione di Salvini. Nel suo intervento la Nespolo ha esortato gli esponenti M5S a “non girare lo sguardo”, e di ricordare al ministro Salvini “che in una terra bella e difficile come la Calabria è utile perseguire la mafia e ‘ndrangheta, non un uomo onesto come Lucano”. Nella sua presa di posizione, la presidente Anpi ha spiegato che “con l’ipotizzato spostamento di 200 migranti, il ministro Salvini consuma un ulteriore atto di violenza nei confronti dell’esperienza di riuscita ed esemplare integrazione, attuata nel Comune”, perché “il ministro dimentica che Riace è già stata” in quanto “è un modello di cui parla tutta Europa” e ha dimostrato “che non solo l’integrazione è possibile, ma benefica”, perché, “se un piccolo borgo spopolato ha potuto riprendere mestieri, scuola e lavoro, proprio grazie alle nuove energie dei migranti, Riace ha già vinto”.

Con questo atto il ministro dell’Interno Salvini lancia una sfida. Dietro e dentro si legge, non più occulta, l’intenzione da parte di chi governa le istituzioni, in modo ormai non più mistificato e mascherato, di oscurare una luce che dalla Calabria si è diffusa in tutto il mondo. Questo significa che il sentimento di giustizia, di accoglienza e di pace tra i popoli, non deve attecchire in questa terra e in tutto il Paese. La Calabria deve essere e restare discarica, in cui proliferano le immondizie umane e sociali, come la criminalità, la corruzione, la distruzione del territorio e delle sue bellezze naturali, e spingere i giovani ad abbandonarla. Chi rimane si deve rassegnare a non avere più speranza, a non avere fiducia né in se stessi né negli altri, bensì a diffidare, a coltivare il sospetto, la paura, i sentimenti di odio, di intolleranza e di rancore; a non credere che ci possa essere un riscatto e un futuro condiviso e solidale per questa terra, in cui il male si aggrega e il bene si disgrega. E’ necessario un impegno di tutte le coscienze illuminate e responsabili per reagire, con una nuova Resistenza. Non possiamo restare indifferenti di fronte ad una attacco ai diritti umani e democratici sanciti dalla Costituzione e dalle Dichiarazioni Onu, in modo così indiscriminato e spregiudicato. Sarebbe un delitto ancora più grave se restassimo indifferenti come ci hanno insegnato le vittime delle atrocità fasciste e naziste, in primo luogo Primo Levi e Hannah Arendt. Si stanno manifestando tutti i segni di questo pericolo, attraverso la costruzione del capro espiatorio e l’offensiva deliberata verso chi cerca affannosamente e responsabilmente di guardare all’umanità come esperienza di incontro l’Altro e l’Alto, di solidarietà, di condivisone, di fratellanza e pietas. Cito le parole che hanno un significato profondo di H. Maldiney in “Ouvrir le rien”: “Da ogni volto umano irraggia una trascendenza di cui non ci può impossessare, che ci avvolge e ci attraversa. Questa trascendenza non è quella di un’espressione psicologica particolare ma quella implicata, in ogni volto, dalla sua stessa qualità d’essere, dalla sua dimensione metafisica. È la trascendenza della realtà che si interroga e si riflette in esso, e in questa interrogazione stessa la dimensione esclamativa dell’Aperto”.

Se dovessimo accettare quello che si sta prefigurando a Riace, con l’obiettivo dichiarato di “disintegrare” questa luce di humanitas, significa che rinunciamo a questa dimensione ed esperienza, e l’uomo diventerebbe soltanto “bruta materia” immolata sull’altare del mercato e del Pil, senza più dignità e senz’anima. Non dobbiamo rassegnarci a diventare automi, preda dei peggiori sentimenti e delle paure, insensibili alla presenza dell’Altro e dell’Aperto. A tal proposito richiamo anche le parole illuminanti di un filosofo francese di origine cinese, Francois Cheng, che risuonano con le precedenti:
“Una vera bellezza non potrebbe mai essere uno stato cristallizzato perpetuamente nella propria fissità. Il suo evento, il suo venire alla luce, qui, costituisce sempre un istante unico; è il suo stesso modo d’essere”. Dal suo punto di vista “è con l’unicità che ha inizio la possibilità della bellezza” e “l’essere vivente non è più un automa tra gli automi, né un mero volto in mezzo agli altri volti” perché “l’unicità trasforma ogni essere in presenza, che, proprio come un albero o un fiore, non smette mai di tendere, attraverso il tempo, verso la pienezza della propria fioritura, che è la definizione stessa di bellezza” (F.Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza).

Questa sensibilità verso quel concetto di “fioritura umana” che ritroviamo nel concetto di eudaimonìa che, nella sua derivazione etimologica, può essere tradotto come “essere in compagnia di un buon demone”, a sua volta trova risonanza in un testo dello scrittore premio Nobel per la letteratura nel 2010, Mario Vargas Lliosa: “Per non regredire verso la barbarie dell’incomunicabilità e affinché la vita non si riduca al pragmatismo degli specialisti che vedono sì le cose in profondità ma che allo stesso tempo ignorano ciò che sta loro intorno, ciò che sta prima e ciò che sta dopo. Per non diventare servi e schiavi delle macchine che noi stessi abbiamo inventato. E perché un mondo senza letteratura si trasformerebbe in un mondo senza desideri né ideali, né disobbedienza, un mondo di automi privati di ciò che rende umano un essere umano: la capacità di uscire da se stessi e trasformarsi in altro, in altri, modellati dall’argilla dei nostri sogni” (M. Vargas Llosa, Elogio della lettura e della finzione).

Questi tre autori colgono la profondità dell’essere umano e il possibile pericolo che sta correndo l’attuale modello mediatico e produttivo verso forme autoritarie. Un sistema che mette in primo piano non l’uomo ma il profitto, il Pil, gli interessi egoistici, che oltraggia la sacralità delle creature, persuadendo gli “utenti” a vivere la superficialità, la vanità, ad avere odio verso chi coltiva la differenza e la diversità, a provare indifferenza, e considera gli esseri umani alla stregua di una merce, per farli regredire allo stato della barbarie più oscura.

Il Potere non ama chi riflette, chi esprime un pensiero libero e critico, chi coltiva il bene e la giustizia, chi ha una cultura che affonda le radici nell’humus etico ed estetico del rispetto verso la libertà e la liberazione dell’uomo da ogni forma di brutalità. Chi ambisce al Potere cerca con tutti i mezzi di dividere e disseminare odio, creando le condizioni per desertificare e anestetizzare le coscienze. La società attuale è pervasa da una serie di labirinti dove si alimentano tanti minotauri, ma senza un Teseo che lotti contro la mostruosità, e con un filo d’amore di Arianna sempre più invisibile. Se Salvini si sente autorizzato ad imporre un potere autoritario, con la compiacenza dei ministri M5S, a disseminare razzismo e intolleranza, è perché in primo luogo c’è un terreno incolto e fertile su cui si è edificato questo modello sociale neoliberista e individualista, fondato sull’ideologia dei consumi. Si constata che non ci sono anticorpi così forti nella costituzione dei valori democratici dei popoli in Europa, un continente che alle spalle ha una storia costellata di ingiustizia, di discriminazione, di sfruttamento, di depredazione e colonialismo.

Nicola Rombolà, oltre ad essere docente Materie Letterarie, è socio “Anpi Vibo” e Responsabile settore Formazione e Percorsi educativi “Libera Vibo”. Giornalista per diverse illustri testate e anche autevole firma del nostro quotidiano.

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