Cutro, alla festa del Crocifisso sarà venerata anche la Santa Spina di Petilia Policastro

Dal 30 aprile al 3 maggio prossimi Cutro si raccoglie attorno al “suo” Crocifisso per dedicargli giorni di fede e amore. Infatti i Cutresi sono orgogliosi di possedere un’opera taumaturgica ed artistica nel contempo, decretata Monumento nazionale dalla legge 1084 del 1939, quale è appunto il Crocifisso. I Cutresi sono talmente orgogliosi e filialmente legati al loro Cristo che, nonostante il parere contrario della Sovrintendenza ai Beni Artistici e della restauratrice Emanuela D’Abbraccio, la statua seicentesca ancora una volta, dopo la straordinarietà del Giubileo del 2000,è stata  portata in processione, per il settenario del 2002 e del 2009 per le vie dell’antica Kiterion come, dal 1861, avviene ogni sette anni.

E son passati 150 anni da quella prima uscita processionale del nostro Crocifisso, un secolo e mezzo e sembra ieri. Per questa speciale ricorrenza, nella festa di quest’anno il Cristo di Cutro non sarà solo ma, dalla mattina del 30 aprile e per tutti i giorni dei solenni festeggiamenti,  avrà la compagnia della preziosa ed altrettanto taumaturgica reliquia della Santa Spina della Croce del Golgota che proviene dal convento francescano di Petilia Policastro dove è custodita devotamente e gelosamente da secoli. L’evento si realizza anche per solennizzare il 180° anniversario dell’istituzione della processione della Santa Spina dal calvario petilino al suo convento.

Il Crocifisso di Cutro,  la nostra artistica statua lignea è stata voluta, nella prima metà del XVII sec., dai Francescani cutresi P. Daniele e P. Benedetto i quali si erano conformati alle direttive del Concilio di Trento che, in piena Controriforma, voleva incrementare la devozione popolare e far scaturire, con la presenza di sculture e opere d’arte religiose, come sostiene R.La Mattina“una fortissima carica psicologica ed una così travolgente passionalità tale da coinvolgere lo spettatore al drammatico tema” della Crocifissione. Quest’opera sacra, assieme all’Ecce Homo di Mesoraca dello stesso autore, può e deve essere considerata fiore all’occhiello della nuova provincia di Crotone e pertanto meritevole di essere inserita degnamente nella programmazione di turismo religioso.

Autore dell’opera cutrese è Fra’ Umile (al secolo Giovanni Francesco) Pintorno nato a Petralia Soprana (PA) tra il 1600 e il 1601 e morto, 9 febbraio 1639, in odore di santità e che lo stesso Ordine dei Frati Minori al quale apparteneva lo annovera tra i Beati.

I vari convegni e corsi di studi che si sono tenuti a Bisignano e a Milazzo e soprattutto quello di Mojo Alcantara del 1985 hanno rivalutato e fatto conoscere al grande pubblico di fedeli e cultori d’arte la figura e le opere dello scultore siciliano e grazie anche a Rosolino La Mattinae Felice Dell’Utri che nel 1986 hanno pubblicato un corposo testo illustrato che costituisce un catalogo insostituibile di tutte le opere del Petralese attribuite come autentiche e quelle ancora da essere chiarite. Nella sua breve stagione terrena pare che Fra’ Umile abbia scolpito 33 statue tra Crocifissi ed Ecce Homo, ma in realtà dai recenti studi è emerso che il numero delle opere petralesi potrebbe essere molto più consistente. Le sculture sono sparse in Sicilia ( Petralia S., Calvaruso, Chiaramonte Gulfi, Ceramio, Mojo Alcantara, Aidone, Salemi, Collesano, Palermo, Caltanissetta, Enna, Chiusa Sclafani, Mistretta, Milazzo ed altri); un Crocifisso è presente a La Vallettadi Malta; in Calabria abbiamo il Crocifisso di Cosenza bombardato durante il conflitto mondiale, l’Ecce Homo di Mesoraca, di Dipignano e quello di Rose ancora da attribuire definitivamente. E poi sempre in Calabria il Crocifisso di Bisignano (sul retro della croce reca incisa questa scritta:”1637 P.F. Gregorio a Bisin° Custod F.Humilis a Petralia refor. Sculp.”) che assieme a quello di Polla di Salerno( l’unico che reca data – 2 novembre 1636 – e firma dell’autore incisi sui glutei) ed il nostro di Cutro costituiscono il trittico della piena maturità artistica, vista l’assoluta somiglianza fra i tre.

Il Cristo di Cutro è uno dei più famosi e l’unico ad avere la perla sospesa sulla punta del naso a mo’ di lacrima caduta dall’occhio sinistro. La nostra scultura non è facilmente databile e comunque il biografo P.G. Macaluso, gesuita, la inserisce tra il 1636 e il 1637 assieme a quelle di Bisignano e Polla, alle quali è accomunata da diversi particolari.

 Molti sono gli studiosi e cultori d’arte che si sono avvicendati nell’attento esame dell’opera cutrese e tra i tanti citiamo il critico d’arte Alfonso Frangipane, lo studioso ligure Giuseppe Isnardi che venne davanti al Cristo cutrese nel 1938, P. Pacifico Zaccaro, Don Mario Squillace che ha lasciato la struggente poesia Al Cristo di Cutro e la stessa restauratrice Emanuela D’Abbraccio che così si è espressa. “Sono rimasta incantata e non pensavo di essere così attratta davanti ad un’opera d’arte di cui avevo sentito tanto  parlare, che esprime un sentimento diverso da altre opere, soprattutto quando lavoravo sul volto mi sentivo attratta come una calamita, sentivo una sorta di timore quasi avessi paura di toccarla, mi sentivo trasportata e pian piano ho preso confidenza fino al punto di sentirmi come in estasi.”

Sono quattro secoli che la chiesa cutrese dei Francescani riformati custodisce gelosamente la statua lignea e, per onorarne la presenza, nel 1772 venne consacrata al SS. Salvatore come si evince dalla lapide murata nel chiostro dell’annesso convento, grazie ai lavori di restauro che attorno al 1967 volle operare l’allora Superiore P. Modesto Calabretta.

La cerimonia di consacrazione fu solennemente officiata da Mons. Domenico Morelli, vescovo di Strongoli (1748 – 1793), uno degli otto vescovi nativi di Cutro, professore anche di Giurisprudenza all’Università di Pisa e lo stesso che il 13 giugno 1756 consacrò anche l’artistica chiesa di San Giuseppe di Crotone. Da allora (1772), con le inevitabili trasformazioni dei tempi, ogni anno il 3 maggio, e con maggior solennità ogni sette anni, si rinnova il commovente atto di fede che richiama da tutto il mondo i figli di Cutro per stringersi attorno al “loro” Cristo di legno “scudo…usbergo…difesa” come lo ebbe a solennizzare l’altro illustre e dimenticato cutrese Mons. Antonio Piterà, vescovo di Bova e al quale si deve l’istituzione (1861) dei solenni festeggiamenti settennali.

Al postutto, ci piace proporre per l’ennesima volta l’attivazione delle procedure per la realizzazione di un gemellaggio tra Cutro e il luogo natio dell’umile scultore francescano, Petralia, centro montano delle Madonie palermitane.

Secondo la tradizione popolarela SantaSpinaè pervenuta a Petilia Policastro al tempo delle Crociate. Periodo questo in cui la regina di Francia ebbe in dono, come bottino di crociata, una spina sottratta dalla corona di Cristo e che custodì per molti anni nascondendosela sotto la pelle del polso sopportando atroci dolori. Ammalatasi, riferì del segreto al cappellano di corte che si fece consegnarela Reliquiaaffidandola ad un frate. Questo frate sistemòla SantaSpinain una teca ed intraprese un lungo viaggio a cavallo lungo tutta la nostra penisola e nel luogo dove si sarebbe fermato sarebbe dovuto sorgere una chiesa per la giusta venerazione.

La tradizione vuole, appunto, che il cavallo si sia fermato nel bosco di Petilia.

Storicamente si è accertato, invece, che la presenza della Reliquia è dovuta a P. Dionisio Sacco da Peilia. Questi già vescovo di Reims, nel 1498 ebbe in dono da Giovanna di Valois, moglie del re Luigi XII e santificata poi, un astuccio d’oro contenente una Spina donatale dall’imperatore di Costantinopoli Baldovino II e venerata nella cappella del palazzo reale costruita appositamente dallo stesso monarca francese. P. Dionisio, appena avuta la preziosa Reliquia pensò bene di regalarla al convento patrio per arricchirlo e propagare ulteriormente la fede tra i sui lontani concittadini. Nel 1522 il frate petilino, dovendosi recare a Roma quale capo delegazione presso il Papa Leone X per assicurare lo stesso sulla partecipazione della Francia alla lotta contro o Luterani, aveva in animo di raggiungere la sua Petilia, ma nello stesso periodo si ammalò a Bologna. Qualche giorno prima di morire ebbe la visita di un suo nipote, P. Ludovico Albo, anch’egli francescano del convento petilino e a questi affidòla SantaSpinada portare al paese natale. E così fu.

Il 22 agosto 1523la SacraReliquiafu collocata nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Fu grande la gioia dei Petilini ma non mancarono tuttavia, allora come oggi, gli increduli, gli scettici circa l’autenticità della Reliquia. Passano tanti anni attorno al dubbio e nel contempo il culto aumentava. Comunque per eliminare qualsiasi ombra di dubbio il 20 ottobre 1573la SantaSpinafu sottoposta alla prova del fuoco o “giudizio di Dio” come si diceva allora. Così, alla presenza dell’Arcivescovo di Santa Severina Antonio Santoro, ebbe luogo la prova in un braciere ardente, e quila Reliquiaanziché bruciare, si levò in aria e andò a posarsi in un calice sull’altare. La prova fu ripetuta per tre volte. Niente da fare,la SantaSpinasi dimostrò autentica tra la gioia e la commozione degli astanti e dello stesso Presule. Da questo momento il culto alla Sacra Reliquia e lo splendore del convento non conoscono soluzioni di continuità. Oggila Santa Spinaè custodita in una preziosa teca – ostensorio realizzata, di recente, dal maestro orafo crotonese Michele Affidato. Mi piace chiudere con le parole del compianto P. Venanzio Maturano: “ Possa la coscienza e la pietà del popolo mantenere sempre viva la sorgente di benedizione e di grazie che qui…è stata dischiusa per mezzo di tale Reliquia divina e si accresca così ognor più l’onore del nome e della vita cristiana della nostra Calabria”.

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