L’Urlo della verità nel tragico destino di Pier Paolo Pasolini

È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile,
tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia,
ma è anche, in qualche modo gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
E’ un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.
E’ un urlo che vuole far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all’ansia
si sente qualche vile accento di speranza:
oppure un urlo di certezza assolutamente assurda
dentro cui risuona, pura, la disperazione.
Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.

Dario Bellezza, nel libro “Morte di Pasolini” (1981), a proposito di questi ultimi versi del romanzo Teorema (1968 – Garzanti) scrive:
In quei versi c’era stata in Pasolini ancora una prefigurazione, come in tutta la sua poesia, di una sua possibile, elementare e grandiosa fine.)

L’inatteso racconto: declinare il caso che ha segnato una mancata partecipazione all’evento che si svolgerà al ristorante Pommidoro a Roma questa sera (ore 21) dove Pasolini ha cenato prima della sua tragica scomparsa il 1 novembre del 1975. Anche l’altro locale, il Biondo Tevere ospiterà l’evento idomenica 2 novembre, senpre ideato e organizzato da Marco Marchesi Borrelli con la partecipazione straordinaria degli attori Andrea Tidona e Pietro DE Silva e della band Marcondiro

Accadono degli imprevisti che cambiano la rotta. E come in una duplice speculare visione il destino proietta la sua enigmatica e paradigmatica riflessione. E tutto questo è accaduto nel giorno in cui ricorrono 50 anni dalla tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. E così che il filo del tempo si intreccia con altri fili tra i quali quello del destino per tessere la “destin-azione”. Come kairos, il tempo opportuno che segna la declinazione delle nostre scelte. E la Fortuna, con il suo sguardo sornione, sorveglia divertita i nostri vaneggiamenti. Tanti episodi possono apparire frutto del caso, ma in natura tutto ha una causa e anche nella vita gli eventi sono l’effetto di una origine o di un segno che indica un disegno. E come possiamo prevedere gli effetti di una nostra scelta? Dovremmo avere la sfera magica per capire come si intrecciano o si concatenano gli eventi nel futuro, conoscere tutte le possibili infinite variabili che non potremmo mai e poi mai controllare. Il caso, in questo caso, si intreccia con un imperscrutabile fato che ha determinato e determina la nostra catena evolutiva, biologica, psichica, esistenziale, culturale e spirituale.

C’è un disegno evolutivo dietro il caso? La risposta è certamente affermativa!

Ma la riflessione sul caso ha come specchio la storia biografica, artistica, esistenziale e tragica di Pier Paolo Pasolini che è ancora un caso. Nella notte a cavallo tra il 1 e il 2 novembre di 50 anni fa veniva assassinato barbaramente. Il suo è stato un vero martirio, non solo una brutale e mortale aggressione. Ancora, come tanti altri misteri della fantomatica repubblica italiana, tanti crimini sono avvolti nel mistero dei tanti buchi neri che costellano l’universo italico. Pasolini, quella notte nell’Idroscalo di Ostia ha subito un martirio come tutti coloro che hanno avuto una fede nel pathos e non si sono piegati a qualsivoglia potere corruttivo. Appartengono a quella famiglia di rari spiriti che hanno creduto negli ideali e nei principi etici, politici ed esistenziali, che hanno illuminato la propria coscienza e considerato un valore sacro, irrinunciabile, imprescindibile la storia della loro anima.

Qual è la possibile significativa lezione che ci ha lasciato Pier Paolo Pasolini, oltre la sua straordinaria testimonianza che ha spaziato nei diversi linguaggi, la sua tagliente e corrosiva analisi antropologica e sociologica, la sua visione estetica ed eretica nei diversi campi culturali (letteratura, teatro, cinema, architettura, musica)?

Per quanto mi riguarda il suo testamento spirituale può essere racchiuso in una folgorante immagine che troviamo alla fine dell’Articolo delle lucciole (1 febbraio 1975): “Io darei l’intera Montedison per una lucciola”. Dentro questa dichiarazione c’è tutta la storia di Pasolini. Le lucciole si sono caricate di un messaggio potentemente epifanico. Perché la sua vita è stata eretica, oltre che profetica. Ed è a questa fonte ispirativa che trae la sua linfa il saggio scritto a quattro mani (oltre le mie anche quelle di Antonio Pugliese) dieci anni fa (pubblicato nel 2016), “C’erano una volta le lucciole. La profezia di Pasolini”.

Ed è per il suo coraggio che è stato messo in croce: una croce che l’uomo Pasolini ha portato per poi esser sacrificato sull’altare del consumismo eretto dai mercenari che si sono appropriati del corpo materiale, ma non di quello spirituale, diventando capro espiatorio di un potere disumano che ha dissacrato qualsiasi religione, qualsiasi sentimento, qualsiasi anima:

“Sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti di cui il consumismo ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci”. (6 marzo 1975)

Quanta verità in queste parole! Lo possiamo constatare guardando le scene che vengono proiettate sul “palco-oscenico” dei media – non solo la televisione diventata inguardabile con tutte quelle figure caricaturali e demenziali che si agitano e si esaltano recitando, come aveva prefigurato Shakespeare, (Amleto, Atto V, scena V):

“La vita non è che un’ombra che cammina;

un povero commediante che si pavoneggia

e si agita sulla scena del mondo,

per la sua ora, e poi non se ne parla più;

una favola raccontata da un idiota,

piena di rumore e furore, che non significa nulla”.

Nel trattatello pedagogico dedicato al suo immaginario ideale allievo Gennariello (Paragrafo quarto, come parleremo), nel dipingere gli intellettuali italiani con tonalità sbiadite, rivela la sua visione etico-esistenziale della storia umana, focalizzando l’attenzione sul “progresso della storia”:

“Vedi Gennariello, la maggioranza degli intellettuali laici e democratici italiani si danno grandi arie perché si sentono virilmente “dentro” la storia: accettano realisticamente il suo trasformare la realtà e gli uomini, del tutto convinti che questa “accettazione realistica” sia frutto dell’uso della ragione. Io no, invece, Gennariello. Ricorda che io, tuo maestro, non credo in questa storia e in questo progresso. Non è vero che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che la società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua accettazione realistica è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti. È cioè, il contrario di un ragionamento, anche se spesso, linguisticamente, ha l’aria di un ragionamento. La regressione o il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione o con rabbia che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile. Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne e ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama gli uomini in carne e ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te”. (Lettere luterane, 27 marzo 1975).

La demistificazione, lo smascheramento delle tante menzogne e gli incredibili inganni che continuamente vengono confezionati per essere immesse nel mercato, l’impegno e la denuncia delle ingiustizie, la sua passione per la parresia, l’eresia dei suoi comportamenti, i tanti processi da cui si è dovuto difendere, la poesia che è affiorata dalle sue viscere come un parto spontaneo, ma con un travaglio indescrivibile, raccontano l’uomo Pasolini, come recitano le parole di Malcolm, in Macbeth di Shakespeare:

“Date parole al dolore: il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso e gli ordina di spezzarsi” (Atto IV, scena III).

Un dolore che spezza, come quello dei versi dell’Urlo; oppure lo racconta l’8 luglio del 1974 rivolgendosi a Italo Calvino (l’articolo inserito ne Scritti Corsari è titolato Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino, ma appare su “Paese sera” col titolo Lettera aperta a Italo Calvino: P: quello che rimpiango“):

“L’Italietta è piccolo-borghese, fascista, democristiana: è provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e volgare. vuoi che rimpianga tutto wquesto? per quel che mi riguarda personalmente, questa Italiaetta è stato un Paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni. questo un giovane può non saperlo. ma tu no…

Io so bene, Caro Calvino, come si svolge la vita di un intellettuale. Lo so perché, in parte, è anche la mia vita… Nel vivere questa vita, devorompere le barriere naturali (e innocenti) di classe. sfondare le pareti dell’Italietta, e sopingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino, il mondo sottoproletario e il mondo operaio.”

E  nella sua ultima “Lettera luterana a Italo Calvino (Il mondo, 30 ottobre 1975) dichiara la solitudine e il silenzio in cui è stato lasciato dopo che ha denunciato il perché la società italiana si stava abbrutendo nel mutare la propria antropologia sedotta dal consumismo. E  invita gli intellettuali di sinistra (oltre a Italo Calvino, Giuseppe Branca, Livio Zanetti, Giorgio Bocca, Claudio Petruccioli, Alberto Moravia) “ad intervenire in una mia proposta di processo contro i colpevoli di questa condizione italiana che tu descrivi con tanta ansia apocalittica”. Ma vox clamantis in deserto:

“Cosa dedurre da tutto questo? Che la “cancrena” non si diffonde da alcuni strati della borghesia (romana), (neofascista) contagiando il paese e quindi il popolo. Ma c’è una fonte di corruzione ben più lontana e totale. Ed eccomi alla ripetizione della litania. È cambiato il mondo di produzione enorme quantità, beni superflui, (funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il “nuovo mondo di produzione” ha prodotto dunque una nuova umanità, ossia una nuova cultura: modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale “nuova cultura” ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce valori e modelli propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia. I figli della borghesia … si pongono come esempi a coloro che economicamente sono impotenti a farlo, e vengono ridotti appunto a larvali e feroci imitatori. Di qui la loro natura sicaria, da SS. Il fenomeno riguarda così l’intero paese”.

La “profezia di Pasolini” si sta manifestando nel delirio di onnipotenza che sta portando l’umanità all’auto-annientamento: non solo il consumismo e l’edonismo hanno omologato e mutato antropologicamente la società, ma il potere smisurato della tecnologia sta recidendo le radici che affondano nella terra, con la memoria millenaria che ogni individuo si porta dentro il DNA, un tesoro di esperienze e di archetipi che affiorano trasfigurate e sublimate nel momento in cui l’anima ascolta il racconto e il canto della natura.

Lo avevano colto da prospettive diverse sia Carl Jung che Ernesto De Martino:

Chi è privo di miti è un uomo che non ha radici, senza un vero rapporto con il passato, con la vita degli antenati (che pure continua in lui) e con la società umana del suo tempo” (Carl Jung, Simboli della trasformazione, 1912).

“Alla base della vita culturale del nostro tempo sta l’esigenza di ricordare una patria e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col mondo. Coloro che non hanno radici, e sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio nella memoria a cui l’immagine e il cuore tornino sempre di nuovo e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”. (Ernesto De Martino, L’etnologo e il poeta, 1959

 

Le due serate dedicate a Pier Paolo Pasolini (1 e 2 novembre) nei locali del Pommidoro e del Biondo Tevere a Roma. I luoghi e i momenti che hanno segnato il tragico epilogo della vita di Pasolini  

Al prologo segue l’epilogo dopo aver raccontato solo una faccia dei tanti volti di Pasolini. Non più sul treno verso Roma come avevo sperato ma nel mio frammento di mondo tra gli ulivi, i sacri e maestosi ulivi: il sole illumina la loro anima disegnando nuovi e inesplorati orientamenti. Perché in questo frangente sono mutate le concatenazioni del mio destino; e a seguire nuovi intrecci nel tessuto di altri eventi temporali e spaziali che nessuno potrà prevedere.

“Pasolini in forma canzone” si svolge al ristorante dove lo scrittore e regista ha cenato il 1 novembre del 1975, il “Pommidoro” e al “Biondo Tevere”. Una cena, poi intermezzi musicali e interventi per ricordare lo scrittore, il poeta, il regista. Se fossi stato presente avrei parlato del mio rapporto con lo scrittore soffermandomi, in particolare, sui motivi che mi hanno spinto a scrivere il saggio “C’erano una volta le lucciole. La profezia di Pasolini”, insieme ad Antonio Pugliese. La scoperta delle lucciole e del loro valore poetico e profetico, (“Articolo delle lucciole”, 1 febbraio 1975), dei testi letterari in cui le lucciole appaiono, il messaggio attuale degli Scritti Corsari e delle Lettere luterane, le verità che con coraggio sono state testimoniate da Pasolini prima della sua tragica scomparsa a 53 anni. Ma anche il suo rapporto tormantato con la Calabria e soprattutto come Pasolini abbia inciso nel mio percorso umano, intellettuale e culturale, in quanto mi ha svelato le chiavi interpretative per guardare alla società con una visione divergente, demistificante, eretica, nel significato spiegato da don Luigi Ciotti:

“Vi auguro di essere eretici perché eresia dal greco significa scelta. Eretico è la persona che sceglie. L’eretico è colui che più della verità ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti prima di quella delle parole. L’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. L’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità, dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri, chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia chi approfondisce chi si mette in gioco in quello che fa chi crede che solo nel “noi” l’”io” possa trovare una realizzazione. Chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie, chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca.” (Trascrizione dell’intervento di Don Luigi Ciotti del 10/05/2014 al Congresso di Slow Food Italia, ora in un libro dal titolo “L’eresia della verità” 2017).

Durante la serata si alterneranno sul palco attori, artisti e musicisti che gli renderanno omaggio, con letture, proiezioni reinterpretazioni delle opere da lui realizzate, per ricordare e celebrare la sua arte, le sue parole e quanto manca al mondo contemporaneo. “La morte non è nel non poter più comunicare, ma nel non poter più essere compresi. La ricerca di comprensione, nel doppio significato: intellettuale e affettivo, sarà lo sfondo evocativo ed artistico degli incontri su Pier Paolo Pasolini, nelle giornate che, 50 anni fa, hanno visto gli ultimi momenti di vita del grande intellettuale, nei due ristoranti romani che per ultimi lo hanno accolto”. È lo spirito con il quale è stata ideata la II edizione dell’evento. Artefice Marco Marchese Borrelli e promosso e sostenuto da ASI CULTURA in collaborazione con PARODOI ETS. Le due serate sono vissute tra cibo e cultura, come piaceva a Pasolini, nell’umana convivialità. Nel corso degli eventi gli attori Andrea Tidona e Pietro De Silva e il gruppo musicale i “Marcondiro” che si esibiranno in performance artistiche dedicate a Pasolini.

Ci sarà inoltre la possibilità di uno spazio inclusivo, durante il quale i partecipanti potranno leggere loro brani dedicati a Pasolini o testi di Pasolini stesso, per ricordare, condividere, comprendere. Verranno anche proiettati degli spezzoni estratti dalle pellicole, con cui ha dipinto, denunciato, raccontato e profetizzato, attraverso le immagini e la musica, tutte le sfaccettature dell’essere umano contemporaneo e della società in cui vive.

Con le proiezioni si darà particolare attenzione al suo grande talento di “pittore di fotogrammi”. In merito si ricorda, ad esempio, la composizione filmica del celebre dipinto “Deposizione della croce” del Rosso Fiorentino del 1521 oppure la sua interpretazione de “l’allievo di Giotto” ne “il Decameron” del 1971, primo dei film della “triologia della vita”, che nella scena finale (chiesa di Santa Chiara A Napoli), ad affresco compiuto dice: “perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto”.

Meno conosciuta la vena di Pasolini come raffinato autore di canzoni, dalle prime scritte per Laura Betti, “Valzer della toppa”, “Macrì Teresa detta Pazzia” (musicate da Piero Umiliani) e “Cristo al Mandrione”, su musica di Piero Piccioni. Nella sua produzione come autore di testi per altri cantanti, ricordiamo “Il soldato di Napoleone” per Sergio Endrigo (1963), adattamento della poesia omonima compresa nel ciclo “I Colussi” (la famiglia della madre di Pasolini) e per i suoi film: “Uccellacci e uccellini”, messa in musica da Ennio Morricone nell’omonimo film diretto da Pasolini nel 1966, che fu affidata alla voce di Domenico Modugno, così come “Cosa sono le nuvole” (di cui Modugno firmava anche la musica) che compariva all’interno dell’episodio “Che cosa sono le nuvole?”, girato da Pasolini nel 1968 per il film “Capriccio all’italiana”. La band Marcondiro eseguirà ancora canzoni di Pasolini e brani composti dai compositori dei suoi film ed altri a lui dedicati.

Infine saranno proposte alcune canzoni contenute nel disco “Luna di giorno, le canzoni di Pier Paolo Pasolini” pubblicato nel 1995 dalla IT di Vincenzo Micocci, da un’idea di Luciano Ceri e con la consulenza artistica di Laura Betti.

 

Per chiudere, il testo della canzone di Fabrizio De André, dedicata a Pasolini, Una storia sbagliata (1980)

È una storia da dimenticare
È una storia da non raccontare
È una storia un po’ complicata
È una storia sbagliata

Cominciò con la luna sul posto
E finì con un fiume di inchiostro
È una storia un poco scontata
È una storia sbagliata

Storia diversa per gente normale
Storia comune per gente speciale
Cos’altro vi serve da queste vite?
Ora che il cielo al centro le ha colpite
Ora che il cielo ai bordi le ha scolpite

È una storia di periferia
È una storia da una botta e via
È una storia sconclusionata
Una storia sbagliata
Una spiaggia ai piedi del letto
Stazione Termini ai piedi del cuore
Una notte un po’ concitata
Una notte sbagliata

Notte diversa per gente normale
Notte comune per gente speciale
Cos’altro ti serve da queste vite?
Ora che il cielo al centro le ha colpite
Ora che il cielo ai bordi le ha scolpite

È una storia vestita di nero
È una storia da basso impero
È una storia mica male insabbiata
È una storia sbagliata
È una storia da carabinieri
È una storia per parrucchieri
È una storia un po’ sputtanata
O è una storia sbagliata

Storia diversa per gente normale
Storia comune per gente speciale
Cos’altro ti serve da queste vite?
Ora che il cielo al centro le ha colpite
Ora che il cielo ai bordi le ha scolpite

Per il segno che ci è rimasto
Non ripeterci quanto ti spiace
Non ci chiedere più com’è andata
Tanto lo sai che è una storia sbagliata
Tanto lo sai che è una storia sbagliata.

 

 

[1] P.P.Pasolini, “Lettere Luterane”,  Gennariello, 13 marzo 1975