Mario Bagalà, aedo dei nostri tempi, tra storia e memoria, mito e realtà

Le memorie e l’eredità storico-culturale passano nelle corde dei sentimenti, delle emozioni e delle esperienze che vengono rielaborati e ri-codificati nell’opera d’arte. Così le impronte dell’uomo si perpetuano come un’eco nel tempo e diventano patrimonio in cui la collettività si riconosce. L’omaggio che si è svolto nell’auditorium della Casa della Cultura di Palmi (RC) per ricordare Mario Bagalà, ad un anno dalla sua scomparsa, ha avuto, fondamentalmente, questo valore; ma anche il significato di un evento storico, perché per la prima volta i testi scritti e musicati da questo moderno aedo – uomo dalle virtù antiche costretto a misurarsi con un mondo sempre più virtuale – sono stati interpretati secondo quello che rappresentava un sogno dello stesso autore, come aveva rammentato commossa la figlia Domenica alla fine della serata, perché, “mio padre amava i giovani e sentire tanti giovani musicisti che hanno interpretato magistralmente i suoi brani, è stato veramente il più bel regalo che gli abbiano mai potuto fare”. A fare da filo conduttore tra la vita, l’opera e l’eredità artistica, le storiche voci a cui Bagalà aveva affidato i suoi testi, quella del trio, tutto in famiglia, di Salvatore Colosi e delle figlie Giada e Clara, che hanno reso la serata memorabile con la loro peculiare interpretazione vocale, grazie all’impegno, l’entusiasmo e la passione del gruppo dei musicisti dell’Accademia musicale “W. Amadeus Mozart” di Palmi. Quell’evento storico è stato organizzato dal presidente dell’accademia Domenico Putrino e presentato da un Antonio Malgeri che ha saputo entrare nel racconto dell’uomo e dell’artista, e non poteva avere se non una corda rievocativa, “Marricordu quand’era figghiolu” come recita il titolo di una poesia che fa parte della raccolta “U chiantu d’Alaricu”. A risvegliare quel ricordo un’occasione importante per la storia di Palmi, l’inaugurazione delle fontane dei canali, un progetto che Mario Bagalà da diverso tempo aveva accarezzato in vita, e che adesso si è realizzato. Riproporre lo spettacolo con lo stesso titolo nella piazza della sua abitazione, ha avuto un valore fortemente simbolico e ha reso l’evento una ulteriore testimonianza verso l’opera di questa artista poliedrico, che ancora deve essere indagato in quella che rappresenta la forza espressiva della sua poesia. L’operazione compiuta da Mario Bagalà ha assolutamente un carattere di originalità. Erede di una antica tradizione che affonda le radici nella Grecia antica, per attraversare tutto il sostrato storico-culturale della Calabria, innesto di tante civiltà, e rielaborando miti, leggende, storie e speranze di una terra che sembra rassegnata al proprio destino: da Ulisse ad Alarico, il re goto le cui spoglie, secondo la leggenda, riposano nel Busento; da Donna Canfora immolatasi nel mare per non essere rapita dai saraceni, che nella notte di luna canta per i pescatori, al fenomeno della Fata Morgana, legando la tradizione di Palmi della Varia, ma anche l’emigrazione; il tutto immerso in un alone mitico con una luce di rinascita. Si tratta di un epos che riscopre la sua antica vocazione e mette insieme tradizione popolare e colta, attraverso l’espressività idiomatica e  timbrica del dialetto palmese, identità profonda che coniuga il passato remoto al presente. Nelle corde di quest’uomo, autodidatta (un vero talento naturale), risuona la voce di un aedo sopravvissuto nei nostri tempi. Si legge in controluce la consapevolezza di un valore estetico universale, che rievoca la cosiddetta “choréia greca una e trina” (canto, musica e danza) come  espressione di sentimenti e virtù collettivi, ma anche strumento di denuncia e lotta sociale. Assistere ancora una volta allo spettacolo ricreato dalla passione di Domenico Putrino con i musicisti della sua accademia, con immagini straordinarie di repertorio e il canto velato di misteriosa risonanza di Salvatore Colosi e quello delle sue due ‘muse’ Giada e Clara, in un crescendo di emotività e di rievocazioni, contrappuntate dalla voce narrante di Antonio Malgeri, in una piazza gremita, ha significato risentire l’eidos autentico di questo artista, la finalità di carattere ideale ed etica, il modello originario in grado di manifestarsi collettivamente nel tessuto umano e relazionale della comunità. Questo aspetto è possibile rintracciarlo in particolare in alcuni testi delle sue liriche, come per esempio nella epigrammatica ed icastica Vecchiu muru (Muru/ si vecchiu/ stancu/ niru/ e si scumputu,/ ma non t’aiutu…/dopu se no,/ tu…/ m’addiventi, mutu!). In questo breve ed emblematico componimento si può cogliere la poetica che attraversa la sua produzione poetica. Il muro deve rimanere con le impronte del tempo, quindi restare vecchio, altrimenti perderà il ricordo. La memoria (la dea Mnemosyne, che ha generato le nove Muse, che presiedono l’arte, la cultura e il pensiero) è l’anima di un popolo, di una comunità, di una terra; senza memoria nessuno di noi potrebbe riconoscersi: non saprebbe esprimersi, comunicare e avviare un dialogo con la propria esperienza interiore e il proprio pensiero; se si riflette in profondità è quello che sta accadendo nell’era informatica, le cui impronte virtuali non entrano in relazione con le corde della nostra esperienza emotiva e sinestetica e si ‘scordano’ immediatamente dando vita ad una umanità anestetizzata. Tutta la nostra esistenza quindi si gioca sul filo della storia profonda (archetipo) che entra in sintonia con l’anima autentica di una terra, di una cultura. Il diventare muto significa interrompere il filo della comunicazione con se stessi e con la propria memoria-identità; questo porta a  perdere la sensibilità. Si tratta di una spola tra poesia e storia, tra memoria e mito, tra passato e presente in questo continuo intreccio tra l’esistenza e il suo significato alla luce della propria eredità storico-culturale. Qui si legge in profondità la matrice delle istanze che hanno connaturato l’esperienza della cultura classica, dove la finalità etica, appunto l’eidos, viene messa al centro del messaggio poetico e dell’azione artistica. Torna significativo un concetto espresso da Fortunato Seminara sulla sua esperienza letteraria: “Un frammento di villaggio calabrese ha una carica atomica. È una temperatura a cui pochi resistono; se le lacrime e sangue si trovano nelle mie opere, è perché costa lacrime e sangue vivere qui. La  citazione è stata ripresa da Vito Teti nel suo ultimo libro, Pietre di pane (Quodlibet). Le corde della sensibilità di Mario Bagalà avevano auscultato la temperatura vulcanica che sente chi decide di restare in Calabria, ma il suo canto l’ha resa creativa e vitale: le lacrime sono quelle del re goto Alarico, il sangue i suoi versi che scorrono per dare ossigeno al nostro respiro e al nostro sguardo che si riconosce nelle arcane memorie del Mediterraneo.

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