Il De rerum vulgarium dell’Homo Florenzianum

Cominciamo a ridere. Anzi come recitava Aldo Palazzeschi, “Lasciatemi divertire”:  Tri tri tri, / fru fru fru, uhi, hui, hui… “. Siamo nel 1910 e il poeta di Firenze con la sua vocazione “incendiaria”, fedele alla poetica del Futurismo, dissacrava i modelli lirici di allora, con una carica ironica e irriverente verso la tradizione letteraria e la grammatica poetica. Nel cuore del Futurismo batteva l’inno alla velocità. La velocità è tornata di moda. Non più il “festina lente”, l’ossimoro dell’affrettarsi lentamente  dei latini, ma la velocità dei futuristi a cui sembra ispirato il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi. Anche lui di Firenze come Palazzeschi, e come il suo illustre concittadino Cosimo de’ Medici, che aveva adottato il motto latino associandolo al simbolo della tartaruga con la vela, ne fece l’emblema della sua flotta, come monito di ponderazione delle imprese perché avessero successo. Invece Renzi insegue la velocità per cambiare l’Italia, e ha ingaggiato una personale battaglia, non solo cercando di rottamare la vecchia grammatica della politica che ha frenato l’ardimentoso e giovane artiglio dell’Aquila, ma anche la lingua, unta e bisunta che ha fatto scivolare lo stivale verso l’Africa. Ecco perché ha pensato di rottamare anche la lingua italiana per cedere il passo alla vela della flotta inglese con il suo Jobs Act, e salvando dal naufragio il veliero del Patto del Nazzareno. Si chiama Matteo ma non è matto. E lo ha fatto per rinnovare il vocabolario della lingua italiana, per darle slancio e vigore, per farla conoscere in tutto il mondo, soprattutto con neologismi tipo escort, secondo il verbo della nuova scuola poetica di Arcore sulla scia della Magna Curia di Federico II, chiamando i suoi funzionari , please,  la sua corte itinerante, a poetare sull’amor cortese, ispirata da una nobile figura angelica, nipote del faraone Mubarak. Ha chiamato a sé i cavalieri di Re sole per sottoscrivere questo vincolo di parentela, ricordandosi come Federico II abbia avuto con la cultura araba uno stretto legame. Non a caso gli Stati generali della lingua italiana si sono svolti nella Firenze città natale di Dante, per sottolineare in chiave allegorica, prefigurativa e anagogica, come dovrà essere la Nuova Italia, sul modello della Vita Nuova del Sommo Poeta.

Ecco che anche gli artisti, i giornalisti, i grandi comunicatori e i neogrammatici di Monti Citorio dovranno adeguare il loro linguaggio per ridefinire la nuova identità culturale e antropologica ed essere fedeli ai canoni linguistici ed estetici della neo avanguardia poetica fiorentina: da “Italy in a day”, la cui regia è stata affidata niente meno che all’arcangelo Gabriele Salvatores, alla “spending review” di cui è stato maestro e profeta un autentico messia ispirato dalla trasfigurazione del Monti Tabor. Ma non è finita qui. In questo cenacolo che dovrà traghettare il Bel Paese nelle alte sfere dell’Empireo, le cui fonti lo fanno risalire al mito del Ratto d’Europa, hanno designato non un mini Tauro, ma più Draghi, che al posto del fuoco, la sua labbia sputa “fiamme d’oro” per rigenerare  la “New Golden Age”.

Possiamo immaginare quindi quanti jobs act dovranno programmare gli stati generali della lingua italiana riuniti nella città del Principe di Machiavelli: si starà preparando la “buona scuola” italica per contrastare gli attacchi esterni al patrimonio della identità culturale della nostra fulgida nazione, adesso che alla guida c’è un novello nocchiero soprannominato Lorenzi il Magnificus, il cui ritornello è ispirato al suo mentore: “Quant’è è bella giovinezza … chi vuol esser lento sia … se non siete veloci come me vi mando via, di doman per voi non v’è certezza”.

Il “festina lente”,  dopo che il suo avo Cosimo, per la tartaruga, ha perso la rotta, lui, il Magnificus, con il suo occhio rapace e il suo scatto felino, ha compreso, da un attento e certosino esame filologico, analogico ed epistemologico, che bisogna cambiare vento e tutto deve essere “fast”. I festini si facevano ad Arcore…  A Firenze deve imperare il “fast”, la fastosità; al bando lo slow…  La nuova “rotta-azione” che, per la spending review linguistica, sul calco di jobs act,  è diventata “rot-act”. Tradotto: dalla rottamazione siamo passati alla “rotazione”. Ecco il nuovo vangelo secondo Matteo, rivoluzionare la rivoluzione copernicana dopo l’abiura del pisano Galileo Galilei: tutto ruota intorno a Firenze, che ha dato alla storia della letteratura italiana e del mondo, le tre corone, Dante, Petrarca e Boccaccio, la Comedìa, il Rerum fragmenta vulgarium e il Decameron. La terra non gira più in ventiquattro ore attorno a Re Sole, e nemmeno in una settimana si compie il viaggio nei tre regni, o in dieci giorni le cento novelle: ma l’Homo Florenzianum sarà incoronato, quarto tra cotanto senno, con gli allori di sir Petrarca per lo stil della “Good School”.  “Ahahahahahah!/ Infine, io ho pienamente ragione,/i tempi sono cambiati,/gli uomini non domandano più nulla/ dai poeti:/ e lasciatemi divertire.” E lasciamolo lavorare… caro Palazzeschi, he is young and doesn’t get tired like Pavese. “Fiorenza mia, ben puoi esser contenta …”  Tu invece avevi profetizzato il de rerum vulgarium sullo Stato generale dell’italico verbo: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!” (Purgatorio, Canto VI).

9 su 10 da parte di 34 recensori Il De rerum vulgarium dell’Homo Florenzianum Il De rerum vulgarium dell’Homo Florenzianum ultima modifica: 2014-10-24T17:51:33+00:00 da Nicola Rombolà
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