Quando gli extracomunitari eravamo noi. Cronaca di una famiglia di calabresi in America

 Gli avvenimenti, gli ennesimi, degli ultimi giorni attorno allo sbarco di miseri e disperati extracomunitari sulle coste siciliane e calabresi: la tragedia dei 13 morti di Scicli e quella, immane nel numero, delle centinaia di morti senza nome di Lampedusa mi han portato alla mente un vecchio articolo apparso su un quotidiano regionale degli anni ’90.(Gazzetta del Sud  7.10.1993). Si tratta del racconto di un figlio di calabresi emigrati in terra statunitense nei primi anni del ‘900. Una famiglia come tante,. Si tratta di Fortunato Sansalone e Rosa Pelle nati, alla fine dell’800, in una contrada di Gerace, la Gerace famosa per la sua  storica cattedrale. Rileggiamola insieme( seppur con salti temporali per esigenze di spazio) questa drammatica pagina di vita di emigrati e chissà che…non si cambi registro. Insomma anche i nostri nonni, come quello di chi scrive  che non ha mai conosciuto, extracomunitari. Gli extracomunitari di allora. Chi parla è il figlio William R. Sansalone.

 

“Durante i primi tre anni negli Stati Uniti (1913-1916), i miei vissero in una città industriale dell’Ohio, dove mio padre faceva l’operaio. Ogni giorno comprava un giornale e cercava di risolvere i giochi enigmistici. Spediva le sue risposte sperando di vincere il premio che veniva offerto: un lotto di terreno fertile in pianura, a 700 chilometri di distanza, vicino ala costa atlantica. Finalmente un giorno vinse e andò a Malaga, una cittadina del New Jersey per prendere possesso della sua terra. Arrivato a Malaga, nell’autunno del 1916, la sua gioia si trasformò ben presto in disperazione. Scoprì di essere stato vittima di un imbroglio crudele: nessuna terra lo stava aspettando. Il giornale aveva usato questo stratagemma per aumentare la tiratura. Anche altri, caduti nell’inganno prima di lui, erano arrivati nell’Ohio per rivendicare il loro premio inesistente. La gente di Malaga capì la profonda delusione di mio padre e diedero a lui e a mia madre grande sostegno morale in un momento così difficile. I miei genitori rimasero impressionati da quanto videro in Malaga: un territorio pianeggiante e rigoglioso di vegetazione. Alcuni terreni  erano stati disboscati e la terra fertile era coltivata a vigna, a frutta e ad ortaggi. Anche il clima era adatto alla produzione agricola con una media di 120 cm di pioggia all’anno…e una lunga stagione per il raccolto…I miei genitori presero a prestito dei soldi ed acquistarono un appezzamento di otto ettari di terreno boschivo che includeva una vecchia casa in una piccola radura. Durante i primi anni a Malaga, i miei lavorarono come mezzadri per Mr. Joseph Kandle, un vecchio proprietario terriero che gestiva una bella fattoria là vicino…Durante questo tempo i miei usarono il loro tempo per  disboscare la loro proprietà e renderla coltivabile:impiegarono cinque anni. Quando all’inizio degli anni ’20 ebbero trasformato quasi tutto il terreno boscoso in terreno coltivabile, si misero in proprio. Negli anni ’20 e ’30, oltre a fieno e granturco per i loro animali, i miei genitori riuscirono a coltivare molti prodotti agricoli destinati alla vendita. Il primo raccolto dell’anno era rappresentato dai broccoli, seguito dalla cicoria, zucca, cetrioli, vari tipi di peperoni, fave, pomodori e, in ultimo, patate americane…Mio padre trasportava i prodotti agricoli alla stazione di Newfield, un paese vicino, con il carro ed il cavallo e, dopo il 1924, con il suo camion Ford. Mia madre ebbe il compito di accudire alla famiglia che cresceva. Faceva il pane in un forno all’aperto costruito da mio padre…All’inizio di ogni anno mio padre ammazzava tre o quattro maiali ingrassati(con l’aiuto dei vicini di casa) e durante i mesi di gennaio e febbraio, mamma si occupava di prepararne i prosciutti, il lardo ed i vari salumi piccanti e non…Quando faceva abbastanza caldo, mia madre bolliva i sacchi vuoti della farina in una grande pentola all’aperto, e poi ne usava la tela per fare vestiti per noi bambini.( Questa era una pratica comunemente usata in America durante quegli anni. L’industria della farina spediva i prodotti in sacchi di tela con vari disegni per essere usati come vestiti per bambini, tovaglioli, lenzuola, ecc.)…Nel 1928 costruirono una nuova casa, che pagarono in contanti, con l’acqua corrente, il riscaldamento centrale e tutte le altre comodità che mancavano nella vecchia casa…La loro disponibilità economica diminuì durante la depressione degli anni ’30, ma la famiglia ebbe comunque abbastanza cibo e vestiario ed un posto caldo e sicuro dove vivere… Durante la 2^ guerra mondiale, il commercio di mia madre di formaggio, latte, uova e prodotti agricoli aumentò per via del razionamento del mangiare.(Le tessere annonarie erano necessarie per comperare prodotti alimentari nei negozi, ma non erano richieste per comperare direttamente dagli agricoltori.)… La maggior parte (degli acquirenti) erano immigrati italiani, coetanei dei miei genitori. Ricordo che, parlando, in italiano con mia madre, esclamavano:”Che abbondanza, donna Rosa”. Penso che il loro entusiasmo fosse dovuto sia alla quantità e qualità dei prodotti che i miei avevano da offrire, che ai terreni, alla fattoria e agli animali che possedevano. Per gli standard del Vecchio Mondo, i miei genitori erano benestanti, da cui l’appellativo”donna” che io, a quel tempo, non potevo apprezzare…Sono ora in grado di vedere con occhi diversi quello che i miei genitori sono riusciti a realizzare nella loro vita in America. Guardando indietro, posso anche rendermi conto di quanto sia stata ricca la mia gioventù, anche se non di denaro….Ma nei miei ricordi le zeppole, i torroncini, i fichi, i lupini e il vino, che mio padre faceva ogni autunno, non erano le uniche cose che abbondavano durante il periodo di Natale. Ricordo una casa piena di gente adulta, che mangiava, beveva, giocava a carte e raccontava storie del paese d’origine che mi affascinavano. Come i lupini, questi emigrati rimasero fondamentalmente italiani, ma col tempo assunsero caratteristiche americane…Per me è valido il contrario: sono americano, ma sento il legame della terra dei miei genitori, legame che va crescendo col tempo perché io realizzo che c’è di più in Italia che la miseria che aveva forzato i miei genitori e tanti altri a lasciare il paese natio.”

9 su 10 da parte di 34 recensori Quando gli extracomunitari eravamo noi. Cronaca di una famiglia di calabresi in America Quando gli extracomunitari eravamo noi. Cronaca di una famiglia di calabresi in America ultima modifica: 2013-10-07T15:21:42+00:00 da Mimmo Stirparo
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