Gioia Tauro, il porto non deve finire in mano alla mafia

Antonino Maria Calogero, Segretario Generale CGIL Piana di Gioia Tauro, in una accorata nota auspica che il porto di Gioia Tauro non finisca in mano alla malavita. Ecco il testo dell’intervento. “Quanto letto su alcuni quotidiani degli ultimi giorni porta a riaffermare con chiarezza, dal nostro osservatorio, alcuni aspetti della vertenza riguardante il Porto di Gioia Tauro. Se è vero che il referendum che ha approvato l’accordo non è stato plebiscitario, è anche vero  che  si tratta di un  importante risultato  nient’affatto scontato; valutarlo come tale era segno di un’interpretazione decisamente lontana dalle dinamiche sociali del Porto, risorsa ben poco incline ad avventurosi paragoni con altre realtà produttive, -quali ad esempio Pomigliano d’Arco- completamente diverse quanto ad attori coinvolti e circa i contenuti di merito dell’accordo. Sappiamo che è fin troppo facile, da alcuni anni a questa parte, ricevere sovraesposizione mediatica, perché grande è la superficialità con la quale alcuni raccontano gli eventi, generalizzando, spingendo per confronti e parallelismi di poca utilità. Lo sforzo di stemperare le differenze, di amalgamare realtà differenti schematizzando vale solo a costruire “teoremi”, che finiscono con l’allontanarci ancora di più dalle reali dinamiche sociali. Infatti, per l’ennesima volta, e forse anche per la colpevole abitudine di parlare sempre e male del Porto per non parlarne mai davvero in modo costruttivo, dobbiamo registrare che il senso di questa vertenza si è del tutto perso, annegato nell’indifferenza delle cronache nazionali, tranne poche eccezioni. E allora, ecco che quel paragone tanto ostentato in questi giorni, forse ritrova senso: Perché a fronte della trepidazione di tutti i Tg nazionali per i risultati di Pomigliano, qui a Gioia Tauro si registrava solo silenzio. Un’attenzione più autentica dei media, simile a quella ottenuta dalla vicenda FIAT sarebbe invece servita, e molto: a far scattare uno sforzo di solidarietà nazionale, utile a pretendere un impegno preciso del Governo verso il Porto, e conseguentemente a operare per sottrarre, come pure da tempo affermiamo, l’economia della Calabria dall’isolamento. Ma questo riesce difficile comprenderlo, se la realtà di Gioia Tauro, della sua Piana, dell’intera Calabria, non è raccontata con accuratezza. La storia dei nostri portuali è poco conosciuta, ma gloriosa, avendo espresso sempre, anche se con minor enfasi dei meccanici, seppur con la uguale intensità la peculiare capacità di guardare oltre gli interessi di categoria e lottare per il bene comune, credendo all’unità dei lavoratori come valore. La stessa, recente conquista da parte dei Sindacato confederale del Contratto Unico dei Porti ha fatto storia nella contrattazione nazionale ed è avvenuta, tra mille difficoltà, proprio grazie all’importante apporto dei portuali gioiesi, che dalla fine degli anni Novanta del XX secolo si sono resi protagonisti di quella mobilitazione nazionale che ha condotto all’unificazione in un solo contratto di tanti diritti fino ad allora diversi da porto a porto, come diversi erano allora i contratti. Forse nessuno, come i portuali di Gioia, abituati alle durezze della flessibilità salariale di inquadramento e di ingresso, conosceva e conosce il valore dei diritti nel lavoro. A questi lavoratori crediamo si debba grande rispetto, per la loro storia, per il loro ruolo. Allora, anche solo immaginare che potessero voler accettare di votare un accordo con la pistola puntata alla tempia è un sacrilegio. E infamante è ritenere che il Sindacato Confederale potesse appoggiare l’idea che i lavoratori si piegassero a un mobbing legalizzato e a una discriminazione reddituale in nome della produttività e della competizione con i porti africani. In un contesto nazionale gravissimo, che vede i porti del nostro Sud abbandonati, e le nostre risorse nel transhipment trattate come una zavorra, è stato complicatissimo evitare i 467 licenziamenti prospettati e gestire una cassa integrazione che per l’azienda doveva essere “mirata”. Se alla fine contano i risultati, il paragone con Pomigliano svanisce, perché non c’è stato un accordo che ha inciso sui livelli retributivi dei lavoratori. È forse, quello firmato, un accordo che prevede deroghe al contratto nazionale? Noi crediamo con forza di no! E poi, quali le similitudini con Pomigliano, quando la ghigliottina della performance di 30 mvs su verifica individuale è stata rifiutata, inserendo solo l’obiettivo dei livelli di produzione rilevati sull’attività media del terminal? Quel traguardo sarebbe costruttivo e ottimale, per giungere agli standard europei, non certo per una competizione al ribasso con i porti del Nord Africa! O dobbiamo forse ritenerla una misura in “stile Pomigliano”, impegno alla riorganizzazione del lavoro a che i lavoratori operativi possano avere l’alternanza terra/mezzo al 75%? Questo ci sembra invece un risultato straordinario, nella direzione della tutela della salute dei lavoratori, obiettivo importante, da non dare mai per scontato. Per raggiungere l’alternanza al 75% si sono così salvaguardati quasi cento lavoratori inabili. Inoltre, si è mantenuta l’attività di rizzaggio esterno, evitando così altri licenziamenti e impegnando MCT ad investire in innovazione di modelli organizzativi a tutela della salute. L’accordo votato dalla maggioranza dei lavoratori è solo un’intesa sulla gestione della cassa integrazione e come tale non rappresenta certo un attacco alla dignità dei lavoratori! Allo stesso modo, purtroppo, non risolve il problema della necessità di rilancio dell’hub di Gioia e contribuisce solo a gettare le basi per una possibile ripartenza. Pensiamo che la passione spesa in questi giorni per usare toni forti e sollevare un inutile polverone, dando forza a chi dice, sbagliando siano stati intaccati diritti fondamentali dei lavoratori – e così non è – debba essere profusa nell’incalzare la politica e le istituzioni, per impedire che il Porto di Gioia Tauro si ridimensioni o addirittura chiuda. Piuttosto, si rifletta, tutti, senza eccezioni, sulle vere criticità: tra un anno, se non ci saranno interventi seri per implementare la polifunzionalità del Porto e rompere le attuali condizioni di monopolio, non avremo un futuro certo, rendendo l’uscita dalla cassa integrazione del tutto traumatica.Il Porto di Gioia Tauro continua ad essere l’unica occasione di sviluppo della nostra regione, e non può essere abbandonato al suo destino come sta avvenendo con altre risorse del Sud. Il perdurare in tutta la sua gravità della mancanza di una logica strategica, il tradimento di ogni soluzione che possa portare a un Piano per il Sud, sono le vere battaglie da fare! E lottare è necessario, per impedire, e lo diciamo sempre, che al Porto vinca la ‘ndrangheta. Quanto letto su alcuni quotidiani degli ultimi giorni porta a riaffermare con chiarezza, dal nostro osservatorio, alcuni aspetti della vertenza riguardante il Porto di Gioia Tauro. Se è vero che il referendum che ha approvato l’accordo non è stato plebiscitario, va però ammesso che quell’importante risultato era nient’affatto scontato; valutarlo come tale era segno di un’interpretazione decisamente lontana dalle dinamiche sociali del Porto, risorsa ben poco incline ad avventurosi paragoni con altre realtà produttive, -quali ad esempio Pomigliano d’Arco- completamente diverse quanto ad attori coinvolti e circa i contenuti di merito dell’accordo. Sappiamo che è fin troppo facile, da alcuni anni a questa parte, ricevere sovraesposizione mediatica, perché grande è la superficialità con la quale alcuni raccontano gli eventi, generalizzando, spingendo per confronti e parallelismi di poca utilità. Lo sforzo di stemperare le differenze, di amalgamare realtà differenti schematizzando vale solo a costruire “teoremi”, che finiscono con l’allontanarci ancora di più dalle reali dinamiche sociali. Infatti, per l’ennesima volta, e forse anche per la colpevole abitudine di parlare sempre e male del Porto per non parlarne mai davvero in modo costruttivo, dobbiamo registrare che il senso di questa vertenza si è del tutto perso, annegato nell’indifferenza delle cronache nazionali, tranne poche eccezioni. E allora, ecco che quel paragone tanto ostentato in questi giorni, forse ritrova senso: Perché a fronte della trepidazione di tutti i Tg nazionali per i risultati di Pomigliano, qui a Gioia Tauro si registrava solo silenzio. Un’attenzione più autentica dei media, simile a quella ottenuta dalla vicenda FIAT sarebbe invece servita, e molto: a far scattare uno sforzo di solidarietà nazionale, utile a pretendere un impegno preciso del Governo verso il Porto, e conseguentemente a operare per sottrarre, come pure da tempo affermiamo, l’economia della Calabria dall’isolamento. Ma questo riesce difficile comprenderlo, se la realtà di Gioia Tauro, della sua Piana, dell’intera Calabria, non è raccontata con accuratezza. La storia dei nostri portuali è poco conosciuta, ma gloriosa, avendo espresso sempre, anche se con minor enfasi dei meccanici, seppur con la uguale intensità la peculiare capacità di guardare oltre gli interessi di categoria e lottare per il bene comune, credendo all’unità dei lavoratori come valore”.

La stessa, recente conquista da parte dei Sindacato confederale del Contratto Unico dei Porti ha fatto storia nella contrattazione nazionale ed è avvenuta, tra mille difficoltà, proprio grazie all’importante apporto dei portuali gioiesi, che dalla fine degli anni Novanta del XX secolo si sono resi protagonisti di quella mobilitazione nazionale che ha condotto all’unificazione in un solo contratto di tanti diritti fino ad allora diversi da porto a porto, come diversi erano allora i contratti.

Forse nessuno, come i portuali di Gioia, abituati alle durezze della flessibilità salariale di inquadramento e di ingresso, conosceva e conosce il valore dei diritti nel lavoro.

A questi lavoratori crediamo si debba grande rispetto, per la loro storia, per il loro ruolo.

Allora, anche solo immaginare che potessero voler accettare di votare un accordo con la pistola puntata alla tempia è un sacrilegio. E infamante è ritenere che il Sindacato Confederale potesse appoggiare l’idea che i lavoratori si piegassero a un mobbing legalizzato e a una discriminazione reddituale in nome della produttività e della competizione con i porti africani.

In un contesto nazionale gravissimo, che vede i porti del nostro Sud abbandonati, e le nostre risorse nel transhipment trattate come una zavorra, è stato complicatissimo evitare i 467 licenziamenti prospettati e gestire una cassa integrazione che per l’azienda doveva essere “mirata”.

Se alla fine contano i risultati, il paragone con Pomigliano svanisce, perché non c’è stato un accordo che ha inciso sui livelli retributivi dei lavoratori. È forse, quello firmato, un accordo che prevede deroghe al contratto nazionale? Noi crediamo con forza di no!

E poi, quali le similitudini con Pomigliano, quando la ghigliottina della performance di 30 mvs su verifica individuale è stata rifiutata, inserendo solo l’obiettivo dei livelli di produzione rilevati sull’attività media del terminal? Quel traguardo sarebbe costruttivo e ottimale, per giungere agli standard europei, non certo per una competizione al ribasso con i porti del Nord Africa!

O dobbiamo forse ritenerla una misura in “stile Pomigliano”, impegno alla riorganizzazione del lavoro a che i lavoratori operativi possano avere l’alternanza terra/mezzo al 75%?

Questo ci sembra invece un risultato straordinario, nella direzione della tutela della salute dei lavoratori, obiettivo importante, da non dare mai per scontato. Per raggiungere l’alternanza al 75% si sono così salvaguardati quasi cento lavoratori inabili.

Inoltre, si è mantenuta l’attività di rizzaggio esterno, evitando così altri licenziamenti e impegnando MCT ad investire in innovazione di modelli organizzativi a tutela della salute.

L’accordo votato dalla maggioranza dei lavoratori è solo un’intesa sulla gestione della cassa integrazione e come tale non rappresenta certo un attacco alla dignità dei lavoratori!

Allo stesso modo, purtroppo, non risolve il problema della necessità di rilancio dell’hub di Gioia e contribuisce solo a gettare le basi per una possibile ripartenza.

Pensiamo che la passione spesa in questi giorni per usare toni forti e sollevare un inutile polverone, dando forza a chi dice, sbagliando siano stati intaccati diritti fondamentali dei lavoratori – e così non è – debba essere profusa nell’incalzare la politica e le istituzioni, per impedire che il Porto di Gioia Tauro si ridimensioni o addirittura chiuda.

Piuttosto, si rifletta, tutti, senza eccezioni, sulle vere criticità: tra un anno, se non ci saranno interventi seri per implementare la polifunzionalità del Porto e rompere le attuali condizioni di monopolio, non avremo un futuro certo, rendendo l’uscita dalla cassa integrazione del tutto traumatica.

Il Porto di Gioia Tauro continua ad essere l’unica occasione di sviluppo della nostra regione, e non può essere abbandonato al suo destino come sta avvenendo con altre risorse del Sud. Il perdurare in tutta la sua gravità della mancanza di una logica strategica, il tradimento di ogni soluzione che possa portare a un Piano per il Sud, sono le vere battaglie da fare!