La solitudine

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La Solitudine Di Vincenzo Calafiore 4 Novembre 2017 Udine “ … peggio è non amare la solitudine. In lei e con lei trovi ciò che è andato perduto! “ Citaz. di Calafiore Vincenzo E’ una sera vestita leggera, con un soprabito di color neutro, e lassù la luna, bella e luminosa come una sposa in attesa. La guardo se pur nella sua beltà sola in mezzo a un cielo e mi viene in mente la solitudine; lei lì e sola e per farsi compagnia chiama a se le nuvole dalla terra che la contornano e la coprono. A volte restano lì per giorni interi e non la mostrano agli occhi dei bambini che in lei credono risiedono gli angeli. La distanza tra lei e me è un mare di solitudine che a volte non si raggiunge o non si raggiunge mai, né da una finestra, né da una riva, da nessuna altra parte a volte la sento ed è come se mi mancasse quella parte d’anima che manca alla mia,allora la cerco e trovo altri pezzi d’anima bellissimi che non s’incastrano con la mia. Ma la peggior solitudine è quando ci si rende conto di non appartenere o significare qualcosa per nessuno. Ma la solitudine non è solo questa è anche l’antico dolore delle donne, sempre vinte. La solitudine delle donne. Le donne che coltivano e nutrono la vita con pazienza e lealtà. Le donne sconfitte dalla vanità e dalla cupidigia, dall’indifferenza degli uomini: è questa la solitudine! E’ silenzio, silenzio interiore che può aiutare a vivere come a uccidere; ma è anche vero che nel silenzio si possono distinguere le cose che sono essenziali da quelle che non lo sono, si trovano i significati. Guardo la luna e penso alla donna a come è infinito, appunto l’infinito, quella segreta e intima dimensione della vita dentro di noi, palpitante e viva che non si cancella nella stretta misura in cui noi ci lasciamo affascinare e divorare dal tumulto delle emozioni che come mare ci travolge senza mai poterlo raggiungere, solo lo proviamo su noi. Non solo ma ci divora il frastuono delle cose inutili che sono al di fuori di noi, ancora più devastanti di quelle che si agitano dentro di noi. E così viviamo da “ assediati “ nell’amore e nella vita, dalle paure, dall’isolamento causato dalla nostra capacità di non saper amare la solitudine, ma è tremendo l’isolamento causato dal deserto delle emozioni. Euripide ne – La tragedia di Ecuba – non solo rappresenta il dramma o la drammaticità, ma anche la solitudine, quella colma di odio e di rancore, per la perdita di qualcuno che ci appartiene. Ma sinteticamente … la solitudine di Ecuba: mamma pietosa e tenera, non è più in grado ormai di concepire alcuna pietà e tenerezza! La scena si svolge nel Chersoneso tracico, dove la flotta di greci che ha espugnato Troia si è accampata, bloccata da venti contrari che le impediscono il rientro. Ecuba, in qualità di regina di Troia, è prigioniera di guerra. Per garantire il ritorno in patria dei greci vincitori, il fantasma di Achille richiede il sacrificio sulla propria tomba di Polissena, figlia di Ecuba. Questi eventi sono narrati nel prologo dal fantasma di Polidoro, il più giovane dei figli di Ecuba, che era stato mandato in protezione con una ricca dote presso il re tracio Polimestore, il quale lo aveva invece ucciso per impadronirsi delle sue ricchezze. Ecuba è all’oscuro della morte di Polidoro e della richiesta di sacrificio di Polissena. Nel pieno della notte esce turbata dalla tenda di Agamennone, vittima di un oscuro presagio che le fa temere per la sorte dei figli. Sopraggiunge un coro di prigioniere troiane che la informa della richiesta del fantasma di Achille, accolta dai greci per volere di Odisseo. Ecuba è disperata. Sopraggiunge Polissena che, alla notizia della sua futura sorte, si dispera per la madre ma coraggiosamente accetta il suo destino, preferendo essere scannata piuttosto che vivere come una schiava senza dignità. Ulisse giunge ed invano Ecuba lo prega di lasciare vivere la figlia o di ucciderla insieme a lei. Polissena, coraggiosa e forte, viene portata via mentre Ecuba si accascia disperata al suolo. Giunge l’araldo Taltibio a documentare la morte della giovane, chiedendo ad Ecuba di darle degna sepoltura. Ecuba incarica un’ancella di colmare una brocca di acqua di mare, necessaria per la salma di Polissena, ma questa giunge col cadavere coperto del figlio Polidoro, ripescato nelle acque dove l’uccisore Polimestore lo aveva gettato. Inizia così la follia di Ecuba, disperata per la perdita dei figli. Medita vendetta quando sopraggiunge Agamennone, al quale Ecuba racconta del perfido Polimestore che ha infranto il sacro vincolo dell’ospitalità e disonorato il cadavere gettandolo in mare. Agamennone, impietosito da Ecuba e sdegnato dalla perfidia e dalla bramosia di Polimestore, accetta l’invito della donna a non opporsi al suo piano di vendetta. Ecuba convoca Polimestore nella tenda di Agamennone, con la scusa di dover rivelare a lui e ai suoi figli dove si nasconde il tesoro dei Priamidi. La segretezza della rivelazione impone a Polimestore l’obbligo di allontanare i servi e di restare solo con la donna, la quale incalza con interrogativi sulla salute del figlio, ai quali Polimestore risponde con menzogne. Entrate nella tenda le prigioniere Troiane immobilizzano l’assassino ed Ecuba, resa cieca dalla collera, con dei sassi uccide i due figli del re Tracio, poi gli si scaglia contro e lo acceca compiendo così la sua vendetta. Uscito dolorante per la ferita dalla tenda, Polimestore chiede vendetta al sopraggiunto Agamennone, che ha udito le grida di dolore del re tracio. Agamennone lo interroga sul suo comportamento, per il quale Polimestore si giustifica dicendo di essere stato costretto ad uccidere Polidoro per impedirgli di ricostruire Troia. Anche Ecuba espone le ragioni del suo gesto, mostrando disprezzo e risentimento nei confronti delle giustificazioni di Polimestore. Agamennone, sentite le due parti, non condanna Ecuba, e Polimestore si infuria, inveendo contro i due e predicendo loro due sorti terribili. Ecuba sarà trasformata in cagna mentre Agamennone vedrà Cassandra uccisa dalla moglie Clitennestra ed anche lui verrà da lei ucciso con un colpo di scure. Sdegnato dalle funeste profezie, Agamennone abbandona Polimestore su un’isola deserta dove rimane fino alla fine dei suoi giorni. Altre fonti raccontano di come Ecuba infuriata per la morte di suo figlio Polidoro ucciso da Polimestore uccise i suoi due figli lapidandoli e poi lo stesso Polimestore, tagliandogli la testa ed immergendo la tenda del suo sangue.