Il Sogno Mediterraneo di Maverick Lo Bianco nella sua Trilogia cinematografica
Sarà presentata martedì 28 ottobre, nella Chiesa degli artisti a Roma ore 18.30), l’opera di questo giovane autore, regista e attore, ispirata al patrimonio di valori culturali e spirituali dei popoli mediterranei, una eredità incommensurabile consegnata dagli antichi, ancora pulsante nel DNA nelle regioini del Mezzogiorno, come quella della Magna Grecia. Ripensare e riflettere sul Mediterraneo significa ritrovare i principi che hanno edificato le più grandi civiltà fino adesso conosciute nella storia, come quella classica – su cui si è innestata la cristiana – e umanistico-rinascimentale. Fondamentalmente ritornare al Mediterraneo significa ritrovare la misura umana di se stessi e delle proprie azioni in un mondo che è diventato smisurato e disumano, in cui impera il delirio di onnipotenza, e che sta mettendo a rischio il futuro delle nuove generazioni sempre più oscuro.
Se non si inverte rotta l’umanità sarà destinata verso la propria autodistruzione.
“La storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità -nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente che ci circonda e ci assedia. Più di ogni altro universo umano ne è la prova il Mediterraneo, che ancora si racconta e si rivive senza posa. Per gusto, certo, ma anche per necessità. Essere stati è una condizione per essere.
Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme… Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare. Tutto questo perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo…
(Fernand Braudel, Il Mediterraneo, 1949)
Oltre le Colonne d’Ercole la smisuratezza
Basta dire Mediterraneo e il filo del tempo e della storia si riavvolge come per incanto. L’evocazione diventa rievocazione e ci riporta nostalgicamente o fantasticamente nell’anima profonda di una memoria, di una eredità, di un patrimonio incommensurabili: esperienze, linguaggi parlati, scritti, vissuti, perduti, ritrovati, da attraversare, da scoprire, da amare. È il viaggio che ognuno di noi sogna di compiere perché lo spirito vitale, la sua poesia, il suo canto, il suo dolore, il suo amore, la sua segreta e arcana energia, entrano dentro le nostre occulte dimore, nelle profondità della psiche e ci raccontano la verità per cui siamo nati e destinati. L’identità del Mediterraneo si riassume poeticamente e profeticamente negli archetipi, nei miti: chiavi per entrare nella nostra storia contemporanea con le sue onde cariche di memoria che si sono versate e riversate. Nei suoi innumerevoli specchi affiorano i riflessi degli dei, degli eroi, degli uomini che nel silenzio, lo hanno contemplato e sognato o immaginato e desiderato.
Noi dobbiamo ritornare a rinascere nella culla del Mediterraneo, riflettere sul significato geopolitico ed esistenziale di questo spazio. Se amiamo la vita, se amiamo la natura, se amiamo la bellezza che sa promanare l’arte e l’umanità con la sua anima, dobbiamo ritornare nell’anima del Mediterraneo, così come Ulisse è ritornato a Itaca. Se l’umanità ancora può sognare un futuro, non possiamo prescindere dall’interrogare il Mediterraneo come un oracolo. Ogni luogo che si affaccia nei suoi innumerevoli occhi, porta dentro di sé il suo mistero, il suo logos, la sua memoria. Dobbiamo riappropriarci della sua antica voce se vogliamo che l’umanità ritrovi la sua misura. Il Mediterraneo rappresenta la misura dell’uomo ancora umano: “L’uomo è misura di sé stesso e di tutte le cose” (Protagora). È nella misura che le civiltà mediterranee hanno scoperto sé stesse. Conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei!
Da quando Ulisse ha oltrepassato le Colonne d’Ercole alla ricerca di “virtute e canoscenza” (Dante, XXVI canto dell’Inferno), l’umanità è naufragata nella smisuratezza, nel delirio di onnipotenza, nella dissacrazione, nella spietatezza e “il naufragar in questo mare” non è più dolce, come aveva immaginato nell’Infinito Giacomo Leopardi. L’uomo ha perso il controllo. Gli strumenti che usa sono sfuggiti di mano. Finché erano le mani che coltivavano e costruivano gli strumenti, finché la civiltà contadina ha resistito, ancora l’uomo era protagonista di sé stesso. Ora si sperimenta attraverso uno schermo e una tastiera: e basta un clic per massacrare e distruggere. È avvenuta una separazione tra natura, cultura e uomo da quando sulla scena recita l’artificio, il nuovo deus ex machina: l’umanità ha perso sé stessa. Gli oggetti che prima erano una estensione del corpo (M. McLhuan, Gli strumenti del comunicare, 1964) adesso agiscono al di fuori delle nostre facoltà. Il loro moto si è talmente rapido che è sfuggito dalla nostra orbita. Siamo stati espropriati dalla possibilità di comprenderne i meccanismi, di conoscerne gli effetti dei nostri comportamenti e non abbiamo più la visione di ciò che si può generare sotto i nostri occhi esterrefatti, sempre più reclusi nei nuovi labirinti cibernetici. Abbiamo sfidato gli dei con la hybris e la conseguenza è la nemesi.
Crediamo che ormai sia chiaro quello che stia avvenendo: se prima il guerriero si misurava attraverso la propria abilità, adesso è la tecnologia che impone il suo mostruoso dominio. L’intelligenza, la sensibilità, le abilità, i sentimenti, i sogni sono fuori gioco e anche l’essere più vile, più infimo, può dominare con una tastiera in mano. È in atto un processo involutivo sotto il profilo antropologico e ontologico (la “mutazione antropologica” denunciata da Pier Paolo Pasolini a 50 anni dalla sua tragica scomparsa, ha assunto connotati ancora più devastanti). È la tecnica che produce se stessa e impone la sua legge che sfugge a qualsiasi dimensione umana. Siamo entrati nell’era del transumanesimo: l’uomo sarà destinato ad essere sostituito dagli umanoidi e controllato dagli algoritmi. Accade adesso che una ristrettissima oligarchia orienta i destini dell’umanità con il potere tecnocratico. Questo è stato il passaggio inquietante avvenuto in questi ultimi tempi. Tutto è iniziato nel momento in cui l’uomo ha oltrepassato le Colonne d’Ercole, con la conquista dell’America, il massacro dei nativi americani e lo sviluppo inarrestabile del capitalismo attraverso lo sterminio, la propaganda e la colonizzazione. La storia si ripete. Con altre forme, con altri strumenti e tecniche, ma il metodo è identico. Per questi motivi umani, etici, culturali, antropologici, esistenziali, epistemologici, il Mediterraneo rappresenta lo specchio in cui riflettere il nostro destino, come ha profeticamente e poeticamente intuito Friedrich Hölderlin:
Può un uomo, quando la sua vita non è che pena
guardare il cielo e dire: così
Anch’io voglio essere. Si. Fino a che l’amicizia,
L’Amicizia schietta ancora dura nel cuore
Non fa male l’uomo a misurarsi
con la divinità. Dio è sconosciuto?
E’ egli manifesto e aperto come il cielo? Questo
piuttosto io credo. Questa è la misura dell’uomo.
Pieno di merito, ma poeticamente, abita
l’uomo su questa terra. Ma l’ombra
della notte con le stelle non è,
Se così posso osar di parlare, più pura
Dell’uomo, che si chiama immagine della divinità.
C’è sulla terra una misura? No.
Non ce n’è alcuna.
Ad evocare il potere demiurgico della misura, anche Furio Jesi, in Letteratura e mito (1962):
“Lasciar maturare i frutti in un tempo che pare attardarsi infecondo, è l’accettazione della misura: così che pazienza e solitudine sono le condizioni d’attesa; e d’altronde la misura non può nascere che da solitudine e pazienza, quando – nel paziente e solitario attardarsi entro il caos che pare infecondo – la misura dei confini umani – la misura prima della poesia – giunge a sanare il dissidio dell’animo e della sensazione, ed è un essere afferrati dalla grazia, un purificarsi nell’anonimità dell’uomo che fronteggia l’anonimità del Dio”.
La chiave che può declinare quella bellezza salvifica è la misura che ci viene dettata dal Mediterraneo: quella della civiltà classica, della Magna Grecia che si è impressa negli occhi dei protagonisti dell’età umanistico-rinascimentale. Per declinare il futuro bisogna ritornare alla copula mundi di Marsilio Ficino, all’Uomo vitruviano di Leonardo, all’unione tra la terra e il cielo, alla “misura dei confini umani” che segna il confine del mistero dell’universo.
È con questa coscienza e luce spirituale che un giovane attore e regista ha concepito la sua trilogia cinematografica sul Mediterraneo. Pensato e ideato come unione tra popoli e culture, attraverso l’arte, il cinema e la religiosità. Verrà presentata martedì 28, in un luogo simbolo dell’arte e della spiritualità, la Chiesa degli artisti a Roma, (ore 18.30). Maverick Lo Bianco, in questi tempi “dissacrati e sprofetizzati” riscopre le sue radici e sente rinascere un altro tempo. Nelle sue vene sente scorrere il sangue della Magna Grecia. Comprende che i tempi sono maturi per seminare il suo messaggio e ha deciso di far sentire la voce di una memoria antica e arcana che interroga il genius loci della terra dove hanno vissuto i suoi avi, ritornando a ripercorrerla con lo sguardo contemplativo per avere un responso sul futuro che incombe. Avverte potente il desiderio di leggere i segni, di interrogare lo spirito di uomini e donne che hanno vissuto e testimoniato il bene e l’amore per una umanità sofferente, che si sono elevati umanamente e spiritualmente, e non rinuncia al sogno più antico del mondo: scoprire la bellezza che risiede misteriosa nel creato, essere parte del miracolo e della meraviglia che sanno suscitare le creature e, a sua volta, lasciarsi ispirare da quella Entità che ha dato luce alla sublime visione che si travasa nell’incanto del Mediterraneo, con l’anelito e lo spirito che si può cogliere nell’Horatio de hominis dignitate di Pico della Mirandola, per solcare le acque della dignità e della libertà dell’uomo. Il suo è un messaggio da trasmettere alle nuove generazioni che oggi, più che mai, rischiano di essere risucchiati nei buchi neri dei nichilismi attraverso l’uso ossessivo della tecnologia che brucia il tempo e l’anima. Il ritorno alle passate impronte del Mediterraneo, a quelle memorie che si riversano nelle sue onde, può avere un effetto catartico, rigenerante, capace di ispirare armonia, accordi smarriti, risonanze interiori ancestrali. Lo aveva evocato Giovanni Pascoli, in riva allo Stretto, nel 1898 (l’occasione è stata una commemorazione di un latinista di Reggio Calabria, Diego Vitrioli (Giovanni Pascoli, Pensieri e discorsi, Un poeta di Lingua morta, 1914).
Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte.
Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, immagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia…
Maverikc Lo Bianco è alla ricerca delle diverse identità del Mediterraneo che si declinano nelle innumerevoli esperienze di incontri tra popoli e culture: vuole scoprire che cosa nasconde il tempo, quale segreto custodisce la storia millenaria di questo mare attraverso il viaggio tra teatro e cinema, tra idee e parole, tra segni e immagini dei luoghi che ancora sanno raccontare il mito, sanno misurarsi con il magistero cosmico. Questo giovane attore e regista sente di appartenere ad una storia che al di fuori della storia, che deve essere riscoperta e riconosciuta, perché la cronaca di questi tempi è senza più misura, è senza più storia: distrugge l’umanità, cancella l’alfabeto dell’anima, annienta la spiritualità e di riflesso l’anelito al bene, alla pietas, alla fraternità, al rispetto di quegli ideali e principi che hanno reso gli esseri umani degni e magni. Ora imperano esseri vili e ostili, invasati di delirio di onnipotenza, che si esibiscono sul “palco-oscenico” mediatico con il complice e corrotto corteo a omaggiarli come divinità nell’olimpo omertoso e criminale della demagogia, dell’ipocrisia e della follia.


La maieutica luce del passato che riflettono gli occhi magnetici del Mediterraneo
Il Mediterraneo basta solo evocarlo affinché l’orizzonte possa emanare l’antica poesia e la sua sconfinata luce. La sua mitologia affascina, rapisce. Ed è ispirato al Mediterraneo il “pensiero meridiano” elaborato da Albert Camus (L’uomo in rivolta, 1951) fondato proprio sul concetto di misura, ripreso dal pensiero greco. L’armonia, la proporzione e il limite erano infatti alla base della religione, dell’estetica e dell’etica greca. Anche il concetto di giustizia era legata all’idea di equilibrio e métron: chi infrange l’ordine divino, macchiandosi di hybris (smisuratezza) può ristabilire il giusto ordine del fato solo attraverso la punizione divina. I poteri totalitari del Novecento hanno sacrificato la natura e la bellezza in nome dell’azione e della potenza, attraverso la dismisura (il culto della personalità, i nazionalismi, gli assolutismi, i dogmi). La riappropriazione della natura e della bellezza è il primo compito per l’uomo che voglia recuperare la fede nella rivolta autentica e nei valori scoperti attraverso l’eredità che si è costituita dentro il cuore palpitante del Mediterraneo. L’assurdo dell’esistenza e di un mondo che ha prodotto e produce la smisuratezza, l’ingiustizia, il male assoluto e il nichilismo, si combatte mettendo al centro l’uomo che riscopre la sua mediterraneità.
La concezione del “pensiero meridiano” come misura e coscienza del limite fa parte della riflessione filosofica, antropologia e sociale di Franco Cassano, per ripensare il ruolo del Meridione (Il pensiero meridiano, 1992):
“Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello del rapporto con l’altro diventa difficile e vera… esiste in forme disperse e talvolta malate e bisogna imparare a cercarlo: lo si può trovare nei nostri sud interiori, in una follia, in un silenzio, in una sosta, in una preghiera di ringraziamento, nell’inettitudine dei vecchi e dei bambini, in una fraternità che sa schivare complicità e omertà, in una economia che non abbia ripudiato i legami sociali. Lo si può trovare nei sentimenti dove vivono più patrie, dove alla semplicità del sì e del no si sostituiscono i molti veli della verità” (Franco Cassano, Il pensiero meridiano, 1996)
Il Mediterraneo è anche il Mare da dove nascono i miti scoperto da Giuseppe Berto nei primi anni ’50 eleggendo Capo Vaticano la sua patria spirituale, il suo Genius loci:
“Entro quei visibili confini, c’era il mare che, quando il mondo era nuovo e misterioso, aveva fatto nascere i miti di Scilla e Cariddi e delle Sirene, e la favola di Ulisse, che per quelle acque era andato navigando, ansioso di conoscere ciò che vi era di più bello e terribile sulla terra. Ormai gli uomini hanno esperimentato troppe cose per lasciar sopravvivere una poesia così legata agli elementi e alla natura”
Ritornare a riscoprire il Mediterraneo, con una visione nuova, come sta facendo Maverick Lo Bianco, con le radici secolari dei sacri ulivi che raccontano l’anima della regione dove sono nati e cresciuti i suoi genitori e i suoi antenati, la Calabria (la cui radice etimologica ci restituisce una terra dove far sorgere il bello), significa fondamentalmente ritornare a misurarsi con se stessi, con il proprio destino non più clandestino.
Crediamo sia importante rimettere al centro il concetto che si porta dentro la storia del Mediterraneo fin quando i popoli viaggiavano, si incontravano, dialogavano, crescevano insieme, imparando, interrogandosi, creando e rinnegando la violenza e la prepotenza, la guerra e la spietata occupazione per imporre il dominio. A dominare devono essere i valori umani e le azioni che possano coltivare l’humus insito nell’umiltà e nell’essere umano. Non abbiamo altra scelta: il modello del PIL (la più grande sciagura che sia stata concepita per la società), del capitalismo feroce, del mercato per il mercato, sta distruggendo l’umanità. Sono le industrie belliche che dettano incontrastate il loro potere distruttivo: è il dio degli eserciti che plasma i governi a sua immagine e somiglianza.
È necessario ricodificare i linguaggi: le parole che abbiamo adottato e che tessono i nostri pensieri – come il PIL – sono piene di inganni e di trappole, hanno diffuso menzogne e odio. Il postulato per declinare la verità della nostra nuova storia, è ritornare al sogno del Mediterraneo: il viaggio di Ulisse che ritorna ad Itaca, non quello che oltrepassa le colonne d’Ercole e lo porta nell’abisso infernale. Il Mediterraneo è luce, è fioritura dell’essere, è anima che riconosce l’epico canto dell’aedo e illumina la rotta verso la rinascita della civiltà, non quella che sta portando al disastro. Il Mediterraneo ci insegna l’unicità e la sacralità di ogni essere umano e il disegno della misura nella storia evolutiva dell’uomo e dell’umanità.
Il Mediterraneo rappresenta il sogno di Maverick Lo Bianco, un giovane che riscopre la poesia, l’arte, la cultura fioriti tra i popoli che lo hanno interrogato e vissuto. E la sua recente battaglia per far riaprire il Teatro Quirinetta a Roma e farne un luogo di incontro e di interscambi culturali a livello internazionale, una “casa” dove gli artisti si possono misurare e ispirare, si coniuga nel progetto internazionale attraverso la fondazione della compagnia “Never”, che promuove l’impegno a non arrendersi mai, di non smettere mai di sognare, visione esistenziale che si evince nella celebre massima di Nelson Mandela: “Il vincitore è il sognatore che non si è mai arreso”.
“Dove la storia è distrutta, resta la poesia”. Le rievocate parole del Pascoli hanno la potenza di una sentenza destinata ad attraversare i secoli, perché il Mediterraneo “è uno di quei luoghi in cui la verità è inseparabile dalla felicità” (Albert Camus)


