Vorrei viverti in una eternità

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“ …. Così a queste braccia vieni le volte che respiro, sei nei silenzi opachi luce e passione. Amor che vieni a queste braccia spezzate, raccontami, dimmi: cos’è la vita? “ Vorrei non essere né uno scrittore né uno gettato sui libri, vorrei vivere! Ogni notte il mio sogno mi prende per mano per portarmi via da luogo da cui a volte vorrei fuggire; da un po’ di tempo quella mano scivola via dalla mia, ho perso tanto tempo, ho perso una vita possibile. Così a queste braccia vieni le volte che respiro, nei silenzi opachi, luce e passione. Amor che vieni a queste braccia spezzate, raccontami, dimmi: cos’è la vita? D’una giovane innocenza che tenere? Se non il sottil profumo, essenza d’un aprile, la migliore essenza, a me restò un racconto personale. Come Prometeo soffro per una ferita che si rinnova ad ogni mio rimpianto; guardai la mia vita , tutto il cielo si specchiò negli occhi, seguitammo a guardarci, senza parole, io e lei! E mi parve di annegarvi in quegli occhi suoi stanchi di salsedine … con le mie mani frugai fra i suoi capelli… in cerca di ciò che era andato perduto! Mio Dio che errore, che dolore ai giorni a venire, pure lì nel sogno sentirsi piccolo e inerme, indifeso al chiasso di un mondo là fuori che sempre più ci allontana. Fanno rumore sulla battigia le perdute battaglie, tante sono le pagine di Maree; è un rumore assente, intatto nel suo essere che svanisce solo a pensarlo raccogliere dalla nuda terra. E’ una vita fatta di silenzi e pensieri con cui tornare a se stesso, e promettenti sogni belli da rivivere, di memorabili “ esperimenti “ d’esistenza, imperscrutabili fantasie segrete. Che la vita sia un sogno? Tutto accade negli ovali occhi, all’improvviso l’onda arriva e viene a accarezzare la sabbiosa memoria e lì faccio la conoscenza di un’esistenza governata da una ridda di sentimenti vivi, più che mai liberi negli ovunque dell’anima. Io e lei andiamo e torniamo verso quell’estate eterna, proprio come un’onda che spazza la marina; ci muoviamo mano nella mano seguendo i ritmi cadenzati balcani, un’altalena fra tempi che paiono godere dell’amore presente, che ci accompagnano nelle titubanti scoperte delle prime volte di quel :Ti amo sussurrato più che urlato. Scivoliamo così da un tempo all’altro, continuamente e quasi senza accorgercene, come se anche noi con quella deriva siamo qui giunti, in questo millennio lucido e di sfilacciati sentimenti agli orli; increduli e orfani di quelle atmosfere sospese nelle attese di stendersi su una nuvola e andar via perfino da noi stessi. Viviamo la lettura del sentirci l’uno dell’altra assaporando le atmosfere che richiamano alla mente qualcosa di ondivago, come se ci perdessimo in un cielo azzurrato che ci fa sentire la vaporosa inafferrabilità delle cose, dei nostri destini. In questo oscillante moto ondoso dei tempi che ci confondono, è la paura di perdersi a fare da ponte sospeso tra due dimensioni che pur non possono toccarsi: quella dell’amore e quella della vita. Così proprio per alleviare la solitudine, il peso di ciò che è andato perduto, o che si potrebbe perdere, io torno lì su quella spiaggia ove per la prima volta assaporai il virginale appetito per le forme, per quegli occhi, per quei seni accennati nei sublimali confini tra sogno e realtà. “ Cosa siamo noi, in confronto alla tenacia e intensità dell’amore nel voler essere? “