Asilo e migranti, la Corte UE boccia la linea del governo italiano sui “Paesi sicuri”
Con una sentenza attesa e destinata a fare scuola, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che un “Paese di origine sicuro” deve esserlo per tutti i cittadini e su tutto il territorio nazionale. La pronuncia, emessa venerdì, ha importanti ricadute per l’Italia, dove alcuni tribunali avevano sollevato dubbi sulla legittimità dell’allargamento della lista dei Paesi considerati “sicuri” voluto dal governo Meloni.
Secondo la Corte, pur riconoscendo agli Stati membri la facoltà di redigere in autonomia tale elenco, è fondamentale che i giudici nazionali possano contestare la classificazione quando ritengano che non rispetti i criteri europei. Un principio che riafferma il ruolo dei tribunali nel garantire la corretta applicazione delle direttive UE.
Al centro della controversia vi è la decisione dell’esecutivo italiano di includere Paesi come Egitto e Bangladesh nell’elenco dei Paesi sicuri. Una scelta che consente di applicare procedure accelerate per la richiesta d’asilo, con l’effetto pratico di rendere più rapide le espulsioni e trattenere i richiedenti nei centri in Albania mentre attendono l’esito. Ma per molti giudici italiani, la sicurezza in quei Paesi non è garantita per tutti né in tutte le zone.
Il concetto di “Paese sicuro”, introdotto da una direttiva europea del 2013, si basa sul rispetto dei diritti fondamentali e su un sistema democratico. Tuttavia, la prassi ha mostrato ampie discrepanze tra gli Stati membri: l’Italia, ad esempio, considera “sicura” anche la Tunisia, dove le discriminazioni verso i migranti subsahariani sono documentate da anni.
La Corte UE ha riconosciuto che diversi tribunali già seguivano un’interpretazione restrittiva del concetto di “Paese sicuro”, ma il governo italiano ne aveva adottata una più flessibile, definendo sicuri anche Stati con criticità geografiche o sociali rilevanti. Ora l’Alta Corte ha stabilito che tale lettura non è conforme al diritto europeo, dando quindi ragione ai giudici che avevano sospeso i trasferimenti dei migranti nei centri albanesi.
L’impatto della sentenza sarà però limitato nel tempo. Come precisato dalla stessa Corte, l’attuale interpretazione resterà valida fino a giugno 2026, data in cui entrerà in vigore il nuovo Regolamento UE sulla procedura d’asilo. La riforma, già al centro di polemiche, introdurrà un concetto meno stringente di “Paese sicuro”, eliminando l’obbligo che la sicurezza valga ovunque e per chiunque. Secondo le nuove regole, basterà che meno del 20% delle domande d’asilo presentate da cittadini di un certo Paese venga accolto per attivare la procedura accelerata, con possibilità di detenzione alla frontiera.
Il governo italiano ha reagito con fermezza. In un comunicato ufficiale ha contestato sia la possibilità per i giudici di mettere in discussione la lista dei Paesi sicuri stilata dal governo, sia la definizione ristretta fornita dalla Corte. E ha annunciato che nei dieci mesi che restano all’entrata in vigore del nuovo regolamento cercherà «ogni soluzione possibile, tecnica o normativa» per mantenere la sua attuale politica in materia di asilo e migrazione.
La sentenza della Corte UE riapre dunque il dibattito sulla compatibilità tra le scelte nazionali in materia migratoria e l’impianto giuridico europeo, con implicazioni che vanno ben oltre il caso italiano.
