Napoli, la bellezza sfigurata

La crisi dei rifiuti (l’ennesima nel corso dell’ultimo decennio) sfigura, non poco, la bellezza e l’immagine internazionale di Napoli, l’unica città italiana, insieme a Roma, che gode di tutte le caratteristiche di una capitale dell’età moderna, quale essa è stata, effettivamente, nel corso di circa un millennio, fino alla costituzione del Regno d’Italia, nel 1861. Passeggiare attraverso i tre decumani, visitare i Musei che essa ospita, entrare nelle chiese gotiche e barocche che, numerose, affollano il suo centro storico, entrare in contatto con i suoi strati popolari costituiscono degli autentici piaceri dell’animo che nessun Italiano, minimamente sensibile al Bello, dovrebbe mai farsi mancare. Eppure, quella città, in queste ore, sta soffocando sotto migliaia di quintali di rifiuti, che inondano le sue strade, i suoi vicoli, le sue colline, la sua riviera e che, irrimediabilmente, ne danneggiano l’appeal, già reso precario dalla presenza capillare, in quell’ex-capitale, di organizzazioni criminali, che ne limitano, inevitabilmente, la qualità della vita di quanti ci nascono e ci risiedono. Diversi – e provenienti da ambienti, culturalmente, lontani fra loro – sono i luoghi comuni sui Napoletani: c’è chi li considera come meri animali da folclore, rappresentandoli con i simboli stereotipati di Pulcinella, della pizza, della sfogliatella e della pistola; c’è chi arriva ad invocare il Vesuvio, perché li stermini tutti con la prossima eruzione; c’è chi li considera sporchi ed incivili per loro natura; c’è chi li apostrofa indifferentemente come “camorristi”, dimenticando che il tasso di criminalità, esistente nella città partenopea, è non diverso da quello che si registra in tutte le megalopoli, che soffrono cronicamente del problema del sovraffollamento. Peraltro, tali giudizi sono stati ripetuti, in questi giorni, da autorevoli rappresentanti del Governo, che forse hanno inteso, così, scrollarsi delle responsabilità politiche, che pure hanno determinato la situazione attuale di forte invivibilità. Non da ultimo, in questi giorni, si è dato vita, finanche, a pubbliche manifestazioni di cinico e gratuito auto-soddisfacimento da parte di amministratori locali campani, come il sindaco della vicina città di Salerno, già candidato alla presidenza della Regione Campania nel 2010, che, nel corso di ripetuti interventi televisivi, ha palesato una gioia ridondante – a mio avviso, inelegante ed infelice – nel constatare come i torpedoni dei turisti stranieri abbandonino Napoli, per visitare la città, che egli amministrerebbe, in materia ambientale, in modo virtuoso. Tutti questi variegati atteggiamenti non possono che far molto male alla capitale del Sud d’Italia e creano nocumento alla classe dirigente, meridionale e nazionale: in tema di rifiuti, le responsabilità, infatti, sono ampie e parcellizzate per cui, da un punto vista strettamente giudiziario, non si può non sottolineare il carattere bipartisan delle stesse. Se ci si limita all’ultimo decennio, due sono gli Enti che devono, primariamente, rispondere del disastro odierno: il Comune, retto da giunte di Centro-Sinistra, che non ha proceduto ad attivare un efficace sistema di raccolta differenziata, e soprattutto il Governo nazionale (retto dal Centro-Destra per otto degli ultimi dieci anni) che, operando attraverso la longa manus dei poteri commissariali – affidati di volta in volta a prefetti, alcuni dei quali finiti sotto inchiesta – non ha individuato, a tutt’oggi, un numero sufficiente di discariche, capaci di contenere il rilevante quantitativo di rifiuto indifferenziato, che produce quotidianamente non solo la città capoluogo, ma la sua area metropolitana e l’intera regione Campania. Ma il dato più rilevante è un altro: fino al 1994, cioè fino alla conclusione della cosiddetta Prima Repubblica, il peso politico, che Napoli ed il Sud avevano negli equilibri nazionali, era rilevantissimo, anche per effetto della riconosciuta qualità del suo ceto dirigente, che, fra gli altri, annoverava l’attuale Capo di Stato. Nel corso di quest’ultimo ventennio, invece, a causa dell’avanzata leghista, l’ex-capitale borbonica ed il Mezzogiorno sono diventati sempre più periferici negli interessi dei governanti romani: gravissimo è il fatto che, nonostante il Presidente della Repubblica abbia, più volte, invocato l’emanazione di un decreto-legge, per favorire il trasferimento fuori regione dei rifiuti campani, l’Esecutivo tuttora temporeggi, perché condizionato dai ricatti di un partito – la Lega, appunto – che si oppone, platealmente, ad un tale urgente provvedimento, minando di fatto le ragioni della convivenza nazionale e rendendo intollerabile la condizione igienico-sanitaria del capoluogo campano. Sulla rimozione dei rifiuti di Napoli, perciò, si gioca una duplice partita, culturale e politica ad un tempo: è necessario, innanzitutto, che essa sia liberata, al più presto ed in via definitiva, dall’immondizia, che la inonda, affinché possano tornare alla luce quelle bellezze, che ne hanno sempre fatto la perla artistica del Mediterraneo. Altresì, il Mezzogiorno, partendo dalla crisi attuale, deve vincere la battaglia contro le organizzazioni criminali, che, al suo interno, ne limitano la crescita civile, e deve riscattarsi da quella condizione di disagio e di difficoltà, in cui un Nord, egoista e miope, vorrebbe rinchiuderlo. È evidente, a tutti, che la cosiddetta Seconda Repubblica viva gli ultimi anni della sua tormentata esistenza, dal momento che i suoi principali protagonisti, Berlusconi e Bossi, sono prossimi alla conclusione della loro parabola politica, essendo terminato un ciclo quasi ventennale, come hanno sancito gli elettori con il voto amministrativo dello scorso maggio e con il voto referendario di alcune settimane or sono. Orbene, è d’uopo che, al di là degli schematismi parlamentari, negli equilibri nazionali, che si verranno a determinare con le prossime elezioni politiche, previste per il 2013, venga riconsiderato il ruolo della società meridionale e torni, finalmente, di attualità l’agenda dei problemi afferenti al Sud, che purtroppo non si limitano alla sola crisi ambientale di queste settimane. È inquietante il fatto che, oggi, ai vertici dei primi due partiti italiani (P.d.L. e P.D.), che insieme rappresentano circa il 70% dell’intero elettorato, non ci sia una leadership espressione dei territori, che insistono al di sotto della Linea Gotica. L’unico leader, che ora si propone all’attenzione nazionale e mondiale, proveniente dal Sud e sincero conoscitore delle sue problematiche, è Vendola: è, di per sé, sufficiente?

Rosario Pesce

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