Trump e Iran, l’affondo di Simona Toma: “La guerra non può sostituire il diritto internazionale”

Un atto che va oltre la geopolitica e che investe direttamente la coscienza collettiva. È questa la riflessione che Simona Toma, direttore editoriale di Libritalia, affida ai social, intervenendo nel dibattito internazionale sulle tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran e chiamando in causa l’operato del presidente americano Donald Trump nei confronti della Repubblica islamica guidata da Ali Khamenei.

Secondo Toma, quando un presidente degli Stati Uniti decide di bombardare un altro Paese, la questione non può essere letta esclusivamente in chiave strategica o militare. «La domanda non è solo politica. È morale. È democratica. È globale», scrive, sottolineando come il potere militare di una superpotenza comporti una responsabilità che travalica i confini nazionali.

Nel suo intervento, Toma riconosce apertamente la natura autoritaria della leadership iraniana, ma invita a separare il giudizio su un regime dalla legittimità delle azioni militari unilaterali. «Che Ali Khamenei sia un leader autoritario è sotto gli occhi del mondo. Ma da quando eliminare un nemico giustifica l’idea che una superpotenza possa entrare “a casa degli altri” quando vuole?» si chiede.

Il punto centrale della sua analisi riguarda il tema del controllo internazionale e del ruolo delle istituzioni multilaterali. In assenza di un mandato chiaro delle Nazioni Unite, osserva, l’uso della forza rischia di trasformarsi da strumento di difesa a espressione di dominio. «Se una sola persona può decidere di colpire, bombardare, destabilizzare un’intera regione senza un mandato chiaro delle Nazioni Unite, allora non stiamo parlando di difesa: stiamo parlando di dominio».

La riflessione si allarga così al piano dei principi. Non si tratta, sostiene Toma, di simpatizzare per un governo o per un altro, ma di difendere un ordine internazionale fondato su regole condivise. «Non è questione di simpatizzare per un regime. È questione di principio».

Nel messaggio emerge anche una preoccupazione per il precedente che simili decisioni potrebbero creare. «Oggi è l’Iran. Domani potrebbe essere qualunque altro Paese che non si allinea», avverte, evidenziando il rischio di una progressiva erosione del diritto internazionale qualora la forza militare sostituisca il confronto diplomatico e gli strumenti multilaterali.

Secondo Toma, la pace non può essere costruita attraverso incursioni unilaterali, né la democrazia può essere “esportata” con le bombe. Il potere concentrato nelle mani di un singolo leader, capace di incidere sul destino di milioni di persone oltre i propri confini, rappresenta – nella sua lettura – un elemento di forte criticità per l’equilibrio globale.

Il suo intervento si chiude con una domanda che suona come un monito rivolto all’opinione pubblica internazionale: «Chi applaude oggi dovrebbe chiedersi: che mondo stiamo legittimando per domani?».

Un interrogativo che riporta al centro del dibattito il rapporto tra sicurezza, sovranità e legalità internazionale, in un momento storico in cui le tensioni geopolitiche continuano a mettere alla prova la stabilità globale.