La vendetta è un piatto che si mangia freddo, una comune affermazione sempre attuale anche in politica, specie nel Pd

L’uscita dal Pd da parte del Senatore Matteo Renzi, ex Primo Ministro, si evidenziava già da tempo. L’ufficialità di tale decisione non ha meravigliare nessuno. Tradimenti e vendette nell’area del centrosinistra sono stati sempre una costante fissa fin dalle origini dell’Ulivo, elezioni politiche 1996. Centrosinistra vincente sul centrodestra e Romano Prodi primo ministro. Non stiamo a raccontare come finì il primo Governo Prodi e per colpa di quale partito fu mandato a casa. Elezioni 2006, centrosinistra ancora vincente con la nuova aggregazione chiamata Unione, ed ancora un “tradimento” da parte di un partito del centrosinistra (Rifondazione Comunista) che rimandò a casa Prodi. Saltiamo qualche anno per arrivare alla gestione del Pd del segretario Matteo Renzi e alla sua affermazione storica: “nel Pd si deve rottamare, troppi “vecchi” ancora in politica. In molti non furono candidati. Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 (legge costituzionale della riforma Renzi – Boschi) nacque il comitato per bocciare la legge attraverso il referendum e tra i componenti del comitato molti ex parlamentari non candidati del Pd, tra cui Massimo D’Alema bersaglio numero uno di Matteo Renzi a proposito dei rottamati. La scissione di LeU alla vigilia delle ultime elezioni politiche, un’altra vendetta nei confronti di Renzi. Il boccino delle vendette passa in mano all’ex segretario del Pd in occasione delle dimissioni del precedente Governo giallo/verde. Temendo nuove elezioni e quindi la non ricandidatura dei Parlamentari a lui vicino, Matteo Renzi si allea con chi è stato in precedenza il suo peggior nemico, M5s, per combattere il “nemico” Zingaretti. Contribuisce in misura ampia a fare nascere il Governo giallo/rosso e manda un preciso segnale all’intero centrosinistra e M5s: la tenuta del Governo dipende dai parlamentari che si riconoscono nella sua leadership. Quanto durerà l’attuale Governo non è facilmente intuibile, di certo sarà sempre tenuto sulle spine da Matteo Renzi che ad ogni piccolo intoppo dirà: “ricordatevi che abbiamo i numeri per mandarvi a casa”. La decisione di Matteo Renzi non nuocerà al Pd se Nicola Zingaretti porterà a compimento il percorso iniziato con il M5s anche a livello locale, iniziando dall’Umbria ed a seguire dalla Calabria. Una Regione quest’ultima mal governata dal presidente Gerardo Mario Olivero che, nonostante i tanti guasti commessi, vorrebbe ancora essere candidato. Bene ha fatto il commissario Stefano Graziano che da Lamezia Terme ha scaricato Oliverio come candidato.

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