Pasolini, le lucciole, le profezie, le passioni e il suo sacrificio

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Nel centenario della nascita del poeta, scrittore e regista è arduo poter tracciare un ritratto di una figura così complessa che ha segnato come nessun altro  la storia dell’Italia dal dopoguerra fino al momento del barbaro assassinio, nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. Nella multiforme esperienza umana, esistenziale, artistica e intellettuale di Pier Paolo Pasolini, la Calabria ha un ruolo da protagonista.   

Vola, o lucciola, sopra i fossi tremanti

Di canti insonni nella polvere dei borghi…

 È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre è il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile …

(P.P. Pasolini, Supplica a mia madre, scritta il 24 aprile 1962, inserita nella prima edizione del libro “Poesia in forma di rosa”)

È impossibile dire che razza di urlo

sia il mio: è vero che è terribile

– tanto da sfigurarmi i lineamenti

rendendoli simili alle fauci di una bestia –

ma è anche, in qualche modo, gioioso,

tanto da ridurmi come un bambino.

È un urlo fatto per invocare l’attenzione di qualcuno

o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.

È un urlo che vuole far sapere,

in questo luogo disabitato, che io esisto,

oppure, che non soltanto esisto,

ma che so. È un urlo

in cui in fondo all’ansia

si sente qualche vile accento di speranza;

oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda,

dentro a cui risuona, pura, la disperazione.

Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa

questo mio urlo voglia significare,

esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.

(P.P. Pasolini, i versi sono tratti dal film (1968) e dal romanzo Teorema,1969)

Alì dagli Occhi Azzurri

uno dei tanti figli di figli,

scenderà da Algeri, su navi

a vela e a remi. Saranno

con lui migliaia di uomini

coi corpicini e gli occhi

di poveri cani dei padri

sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,

e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.

Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.

Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,

a milioni, vestiti di stracci

asiatici,e di camicie americane.

Subito i Calabresi diranno,

come da malandrini a malandrini:

” Ecco i vecchi fratelli,

coi figli e il pane e formaggio!”

(Pier Paolo Pasolini, Profezia, 1962)

L’eretico e il profetico 

Riavvolgiamo il filo del tempo a partire dalla giornata odierna, 5 marzo 2022.  È trascorso un secolo da quando veniva alla luce Pier Paolo Pasolini. Una data importante per un uomo, uno scrittore e un regista che ha segnato la storia del nostro Paese non solo con le sue opere narrative, poetiche e cinematografiche, ma anche con le sue posizioni controcorrente dirompenti, corrosive, eretiche, corsare, che hanno aperto delle voragini nelle coscienze e nei molteplici pregiudizi e retaggi che hanno dominato e dominano le sovrastrutture della società di allora come quella di oggi. È indubbio che è stato un intellettuale che ha smascherato le ipocrisie in particolare della sinistra radical chic sia per via della sua omosessualità ma soprattutto per il coraggio di denunciare la corruzione e le falsità con cui veniva costruito quel modello sociale – plasmato dall’ideologia dei consumi – che ha annientato le culture, le tradizioni, le identità e anche la politica. È stato un eretico, per usare le parole che Luigi Ciotti formula ne “L’eresia della verità” (2017): L’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità, dell’impegno… Chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie … Chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza che sono le malattie spirituali della nostra epoca.”

Ci sono delle date che segnano la storia, altre invece la coscienza, la vita, la memoria, i sentimenti, come l’anno 1962 in cui scrive Profezia, Supplica a mia madre e quelli tratti da Teorema, film e romanzo. Sono testi che rivelano in profondità la storia della sua vita e del suo destino, i poli esistenziali, carichi di tensione emotiva e drammatica: l’amore assoluto e la disperazione assoluta, che si esprimono nei confronti della madre: “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,/ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.”;  e che si traducono nell’urlo disperato, terribile, ma anche gioioso e innocente di Teorema: Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa/questo mio urlo voglia significare,/esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine. E poi la sua carica profetica, come in ogni esistenza vissuta in profondità, come dono assoluto e sacrifico. Il testo “Profezia” conosciuto come “Alì dagli azzurri”, è considerato uno dei componimenti tra i più importanti del nostro tempo. Scritto, probabilmente nel 1962 e pubblicato nel volume “Poesia in forma di rosa” l’opera è stata, per stessa ammissione del poeta, il frutto di una conversazione tra Pasolini e il suo amico Sartre. Testimonianza ne è la dedica che ne fa da introduzione: “A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato la storia di Alì dagli Occhi Azzurri”. Pasolini si trova a Parigi per far vedere il Vangelo, resta fortemente deluso, per non dire offeso, dalla reazione degli intellettuali francesi marxisti. Sartre lo consola e Pasolini dice: “Ho dedicato a lei, Sartre, una poesia, Alì dagli Occhi Azzurri, sulla base di un racconto che lei mi fece a Roma…”. E Sartre gli risponde: “Sono del suo avviso che l’atteggiamento (della sinistra) francese di fronte al Vangelo… è un atteggiamento ambiguo. Essa non ha integrato Cristo culturale. La sinistra lo ha messo da parte. Né si sa che fare dei fatti che concernono la cristologia. Hanno paura che il martirio del sottoproletariato possa essere interpretato in un modo o nell’altro nel martirio di Cristo”. Nel 1964, anno di uscita della raccolta “Poesia in forma di rosa” Pasolini pubblica ancora una seconda versione della Profezia e la mette nella importante raccolta di racconti, sceneggiature e progetti di film che va dal 1950 al 1965. Al volume, pubblicato nel 1965, l’autore addirittura conferirà il titolo di Alì dagli occhi azzurri. Il titolo viene spiegato alla fine in una “Avvertenza” che descrive l’incontro con Ninetto in un cinema romano. Ninetto è un “messaggero” e parla dei Persiani.

Il tempo declina e coniuga gli eventi, li ridefinisce, crea nuovi incroci, inaspettate corrispondenze in relazione a come gli scenari si presentano agli sguardi o alla narrazione che cattura e orienta il pensiero. Accanto registriamo – coscientemente o inconsapevolmente – i fenomeni sociali, antropologici, climatici, culturali che attraversano il tempo, lo spazio e la storia. Ed è alla luce di questa ampia visione che interpretiamo il passato – recente o più remoto – attraverso il presente, come un mosaico che ci mostra il disegno che prima non era possibile leggere con chiarezza perché mancavano alcune tessere o la nostra osservazione non riusciva a focalizzare l’immagine; o perché mancava la giusta luce che potesse illuminare lo sguardo. Qual sia la chiave per comprendere, discernere o accendere la luce dell’intuito, è avvolto dal caso e dal mistero. Certo, si tratta anche di un esercizio intellettivo, un coltivare con cura e pazienza il campo, ma soprattutto sperimentare lo spirito di osservazione affinché scienza e coscienza non siano divise ma entrino in relazione e svelino una nuova visione del mondo, dopo aver rigenerato quei processi “alchemici” che nessuna intelligenza razionale o artificiale potrà mai scoprire. Einstein ha spiegato la differenza tra intelligenza razionale e intuitiva. La prima deve essere serva della seconda, ma come osserva, “abbiamo fatto del servo il nostro padrone”. Ed è questo mistero che rende il nostro viaggio carico di fascino e di meraviglia: le sorprese, le scoperte, le corrispondenze, le coincidenze e le sincronie, il soffio del vento che fa fremere le foglie, lo sguardo che improvviso, come un raggio di sole, illumina un punto del paesaggio e crea nella nostra psiche antiche e arcane visioni. Ed è con queste facoltà che riusciamo a dare una lettura dello spirito dei tempi e del rapporto tra le creature viventi, esseri umani e il mondo. D’altronde la verità non parla mai una sola lingua: sono ancora tanti i suoi alfabeti non ancora tradotti, nonostante i progressi e l’ambizione dell’uomo di decifrare la natura attraverso i linguaggi che le scienze hanno codificato e sperimentano. Lo dimostra la Fisica dei Quanti.

Ma c’è anche un’altra storia: la verità è come l’acqua, perché per natura ha la capacità plastica di infiltrarsi in ogni interstizio, di affiorare dalle profondità  e di assumere le diverse e svariate sembianze, purché non venga inquinata e quindi possa dissetare semplicemente con la sua trasparenza. E dissolversi per diventare vapore che si condensa. Eppure quanto mistero si cela dietro una goccia, o un semplice fiore o il nostro alito!

E senza dubbio, in questa luce, profetico è stato anche quello che è passato alla storia come “l’articolo delle lucciole”,  pubblicato l’1 febbraio del 1975.  Pasolini è stato profetico così come nel testo Profezia, perché l’uomo, il poeta, il suo spirito, al pari di qualsiasi Cassandra o Laocoonte o Tiresia o Gioacchino da Fiore, hanno scavato profondamente nel presente, e ha presentito, leggendo i segni del suo tempo, il disegno, e di riflesso, ha osservato anche il nostro presente.            

Sono trascorsi 47 anni dalla sua uscita sulle pagine del “Corriere della sera”. Il titolo originario era Il vuoto del potere in Italia, diventato poi L’articolo delle lucciole ne gli Scritti Corsari curati dallo stesso Pasolini, prima della tragica scomparsa avvenuta nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. Dalla sua pubblicazione le lucciole hanno assunto una carica evocativa che non avevano mai conosciuto prima, con un significato simbolico e una forte connotazione politico-culturale. Di fatto quell’articolo rappresenta un evento che resta nella storia perché ha cambiato la visione e l’interpretazione del mondo segnando un’epoca: la storia che precede il 1 febbraio del 1975, e quella dopo. Nella sua analisi Pasolini denunciava con passione e preoccupazione l’inquinamento ambientale in atto a causa dell’ideologia dei consumi, prevedendo quello che sta accadendo a Madre Terra, con l’emergenza climatico-ambientale; ma anche il decadimento morale, culturale e politico dell’Italia.

Adesso, quando si pensa alle lucciole, diventa immediata l’associazione allo scrittore e regista: poeticamente e profeticamente ha costruito una chiave interpretativa per comprendere la nostra contemporaneità, coniando nuove categorie estetiche, concettuali, storiche, politiche e sociali, come “mutazione antropologica”, “omologazione” e “genocidio culturale”. Forse non è stato un caso che sia uscito il giorno prima della ricorrenza della Candelora, in cui si benedicono le candele, simbolo di Cristo, “nuova luce che illumina le genti” per rammemorare la presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme.

Nell’era della globalizzazione e dei social, la “mutazione antropologica” ha conosciuto un’inquietante ulteriore trasformazione che presumibilmente avrà come esito, se non ci sarà a breve una presa di coscienza da parte dei poteri economici e mediatici e, in primo luogo, da parte di noi tutti, la distruzione del bene più prezioso per l’essere umano, la stessa sua umanità in relazione con l’ambiente naturale, insieme alla semplicità, umiltà, autenticità e spontaneità. Accanto all’indifferenza e alla insensibilità che dominano i comportamenti e i sentimenti, si lega il processo di narcotizzazione che va in scena sotto gli occhi inconsapevoli e sempre più miopi dei nuovi consumatori social. Questi nuovi strumenti mediatici, così come ha fatto la televisione, ma con una forza ancora più pervasiva e invasiva, hanno la fondamentale funzione di iniettare nelle intelligenze e nelle coscienze un micidiale anestetico creando una narcosi, per orientare, condizionare e manipolare l’informazione e la visione del mondo. Si è di fronte ad un nuovo colossale inganno, ad un nuovo cavallo di Troia, che faranno della gran parte dell’umanità dei nuovi deportati psico-digitali da segregare negli invisibili labirinti, ma esibito come la nuova arca dell’alleanza per redimere i popoli dalla colpa del peccato originale, esibendo il capro espiatorio. Sui nuovi altari digitali va in scena la propiziazione e l’espiazione, così l’homo digital social sarà gratificato, compiaciuto e potrà dissetare la sua brama barbarica attraverso lo sfrenato e smisurato sfogo degli istinti primordiali, senza alcuna mediazione.

Sembra un paradosso, ma Pasolini, denunciando la scomparsa delle lucciole, le ha fatte riaffiorare. L’evocazione delle lucciole riprende il filo intessuto quasi 6 anni fa, in un testo scritto a quattro mani, con l’intento di coniugare la scienza e l’analisi socio-antropologica e letteraria (A. Pugliese e N. Rombolà, C’erano una volta le lucciole. La profezia di Pasolini). E la loro epifania, in quest’epoca, segnata dalla decadenza e dall’immondizia umana, materiale, morale e spirituale della società dei consumi e dall’oscurità della nuova barbarie, si rivela sotto una luce che demistifica in profondità le menzogne con cui è costruita la narrazione del mondo. È attraverso questa nascosta “verità” che dobbiamo rileggere la storia come ci è stata raccontata dai poteri economici e mediatici, con i suoi segni e gli occulti disegni, per ricucire il rapporto analogico, dialogico, dialettico, tra le parole, la scrittura e la lettura della realtà. Con l’Articolo della Lucciole, ma in generale attraverso la riflessione sociale e politica presente ne Gli scritti corsari e in Lettere luterane le parole hanno assunto una valenza semantica, culturale e comunicativa mai prima sperimentata, con una radiazione verbale più potente e una risonanza maieutica che riattraversa il modo di interrogare la storia e la stessa idea di evoluzione e di progresso, ma anche la funzione stessa dei saperi e delle conoscenze. Le domande fondamentali sono quelle di sempre: dove sta andando l’umanità e qual sia il vero bene e la vera salute, chi decide, chi controlla e quindi quali strade percorrere per trovare la via della consapevolezza e della salvezza: se sia la tecnocrazia e il transumano a salvare il mondo o la bellezza. Ma si pone un interrogativo ancora più drammatico: chi potrà salvare l’uomo da se stesso, dal proprio delirio di onnipotenza, in questa folle rincorsa al dominio e all’abominio?

Ecco perché Pasolini è stato perseguitato da quel sistema che adesso mostra la sua vera natura. In particolare il film La ricotta (1963) costa a Pasolini una condanna e la pellicola viene sequestrata con l’accusa di vilipendio alla religione di Stato e a 4 mesi con la condizionale. Dopo 2 anni, con l’appello arriva l’assoluzione. Da questo momento Pasolini è oggetto di un sistematico accanimento alla sua persona. Sono ben 33 le sentenze dei tribunali che tentano di ridurlo al silenzio. Questo linciaggio giudiziario e mediatico lo esprime con una profonda amarezza a Italo Calvino in uno degli articoli che poi andranno a far parte delle “Lettere luterane”, scritto il 30 ottobre 1975, su “il Mondo” il giorno prima del suo barbaro assassinio. Ma questa contrarietà era già emersa ne “Lettera aperta a Italo Calvino” pubblicata su “Paese sera”, l’8 luglio 1974, inserita ne Gli scritti corsari col titolo di “Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino”, in polemica con lo scrittore che lo accusa di rimpiangere l’Italietta. Pasolini reagisce stizzito e amareggiato: “Ma allora tu non hai tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderon, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films, non sai niente di me!”. E commenta: “L’Italietta è piccolo borghese, fascista, democristiana; è provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico-formale e volgare. Vuoi che rimpianga tutto questo? Per quel che mi riguarda personalmente, questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per questi due decenni. Questo un giovane non può saperlo, ma tu no. Può darsi che io abbia avuto quel minimo di dignità che mi ha permesso di nascondere l’angoscia di chi per anni e anni si attendeva ogni giorno l’arrivo di una citazione in tribunale e aveva terrore di guardare nelle edicole per non leggere nei giornali atroci notizie scandalose sulla sua persona. Ma se tutto questo posso dimenticarlo io, non devi però dimenticarlo tu…”

Questi umori e reazioni ci danno la misura della sua passionalità e della lotta titanica che ha dovuto affrontare non solo con i suoi nemici ideologici, ma soprattutto con quelli che credeva suoi amici e alleati, e avverte il peso angoscioso del tradimento.

Le lucciole e la Calabria

È indubbio che stiamo attraversando un tempo oscuro. I valori e le categorie sociali, esistenziali e politiche si sono rovesciate e hanno perso il significato autentico: si è rotto quel delicato filo che univa la storia tra passato, presente e futuro. Adesso che l’umanità sembra risucchiata in un buco nero, l’immagine delle lucciole trasmette un valore non solo ecologico e culturale, ma anche spirituale, come prefigurazione di rinascita, di risveglio delle coscienze narcotizzate o anestetizzate dal PIL dei consumi che ha distrutto i caratteri che compongono la bellezza della biodiversità umana e che identificano la sintassi dei linguaggi emotivi. In particolare, per una terra come la Calabria, che ha necessità di ritrovare una carica luminosa che possa dissipare le tante oscurità che hanno cancellato ogni prospettiva di fiducia verso il futuro, soprattutto per le nuove generazioni, i sentimenti più che le ragioni, possono rigenerare l’antica eredità che le lucciole si portano nella loro fioritura.

Ma è altresì importante riscoprire il legame che Pier Paolo Pasolini ha stretto con la Calabria, nelle diverse occasioni, a partire dalla realizzazione del film più conosciuto, “Il vangelo secondo Matteo” (1964). A questa storia si lega anche la vicenda della donazione che Pasolini ha fatto per la costruzione del  ponte di Ariola (nel comune di Gerocarne), dopo aver toccato con mano l’isolamento dell’abitato mentre stava facendo dei sopralluoghi per la scena della natività. Un episodio che ha fatto clamore, è quello che viene raccontato nel diario “La lunga strada di sabbia” che raccoglie il suo viaggio sulle coste italiane per la rivista “Successo” nel 1959, per aver definito gli abitanti di Cutro “banditi”. Oppure la scoperta del poeta di lingua Calabro greca Bruno Casile, che esaltava la semplicità della vita contadina, mondo a cui Pasolini era profondamente legato. E poi infine nel lungo reportage documentario Comizi d’Amore, (1963) un film d’inchiesta, con una rielaborazione del cinema-verità, con le diverse interviste e immagini di una Calabria di altri tempi. In un periodo particolarmente significativo per l’Italia, vengono fuori i vizi, i tabù e le nevrosi del Bel Paese: e la struttura patriarcale inizia lentamente a dare spazio alle nuove tendenze dell’emancipazione e di libertà d’espressione e sessuale. Pasolini intervista uomini, donne, bambini, contadini e universitari, da Nord a Sud, con differenti livelli culturali, di occupazione, di estrazione sociale, riuscendo a comporre una vera e propria mappa della mentalità tra le varie classi e a diverse latitudini, riuscendo a cogliere una serie di elementi e messaggi che vanno oltre il linguaggio parlato, delineando caratteristiche che vanno a far emergere ogni aspetto della personalità dell’intervistato, su un argomento che all’epoca incuteva molta reticenza, quello della sessualità. Il legame con la Calabria è testimoniato  anche da un film girato nel 2003 con la regia Aurelio Grimaldi, intitolato Un mondo d’amore (alcune scene sono state girate a Vibo Valentia e tra il cast il noto attore Giuseppe Zeno, che ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza a Vibo Marina ed è cresciuto umanamente e artisticamente in Calabria). E dulcis in fundo, l’attore prediletto Ninetto Davoli, originario di San Pietro a Maida e lo scrittore, originario di Palmi, Leonida Repaci, fondatore del Premio letterario di Viareggio (1929), senza dimenticare lo scrittore e saggista Enzo Siciliano, amico e biografo di Pasolini, i cui genitori erano originari di Bisignano (Cosenza). Tanti i volti e i contesti che hanno dato l’occasione a Pasolini di incontrare la Calabria e alla Calabria di incontrare Pasolini. Un itinerario da riscoprire e da ridisegnare in questa importante ricorrenza.

Le lucciole fanno riaffiorare la memoria di Pasolini ma anche il destino della Calabria. Attraverso questa particolare specula, come terra estrema, la Calabria può diventare un laboratorio di esperienze culturali, esistenziali e politiche, che per la sua anima antropologica, la sua geografia fisica e spirituale, nessuna altra regione potrebbe offrire, nel bene e nel male, ma che in questo momento, hic et nunc, è in grado di testimoniare una rinascita delle coscienze, una nuova consapevolezza che prefigura un destino inatteso. Ci sono dei segni “profondi” che svelano una diversa verità, una narrazione eretica e profetica, grazie alle sue impronte: nonostante le intemperie, hanno resistito nel tempo e ora riaffiorano come le lucciole che tessono e intrecciano visioni arcane e lontane profezie. Ecco perché le lucciole potranno salvare la Calabria se la Calabria salverà le lucciole di Pasolini. Ancor più vero alla luce del fatto che ogni definizione di verità implica anche la definizione e il dominio della stessa realtà che appare allo sguardo; i mezzi di informazione, ma anche il linguaggio dell’arte, come capacità simbolica di creare l’immaginario, hanno un potere determinante. E in questo processo ermeneutico e maieutico di conoscenza e di scoperta, è quanto mai significativo quello che Pasolini racconta in una intervista per la Rai, a proposito del linguaggio del cinema, rispetto alle altre arti:

“Ho scoperto che il cinema è qualcosa di ancor più interessante se visto dal punto di vista filosofico, che da quello linguistico. In realtà il cinema non è altro che la realtà. Diciamo così: il cinema è la lingua scritta della realtà”.

Il Vangelo secondo Matteo e il ponte di Ariola

La preziosa testimonianza dell’incontro di don Giuseppe Fiorillo con Pasolini sulle alture di Ariola nelle Preserre Vibonesi, avvenuto tra febbraio e marzo del 1964. Pasolini voleva girare la scena della Natività del film “Il vangelo secondo Matteo”, che poi è stata girata a Le Castella.  Nel ricordo del sacerdote, allora alla sua prima ordinazione come parroco, anche l’aneddoto dell’ispirazione del film.

Per tre giorni si è fermato. Non a Eboli, ma tra le alture delle Serre, a vivere insieme a quella umanità che rimaneva sorpresa, meravigliata, stupita di vedere quell’uomo gentile e affabile interessarsi alla loro vita. Quei visi scavati, sofferti, emaciati; quelle mani incallite, nodose come il tronco dei millenari ulivi; e le donne sempre vestite di nero, radicate in quella loro tradizione come se dovessero vivere una espiazione perenne con il sentimento della morte, mentre  i bambini con gli occhi sgranati, con quei visi timorosi ma carichi di meraviglia di fronte a quell’uomo venuto da lontano che voleva girare un film – loro che non conoscevano né televisione né cinema- con un taccuino in mano a prendere appunti e interrogare, affascinato, sul significato di alcuni termini dialettali, perché risentiva l’eco profonda del greco…

Ci sono pagine non scritte che rimangono relegate nella memoria. Sono come dei reperti che improvvisamente emergono e si dipanano con una luce imprevista, inesplorata. Pasolini è stato autore di diversi fotogrammi del nostro presente, scavando nel suo presente. E la sua parola è diventata profezia. In cerca delle identità sotterrate, per far riaffiorare le tracce di un’antica civiltà non ancora distrutta dal terremoto scatenato dalla furia edonistica del consumismo e dalla desertificazione umana prodotta dal capitalismo neofascista.  E dove potevano sopravvivere le antiche tracce? Per Pasolini la Calabria e in genere il Sud conservavano l’anima di questa eredità sopravvissuta. E in questo suo viaggio tra la “perduta gente”, un bel giorno, si ritrova ad Ariola, una località del Vibonese (nel territorio comunale di Gerocarne) negli ultimi tempi sulle cronache dei giornali per fenomeni di criminalità. Allora contava circa 40 nuclei familiari isolate dalla modernità, rimaste fossilizzate nella millenaria civiltà contadina, senza strade, senza energia elettrica, ma con dentro una grande energia che Pasolini aveva colto, le cui impronte fisiche e culturali lo riportavano indietro, alla civiltà della Magna Grecia, a quelle arcaiche e arcane tensioni spirituali che aveva attinto dalla tragica vicenda degli eroi classici.

Con questa luce antica, un po’ sbiadita ma carica di fascino, ci viene restituita la figura di Pasolini. Sono passati oltre 50 anni e mons. Giuseppe Fiorillo, per tutti “don Peppino” rievoca il memorabile incontro con l’autore del “ Vangelo secondo Matteo” tra febbraio -marzo del 1964. Da circa un anno ordinato sacerdote si è ritrovato tra quelle “contrade belle e ridenti” a curare quelle anime diseredate ma ricche di povertà. Pasolini voleva girare la scena della Natività e aveva letto un articolo scritto probabilmente da Sharo Gambino (all’epoca corrispondente della Gazzetta del Sud) di denuncia per l’abbandono e l’arretratezza di questa comunità  isolata dal mondo. In quei volti scopriva l’anima che in Palestina si era estinta, per aderire alla sua poetica neorealista, con attori presi tra la gente. Aveva immaginato anche la capanna fatta di canne e di paglia, come era tradizione tra i contadini. Ma questo sogno svanisce. “Con delusione e amarezza – ci racconta don Peppino con negli occhi l’emozione –  ha dovuto constatare che non c’erano le condizioni logistiche, senza corrente elettrica, senza strade, era praticamente impossibile realizzare le riprese”. Rimane il ricordo e una pagina che si aggiunge ai tanti capitoli che Pasolini ha scritto con la Calabria. (La scena della Natività poi è stata girata a Isola Capo Rizzuto, in località Le Castella). E possiamo soltanto immaginare come sarebbe stato e come avrebbe potuto cambiare la storia di questa piccola comunità che vive la tragica realtà della morte, e non la luce cristiana della nascita del Messia, che ha predicato l’amore e il perdono; una comunità segnata da faide e da omicidi. “Di quei ragazzi non è rimasto nessuno in Calabria – commenta con un velo di nostalgia il sacerdote –  sono tutti emigrati in Australia”. Chissà se qualcuno di loro avrà ricordato quella esperienza! Parroco dal 29 giugno del 1963 (come rievoca in un prezioso volumetto, “La messa sul monte”, per i suoi 50 anni di sacerdozio, 1963-2013) gli viene assegnata la parrocchia di Sant’Angelo, Ciano e Ariola, frazioni del comune di Gerocarne, dopo la breve parentesi di Arena, e “don Peppino” ogni tanto si recava ad Ariola per visitare gli ammalati e celebrare messa nel cimitero, perché non esisteva la chiesa. Quel giorno con la sua 600 insieme ai ragazzi arriva a Ciano, a piedi si reca ad Ariola e incontra Pasolini ospite di una famiglia contadina, con un taccuino in mano. “Studiava i posti e immaginava come poteva essere la scena della Natività, carico di entusiasmo per quella realtà fuori dal tempo”, aggiunge don Peppino. E poi rammenta il pasto frugale consumato con pane, olive e le soppressate che pendevano dal soffitto; una sorta di cenacolo nella  “messa” della sua “memoria”  che assume un valore e un significato sacro per l’esperienza che lo scrittore vivrà alla luce della sua tragica esperienza, segnata dal film considerato il più vero che sia mai stato girato sui vangeli. Un’opera che va interpretata anche alla luce della sua ispirazione, come testimonia il prezioso racconto del sacerdote. Ad agosto del 1963, racconta mons. Fiorillo, Pasolini era stato invitato per partecipare ad un convegno sulla figura di Gesù ad Assisi, organizzato dall’associazione “Procivitas”. Una partecipazione che aveva creato polemiche nel mondo cattolico. Egli doveva ritornare a Roma, ma la venuta di Papa Giovanni lo aveva trattenuto. Sul comodino della stanza, dove era ospite, si ritrova proprio il Vangelo secondo Matteo; rileggendolo ne rimane impressionato per la forte impronta ebraica.  Questo il motivo per cui il film porta la dedica “Alla buona, cara immagine di Papa Giovanni XXIII”. Un’epigrafe che illumina lo sguardo di “don Peppino”; e una pagina che idealmente aggiunge alla sua “messa sul monte”.