Cinquegrana: “Il melograno di Persefone, mito greco e tormento preraffaellita”

“Persefone” – dal mito classico all’opera di Dante Gabriel Rossetti, il celebre ritrattista della corrente preraffaellita londinese. L’opera realizzata nel 1874, è conservata alla Tate Britain di Londra.

Intervista all’antropologo e studioso del mito Pino Cinquegrana

Cosa tratta questo mito che vede coinvolte le terre del Mediterraneo e alcuni narratori l’ambientano tra Nicotera e Vibo Valentia?

È la narrazione del rapimento della “Fanciulla” o “Kore” o “la Bella” da parte di Ade (Plutone). Uno dei miti più famosi della mitologia greca. Persefone, giovane e bellissima, stava raccogliendo fiori in un prato insieme ad alcune ninfe. Secondo alcune versioni, fu attirata da un fiore meraviglioso (un narciso, creato da Gaia su richiesta di Zeus e Ade). Quando si chinò per raccoglierlo, la terra si aprì e Ade emerse dal regno dei morti con il suo carro nero, afferrò Persefone e la portò con sé negli Inferi per farne la sua sposa. Un mito che trova similitudine con il racconto popolare a Maierato “a figghia d’a Draga”.

A questo punto come racconta il mito entra in gioco la madre di Persefone, Demetra. Giusto?

Sì. Demetra, la dea dell’abbondanza della terra, sconvolta per la scomparsa della figlia, iniziò a cercarla ovunque e trascurò la terra: i raccolti si seccarono, la carestia si diffuse, e gli uomini smisero di offrire sacrifici agli dei. Gli altri dei dell’Olimpo, come in un parlamento umanoide riunitisi d’urgenza, si rivolsero a Zeus (diciamo tipo presidente del Consiglio) affinché risolvesse la situazione. Ed ecco il compromesso. Zeus, per riportare l’equilibrio, ordinò ad Ade di restituire Persefone. Tuttavia, Persefone aveva mangiato alcuni chicchi di melograno negli Inferi (secondo la maggior parte delle versioni, sei chicchi), un atto che legava chiunque al regno dei morti. Anche in questo caso, una leggenda maieratana vuole che chi mangia i chicchi del melograno senza farne cadere un chicco riceverà tante monete d’oro che la sua vita sarà sempre una primavera, come nel mito di Persefone Ipponiate (d’altronde siamo ad appena dieci chilometri di distanza). Continuiamo la bellezza del mito. Poiché aveva mangiato il frutto degli Inferi, non poteva più tornare completamente nel mondo dei vivi. Si trovò quindi un compromesso: Persefone avrebbe trascorso una parte dell’anno con Ade negli Inferi (autunno e inverno) e l’altra parte con sua madre sulla terra (primavera ed estate).

Cosa attrae Gabriel Rossetti a riprodurre su tela questo mito, culto della bellezza?

La storia affascinò così tanto il pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti che dipinse il soggetto in diverse versioni (otto in totale tra il 1872 e il 1882), modificando gradualmente l’aspetto di Persefone affinché assomigliasse alla moglie defunta, Elizabeth Siddal. L’opera riflette il suo tormento creativo e sentimentale: l’ossessione per Jane Morris, la bellissima modella che incantò il pittore londinese. Rossetti gioca su questo doppio livello: mitologico (in merito alle stagioni) e autobiografico, scolpendo in pittura la figura di una donna divisa fra amore e prigione, bellezza e tragedia.

Cosa rappresenta il dipinto?

Esso va letto a più livelli, ovvero nell’intento di riprodurre il mito, Rossetti ritrae Jane Burden (moglie di William Morris e sua amante) nei panni della regina dell’Oltretomba, Persefone. In secondo luogo, gioca sull’evidenziare il frutto fatale: il melograno morsicato è simbolo di prigionia mitologica e al tempo stesso richiamo a fedeltà e matrimonio. Come linguaggio simbolico pone accanto alla divinità l’edera che richiama la memoria che aggrappa e avvince. Ed infine il tocco di luce e ombra è allusione voluta alla speranza e alla vita esterna.