L’insostenibile storia d’amore tra il Capitano e la Capitana: galeotta fu la Sea Watch e chi la comandò

393

Prologo

Ah sì. Quest’ordine non l’ha gridato Zeus, a me; né fu Diritto, che divide con gli dèi l’abisso, ordinatore di norme come quelle, per il mondo. Ero convinta: gli ordini che tu gridi non hanno tanto nerbo da far violare a chi ha morte in sé regole sovrumane, non mai scritte, senza cedimenti. Regole non d’un’ora, non d’un giorno fa. Hanno vita misteriosamente eterna. Nessuno sa radice della loro luce. E in nome d’esse non volevo colpe, io, nel tribunale degli dèi, intimidita da ragioni umane. Il mio futuro è morte, lo sapevo, è naturale: anche se tu non proclamavi nulla. Se prima del mio giorno morirò, è mio interesse, dico: uno che vive come me, tanto in basso, e soffre, non ha interesse nella fine? E così tocca a me: fortuna, di quest’ora di morte, non dolore. Lasciassi senza fossa, per obbligo, la salma, quel frutto di mia madre spento, quello era dolore: ma il mio presente caso, ah no, non m’addolora. Logica idiota, penserai. Chissà. Forse è l’accusa d’idiozia idiota”. (Sofocle, “Antigone”)  

Che Dio ti salvi, vecchio marinaio

dai demoni che tanto ti tormentano!

Perché guardi così? – Con la balestra

io trafissi l’Albatros”

(S.T. Coleridge,La ballata del vecchio marinaio”)

 

Che sfida epica tra il Capitano e la Capitana! Erano secoli che non si assisteva ad una simile tenzone. Alla fine la Capitana ha aperto le acque del porto di Lampedusa e disteso il battito cardiaco del vento; mentre in terra, per la condottiera, ad attenderla le chiuse porte della galera e l’accoglienza di parte del popolo di Lampedusa che gli ha riversato insulti e improperi come testimonianza di umanità. Sembra di rivivere il destino dell’Albatros nella nota lirica del poeta maledetto C. Baudelaire:  “Al principe delle nuvole è simile il Poeta/ che vive nella tempesta e non si cura dell’arciere;/ esiliato sulla terra tra badanai di cacciatori / le sue ali di gigante gl’impediscono di andare”. Lo scontro epocale che ha diviso il cuore, la testa e la pancia dell’homo italicus,  ha messo di fronte la storia con lo scontro tra l’impero spirituale e quello temporale:  da una parte il crociato Salvini e dall’altra “l’ordine teutonico” di Carola. Per la gloria ogni storia umana va sacrificata, come i 42 turisti in crociera nel Mediterraneo sulla Sea Watch 3. Ma dietro quei volti senza nome, né numeri, né codici, né leggi  e né decreti. Malgrado la loro inconsapevolezza di comparse già “scomparse” sulla scena di questa ennesimo show, c’erano persone in carne e ossa che si portano negli occhi  e nell’anima chissà quanta ingiustizia e quanto dolore. Ma la compassione dell’Italia sovranista xenofoba, non è merce che si può esibire. Nell’era dei navigator i diritti umani sono senza rotta. In questo dirottamento, dall’oscurità dei tempi, si staglia la mitica contesa tra Antigone e Creonte, l’atavico conflitto tra autorità e potere, tra leggi divine e leggi umane. Per Antigone è sacrilego poter pensare che un decreto umano non possa non rispettare una legge divina. Creonte si dimostra inflessibile, non vuole apparire debole di fronte a una donna. Ogni tipo di disobbedienza è considerata un’opposizione politica. In una società come quella dell’antica Grecia dove la politica  è esclusiva degli uomini, il ruolo di ribelle della giovane donna Antigone si carica di molteplici significati, ed è rimasto anche dopo millenni un simbolo di ricchezza drammaturgica. La sua ribellione è rivolta anche alle convenzioni sociali, alla sottomissione della donna alla volontà dell’uomo. Creonte trova intollerabile l’opposizione di Antigone non solo perché si contravviene a un suo ordine, ma anche perché a farlo è una donna. Come è speculare questa sfida tra Carola e Matteo. Un anno fa il ministro dell’Interno Salvini iniziava la sua personale battaglia contro l’ex sindaco di Riace, Domenico Lucano, assurto a simbolo dell’accoglienza. Stesso destino è toccato alla Capitana che ha osato addirittura speronare una nave da guerra. Non sapevamo che nelle acque di Lampedusa ci fosse in atto una guerra contro la corazzata Sea Warch che trasportava un carico micidiale di Xenia. Ancora una volta la vita delle persone è strumento, non fine, come aveva auspicato Kant: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo” (Fondazione della Metafisica dei Costumi, 1785). La furia dei marosi si è scatenata da quando è stata varata la galea gialloverde, diventata nel frattempo una galeazza, per prepararsi ad una nuova battaglia di Lepanto, ed esporre trionfante il rosario. I flutti fragorosi ancora schiumano odio, rancore e rabbia e riempiono le viscere di consenso. “Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come una montagna di neve! È Moby dick!”.  Emerge il florido corpo della balena bianca. In pasto si offre il nuovo capro espiatorio, le cui sembianze questa volta hanno le varie gradazioni cromatiche dei naviganti africani. Ma in quest’onda populista, il bianco non è contemplato. Quando i sette colori dell’arcobaleno vengono fatti ruotare vorticosamente allora il bianco può acquisire delle sfumature innaturali, come il sangue semita o rom, o le tendenze omosessuali; allora entra in scena la superiorità della razza. Perché il potere, per natura, si allea con i colori più forti, ma soprattutto con il colore e l’odore dei soldi (pecunia non olet): se sei nero ma sei sceicco, per virtù alchemica la pelle diventa candida, e questo tipo di candore fa sparire il colore e i fumi tossici che si sprigionano dagli inceneritori realizzati con la potente Lega-M5S, in un’epoca in cui le immondizie mediatiche, attraverso il nuovo demiurgo dell’algoritmo, hanno invaso le narici sensitive del Capitano. E questo denso e nero fumo suscita vagamente il profumo del pane appena sfornato.  

Atto unico

 “Quando ti metterai in viaggio per Itaca   devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze…” (Costantinos Kavafis, Itaca) “Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella ‘zona grigia’ in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva. Bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi”. (Rita Levi Montalcini)   Da Antigone a Carola.  Alle donne non è concesso ribellarsi. Soprattutto quando sbandierano la solidarietà, l’accoglienza, la pietà verso l’altrui condizione. Lo spiega Flavia Perina (considerata una intellettuale di destra) su la Stampa (28 giugno) in un articolo che va in profondità alla questione antropologica: “Non è un caso che Matteo Salvini abbia usato la vis polemica dei momenti speciali contro la “sbruffoncella” che guida la Sea Watch, la capitana Carola Rackete, con i consueti colossali rimbalzi della degradazione social. Esiste un tipo di ragazza che disturba le corde profonde del sovranismo, lo irrita profondamente, forse ne incarna il tallone di Achille. Appartiene alla categoria Greta Thumberg, l’adolescente della lotta per il clima, ma anche la povera Silvia Romano rapita oltre un anno fa in Kenia, le volontarie della cooperazione in genere, e più o meno ogni giovane donna che interpreti la categoria del rifiuto per il canone vigente, fino all’allegra salernitana Valentina Sestito con il suo selfie ironico (“Non dici più che siamo terroni?) che fece perdere le staffe alla scorta delo vicepremier e forse pure a lui. …  Non piace Carola, ma non piaceva neanche Malala Yousafzai, né la ragazza vestita di rosso che fu l’icona della rivolta del Gezi Park, il che fa sospettare non si tratti di una semplice distanza politica ma che esista una diffidenza antropologica, culturale. Le idealiste, ovunque arruolate, comunque impegnate, suscitano un riflesso quasi pavloviano. Oche giulive, sobillatrici. Esibizioniste.  Uno dei problemi è che la categoria delle ragazze coraggiose “fa politica” con successo anche se non si occupa né di migranti né di selfie ministeriali. Capita che diffonda idee sgradite alla maschia gioventù con la sua semplice presenza, senza dire una parola. Uno dei più potenti messaggi anti-razzisti dell’anno è stato lanciato dalle atlete della nazionale pallavolo, per le quali ha tifato tutto il Paese senza guardare il colore della pelle, anzi appressando la genuina italianità delle giocatrici nere. … C’è da chiedersi se l’ostilità del sovranismo per questo tipo di ragazze non abbia un suo fondamento, se non sia l’eco di un istinto difensivo da qualcosa che si percepisce come potenzialmente pericoloso. Il machismo di potere si sente imbattibile sul terreno dell’ostentazione gladiatoria e sa che gli avversari, in quell’arena, non riuscirebbero a creargli fastidi neanche se arruolassero Gengis Khan. Ma il confronto con una chiave politico-estetica diversa, con donne che mettono insieme pragmatismo e utopia, candore e testardaggine, è un’latra cosa. E’ più pericoloso. Carola e le altre rappresentano un oltraggio anche perché non è possibile marginalizzarle nella discussione del buonismo, della protesta col gessetto, del finto impegno radical-chic, tecnica con la quale si è demolita per anni l’immagine dell’impegno umanitario…” Ritorna prepotentemente, solennemente, umanamente, spiritualmente, la magistrale “Lettera ai giudici” di don Lorenzo Milani con il suo primato della coscienza, con l’antica classica parrhesia, l’assumersi la responsabilità sapendo di aver violato la legge per dei principi che sono ritenuti supremi. E si sente potente una voce che annuncia “l’obbedienza non è più una virtù”, per rendere ancora viva la potenza profetica delle parole: “Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei 31 ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode che leggono i giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione. … E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non sono tutte giuste. Il ragazzo non è ancora penalmente imputabile e non esercita ancora diritti sovrani, deve solo prepararsi a esercitarli domani ed è perciò da un lato nostro inferiore perché deve obbedirci e noi rispondiamo di lui, dall’altro nostro superiore perché decreterà domani leggi migliori delle nostre. E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. Anche il maestro è dunque in qualche modo fuori del vostro ordinamento e pure al suo servizio. Se lo condannate attenterete al processo legislativo. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge e d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede. È scuola per esempio la nostra lettera sul banco dell’imputato ed è scuola la testimonianza di quei 31 giovani che sono a Gaeta. Chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri. Non capisco come qualcuno possa confonderlo con l’anarchico. Preghiamo Dio che ci mandi molti giovani capaci di tanto. Questa tecnica di amore costruttivo per la legge l’ho imparata insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, l’Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l’autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima. Vite di uomini che sono venuti tragicamente in contrasto con l’ordinamento vigente al loro tempo non per scardinarlo, ma per renderlo migliore. Queste parole andrebbero incise a perenne memoria in ogni scuola, in ogni tribunale, sugli scranni del parlamento italiano ed europeo, sulle porte di ogni istituzione, in ogni “essere vivente” che voglia essere definito “umano” in quanto, come suggella alla fine del suo memoriale don Lorenzo, “se non potremo salvare l’umanità ci salveremo almeno l’anima”. Gli esempi di spietata disumanità che hanno superato ogni possibile immaginazione, sono molteplici; ma il male assoluto è stato praticato scientificamente nei lager nazisti, nel seno della bianca Europa, delle civile e acculturata Europa, della colta Germania; e la devastante bomba atomica è stata fatta esplodere dai figli emigrati dell’Europa, gli Stati Uniti d’America. E questi orrori ancora accadono, con altre forme e con altre firme. La tragedia che sta vivendo il popolo yemenita con le armi italiane ed europee che sono impiegate per massacrare degli esseri innocenti, lo testimonia. La categoria della mostruosità non ha un confine geografico, e viaggia con smisurata leggerezza. Lo ha denunciato per l’ennesima volta papa Francesco, mettendo in controluce i “Porti chiusi ai migranti ma aperti alle navi piene di armi”,  durante l’udienza alla Roaco per le Opere di aiuto per le chiese orientali (10 giugno 2019): “Tante volte penso all’ira di Dio che si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare le guerre. Questa ipocrisia è un peccato”.  E “se sono insensibili i cuori degli uomini, non lo è quello di Dio, ferito dall’odio e dalla violenza che si può scatenare tra le sue creature, sempre capace di commuoversi e prendersi cura di loro con la tenerezza e la forza di un padre che protegge e che guida”. Ma in questa età della post verità tutto viene consumato con la velocità della luce. Si bruciano in pochi secondi l’emozione e il sentimento per le tragiche storie che fanno il giro del web, come la foto del padre e della figlia al confine messicano morti annegati, Oscar Alberto Martinez e la sua bimba di 23 mesi. Ad entrare nel cuore della storia Marina Corradi: “Oscar  era sicuro di farcela: 25 anni, due spalle possenti, e addosso la forza della disperazione: Che cosa ci voleva a prendere sulle spalle la sua bambina Valeria, due anni, forse dodici chili di peso? Uno scricciolo che il padre si era legato alle spalle, per sicurezza, con una maglietta. Il braccio della piccola gli cingeva il collo. Forse Valeria non aveva nemmeno paura a varcare il Rio Grande, tra il Messico e il Texas, in groppa a suo padre. Forse, pensava a un gioco. Ma quel passaggio era l’unica salvezza, a meno di pagare 5.000 dollari per una lancia, dopo giorni in cui la famiglia salvadoregna era bloccata al confine del Messico. Chi c’era ha testimoniato che Oscar Alberto ha depositato la bambina in salvo, in territorio statunitense, e si è ributtato indietro a prendere la moglie. Ma Valeria, spaventata, lo ha seguito in acqua. Una corrente, la stretta dell’uomo manca il corpo della bambina, ma non l’abbandona. Giacciono in due ora, supini, nel fango, nella foto di una reporter che percuote l’America, da ogni tg di ogni televisione.  Perché una cosa è sapere che 286 migranti sono morti tra Messico e Usa nel 2018, e un altro è vedere solo due di questi poveretti immoti, un padre e la sua bambina che ancora gli cinge fiduciosa il collo. Certe volte la foto di un giornalista audace ci scuote: 286 è un numero astratto, quei due abbracciati nella morte somigliano invece a milioni di padri e figli come noi. L’umana immedesimazione scatta nel rapporto uno a uno: lì, quando vedi che sono genitori come te, con bambini come i tuoi, non puoi sfuggire, non puoi non vedere che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nello sbarrare, nell’alzare muri ciechi, o nel chiudere a prescindere i porti. E, dunque, s’ indigna l’America e non solo per quella foto. Come accadde nel 2015 con Alan, il piccolo annegato e ritrovato su una spiaggia turca. Anche allora la foto percorse il mondo e destò molta emozione, e anche un principio di mobilitazione in aiuto ai profughi. Ma tutto si esaurì presto. Immagini come quelle dal Rio Grande o di Alan sono punte di iceberg che ogni tanto emergono, da una marea di muti e tragici destini. Noi non vediamo i morti di sete nel Sahara, i deboli abbandonati dalle carovane, quelli che cedono nelle prigioni libiche, coloro che salpano dalla Libia e non risultano poi approdati in alcun porto. La rivista “Internazionale” a inizio anno riportava le sorti di migliaia di migranti scomparsi nel viaggio verso l’Europa in questi anni, documentate dalla Ong United. C’era, fra mille, la storia di 5 adolescenti senegalesi salpati su un gommone dalla Libia nell’agosto del ’17, qui e là avvistati, poi spariti nel nulla, in giorni di brutto mare. Immaginatevi quei ragazzini decisi, certi di farcela, immaginatevi il loro peregrinare, perdere la rotta, finire l’acqua da bere, scrutare ormai senza speranze l’orizzonte vuoto. È una foto che ci rovinerebbe la sera, su un tg, quella dei naufraghi dell’età dei nostri figli, portati via dal mare. Ma nessuno ha potuto scattarla. E dunque, come nulla fosse accaduto. Benché sappiamo quanto facilmente si muoia sulle grandi linee migratorie. Nei cassoni dei Tir, soffocati, o sui tetti dei treni che dalla Francia vanno verso la Manica: quanti ragazzi sono caduti folgorati.”  (Marina Corradi, “Valeria, suo padre e le altre vittime”. “Marina Corradi, Avvenire, giovedì 27 giugno 2019). Un’altra donna cerca di mettersi in quei panni bagnati di disperazione al di là degli schermi. È Concita De Gregorio su le pagine di la Repubblica : “Mettersi nei panni, pensavo si dice. C’è questa foto che il mondo intero guarda. Si incidono nella retina due fuochi: la maglia del padre, dentro la quale l’uomo ha infilato sua figlia. L’ha messa nei suoi panni, l’ha incorporata a sé. Come fosse un salvagente, lui stesso: il salva figlia. Subito dopo, o insieme: il braccio della bambina attorno al collo del padre. lei si è fidata, ci ha creduto. Quale figlia non crede che suo padre sappia ogni cosa, che sappia portarlo in salvo. Dentro la maglia, nei suoi panni, ha abbracciato il padre fino all’ultimo respiro”. La fotografia è stata scattata dalla fotografa giornalista messicana Julia Le Duc per il Guardian. La Duc ha intervistato la madre della bambina che aveva due anni e si chiamava Angie, Angela e il padre Oscar. Originari del El Salvador si trovavano in Messico già in attesa di un visto per passare negli Stati Uniti. La loro storia è raccontata da Concita de Gregorio sulle pagine de La Repubblica di giovedì scorso 27.  Nello stesso articolo la giornalista, prosegue: “Angie si è messa nei panni di suo padre. Proviamo per un attimo a farlo tutti. Servisse anche solo a scegliere le parole da usare, sarebbe qualcosa. Le parole. C’è questo tema dell’abisso che separa la Cosa dalle parole di chi comanda nel mondo – chi ha dunque la responsabilità, anche di dire per tutti la parola appropriata – usa per indicare la Cosa. Donald Trump ha detto: – Stiamo mettendo le cose a posto, compresa la costruzione del muro- è spaventosa, sarebbe imbarazzante se non fosse tragica, la convinzione di chi pensa che un muro, una barriera, un porto chiuso, un divieto possano convincere Oscar e milioni di persone che si buttano in acqua rischiando di morire coi propri figli in braccio, morendo con loro, a non farlo. Non sono capaci, i governanti, di indovinare la disperazione, di immaginare l’abisso. Non provano nemmeno un istante a mettersi nei panni… Il nostro piccolo Trump parla di Carola Rackete, la capitana della Sea Watch 3, come di una ‘sbruffoncella’. Una che ‘politica non si sa pagata da chi. Dietro ogni sospetto c’è una cattiva intenzione. Attribuiamo sempre agli altri i nostri modi, le nostre abitudini: suona quasi come una confessione, questa frase, Matteo Salvini dovrebbe stare più attento. ‘Nessuno può pensare di farsi i suoi porci comodi” (Concita De Gregorio, “Quanto male ci fa quella foto” , la Repubblica, 27 giugno 2019). Si ripete con puntuale ciclicità e tragicità la storia. Tutto ritorna indietro, e l’umanità arretra con inquietante e angosciosa banalità. Il Capitano indossa una corazza impenetrabile, e così il suo esercito lo segue e ubbidisce fedele all’imperativo “Qui nessuno entra”. Sventola in alto il vessillo della vittoria il prode condottiero! Anche il suo fido scudiero Di Maio con i suoi “proto-crociati” pentastellati che ancora credono nelle virtù taumaturgiche della mano invisibile della rete di Rousseau della Casaleggio & associati, seguono il novello Goffredo di Buglione in questa ennesima impresa come hanno fatto con Lucano, e vogliono dimostrare di tener fede al patto d’acciaio; solo che quello dell’Ilva di Taranto si sta spezzando, e non solo. Anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dal  lontano Giappone, aveva definito “condotta inaudita” quella della Capitana. E dalla vicina Europa ha stigmatizzato il comportamento “inaudito” della Rackete:  “Da Carola un ricatto politico con l’uso strumentale su 40 persone”. Sul volto di questa giovane donna al timone della Sea Watch avrà proiettato “l’uso politico strumentale” con il quale si sta “riscattando” la rabbia e il rancore del popolo italico, da quando il governo gialloverde, di cui lui è il notaio, ha nelle mani il timone della sgangherata barca di questo Paese alla deriva, approdata nel porto della fratellanza. Ma lui è un Conte (perdon, l’avvocato del popolo) e non vuole mischiarsi con le volgarità del volgo, e sente di stare dalla parte giusta e misura con giustizia le parole. Chissà! Avrà letto da qualche parte che “la parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri” (L. Ciotti, Lettera un razzista del terzo millennio). Sulla linea sfocata dell’orizzonte si intravede il naufragio della coscienza. E in questa visione confusa non trova più spazio nessuna compassione per le vite altrui, ma si impone la mistificazione, la menzogna, l’inganno, la rimozione. “Attenzione! Il razzismo e la mancanza di compassione e sensibilità per la sofferenza e il destino dei altre persone preparano esisti bui” (Luigi Ciotti, “Lettera a un razzista del terzo millennio”). Il potere, accompagnato dal suo fastoso corteo, scopre il nudo corpo con le vanità di cui la vanagloria dell’uomo si veste: vanitas vanitatum et omnia vanitas (Ecclesiaste). È più agevole veleggiare in superficie che sondare le profondità. E sullo sfondo appaiono le sembianze umane come un grottesco e tragico show. Quando ogni voce sembra spenta e senza luce, ci soccorrono le parole dei poeti, dall’Infinito alla Ginestra di Leopardi, per approdare al Pane e vino di Holderlin, che ci interroga sul che fare intanto e che dire e che fare/ e perché poeti in tempo di povertà (un tempo di privazioni, indigente , misero): “Ma tardi, amico, giungiamo. Vivono certo gli Dei,/ ma sopra il nostro capo, in un diverso mondo./Operano senza fine e poco sembra si curino/ Se noi viviamo: così i celesti ci risparmiano./Un ricettacolo fragile non sembra può contenerli./E per breve tempo l’uomo sopporta la pienezza divina./La vita, dopo, è sogno di loro. Ma aiuta vagare,/ come un assopimento. Il bisogno e la notte/ danno forza. Finché eroi cresceranno in culle di bronzo,/ simili per potenza agli Dei, come un tempo./ Verranno come il tuono. Ma spesso penso/ che meglio è dormire che essere senza compagni /e attendere. E non so intanto che dire che fare/e perché poeti in tempi di povertà./ Ma tu dici che sono i sacri sacerdoti del Dio del vino/ Che migrarono di terra in terra in una sacra notte. (Holderlin, Pane e vino, VII)”. Di fronte alle domanda di Holderlin, in tempi di privazione e di disumanizzazione, un altro poeta ci interroga, Salvatore Quasimodo, quando immaginava che “la vita non è un sogno”, anche se “siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita” (W. Shakespeare, “La tempesta”): E dovremo dunque negarti, Dio dei tumori, Dio del fiore vivo, e cominciare con un no all’oscura pietra «io sono», e consentire alla morte e su ogni tomba scrivere la sola nostra certezza: «thànatos athànatos»? Senza un nome che ricordi i sogni le lacrime, i furori di quest’uomo sconfitto da domande ancora aperte? Il nostro dialogo muta; diventa ora possibile l’assurdo. Là oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi vigila la potenza delle foglie, vero è il fiume che preme sulle rive. La vita non è sogno. Vero l’uomo e il suo pianto geloso del silenzio. Dio del silenzio, apri la solitudine. (Thanatos Athanatos, 1948) Aprire i porti della solitudine dove attraccano una moltitudine di imbarcazioni con il loro carico di indifferenza e di egoismo, per far entrare la linfa umana che porta il veliero delle parole di Publio Terenzio Afro: Homo sum, humani nihil a me alienum puto: “Sono un uomo e non considero estraneo niente che sia umano”.  L’umanità si ritrova dentro un vortice come la nave di Ulisse descritta da Dante nel XXVI canto dell’Inferno: “… de la nova terra un turbo nacque,/ e percosse del legno il primo canto./ Tre volte il fé girar con tutte l’acque; / a la quarta levar la poppa in suso /e la prora ire in giù, com’altrui piacque, / infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”. Siamo in una perfetta “tempesta” mediatica. La ciurma della rete è rimasta ipnotizzata dallo sguardo magnetico del Capitano, con un “total black”, nero come la pece (anche l’inglese, ora che i porti sono chiusi, è richiedente asilo, come i “like” e le “fake”). Il black è un colore che emana “vitalità, luminosità, felicità, gioia, fiducia, amore, fratellanza” come le storiche camice nere. E questa ostentata ed esibita potenza deve essere mostrata in diretta Facebook: i camerati si saranno estasiati, mentre il duce andava all’assolto degli infedeli. L’obiettivo era la Capitana e le Ong. Il decreto sicurezza bis è stato studiato per raggiungere questo scopo: guerra totale contro queste organizzazioni malavitose.  Tranne quelle di casa nostra. Anzi, l’uomo d’acciaio stringe patti di ferro con soggetti del tifo nero della sua squadra del cuore, il Milan, come  Luca Lucci, con cui il nostro ministro dell’Interno si è lasciato andare ad un inedito gesto d’amore. Luca Lucci è stato definito un “soggetto pericoloso”. Lo svelano le indagini della squadra mobile di Milano e, soprattutto, è il tribunale a certificarlo. “E’ il capo indiscusso degli ultras del Milan, un titolo conquistato sul campo, con scontri dentro lo stadio e amicizie pericolose negli ambienti della malavita albanese, marocchina e delle cosche calabresi. La sede del tifo milanista si chiama “Clan 1899”. La direzione è affidata sulla carta alla moglie, nei fatti è Lucci il padrone, pur risultando solo come dipendente. Un collaboratore che nel 2018 ha dichiarato 39.774 euro. Il club si trova in via Sacco e Vanzetti 153, a Sesto San Giovanni, ufficialmente è un Acsi (Associazione centri sportivi italiani) senza fine di lucro ma secondo i giudici fattura come un qualunque locale oltre a essere “una base operativa per riunioni attinenti il traffico di stupefacenti e per ritiri o consegne di droga anche in contesti di criminalità organizzata. Sebbene all’anagrafe tributaria non risulti formalmente avere volume d’affari, dall’analisi dei conti correnti compaiono somme in contanti per 99mila euro nel 2017 e 55mila nel primo semestre 2018”. (https://milano.fanpage.it/tifo-droga-e-amicizie-pericolose-luca-lucci-capo-ultra-del-milan-con-beni-per-un-milione-di-euro/) Qui c’è di mezzo “l’onore e il rispetto”, un bel messaggio per tutti i tifosi rossoneri picciotti. Così si sentono protetti dal loro Capitano. Prima gli italiani, non importa se la fedina penale non sia immacolata. Il crimine non è un problema, ma se violi le acque e tenti di entrare nel porto di Lampedusa perché ci sono africani, allora la Capitana deve essere arrestata per crimini contro l’umanità del Viminale. Ma il Ministro dell’Interno della Repubblica italiana è un uomo saggio e non si lascia turbare dalle umane sciagure. Lui che è il signore delle acque del cielo e della terra, è imperturbabile come gli dei: Vivono certo gli Dei, /ma sopra il nostro capo, in un diverso mondo./ Operano senza fine e poco sembra si curino/ Se noi viviamo: così i celesti ci risparmiano. Il signore in “total black” conosce la natura profonda dell’uomo italico; si cala nei suoi panni e nei suoi affanni. Sa che esiste anche un altro genere di tragicità che “scaturisce dalla convinzione che la storia non ha un senso, che resta immobile, oppure ripete in continuazione il suo ciclo crudele. Che una forza elementare come la grandine, la tempesta o l’uragano, come la nascita e la morte”.  E si identifica con la sorte di un roditore che a furia di scavare è diventato cieco: “La talpa scava la terra ma non sbucherà mai alla sua superficie. Nascono sempre nuove generazioni di talpe, scavano la terra in tutte le direzioni e la terra continua a seppellirle. Anche la talpa ha i suoi sogni talpeschi. Ha fantasticato a lungo di essere il signore del creato, che la terra, il cielo e le stelle sono state create per le talpe, che esiste un dio delle talpe che ha creato le talpe e ha promesso loro immortalità talpesca. Ma ad un certo tratto la talpa capisce di non essere altro che una talpa, e che la terra, il cielo e le stelle non sono stati creati per lei. Soffre sente e pensa, ma le sue sofferenze, i suoi sentimenti e i suoi pensieri non possono mutare il suo destino di talpa. Continuerà a scavare ed essere ricoperta dalla terra. E allora che la talpa si rende conto di essere una talpa tragica (Jan Kott, Shakespeare nostro contemporaneo, 1992). Ne siamo certi, anche la talpa aprirà gli occhi e le corde del cuore non saranno più sorde, come ha fatto Abele con Caino: “Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: “Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima”. “Ora so che mi hai perdonato davvero” disse Caino “perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare”. Abele disse lentamente: “È così. Finché dura il rimorso dura la colpa”. Diciamoci la verità: questa storia del “Decreto bis” è solo una trovata geniale per testare la fedeltà al patto del suo fraterno amico Di Maio. E Luigino lo ha ricambiato. Che cosa gli rimane d’altronde? Adesso è tra l’incudine e il martello del fabbro degli dei, l’etneo padano Efesto, che tempra lo scettro come il novello principe: “Vidi ove posa il corpo di quel grande/Che, temprando lo scettro a’ regnatori,/Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela/Di che lagrime grondi e di che sangue;(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 155/59).  E tutto è andato come previsto: pagine su pagine, un onda mediatica frenetica e sfrenata. Il Mediterraneo con i suoi miti ha un fascino che ancora scatena le fantasie delle umane genti e dell’immaginario collettivo. Si è scomodato anche l’ex direttore di Repubblica, Ezio Mauro con un lungo editoriale, dal titolo “La legge superiore”, accordando queste parole iniziali: “Funziona così: c’è un fatto, poi c’è un uso politico di quel fatto, che lo trasforma, in una trasposizione quasi teatrale. La vera questione è che noi cittadini consumiamo questa trasformazione, non la realtà. Tutti: il dibattito politico, l’informazione, anche le istituzioni. figuriamoci l’elettore, che è il destinatario finale di questo accumulo d’interpretazioni e di strumentalizzazioni, che si sono via via aggiunti alla vicenda originaria deformandola …” E verso la fine del suo excursus, coglie il messaggio socio-antropologico della storia: “Ma adesso si poteva mandare in scena, a reti unificate, lo scontro tra l’Italia tutta intera, rappresentata da Salvini, e la nave fantasmatica che porta con sé non persone che scappano dalla miseria e dalla violenza, ma l’incubo dell’invasione, anzi della “sostituzione” degli immigrati africani, neri e mussulmani al posto dell’italiano bianco e cristiano” (la Repubblica, 28 giugno). Sempre su la Repubblica Gad Lerner, il giorno prima, in “L’onore di disobbedire” conclude richiamando i valori assoluti che non possono e non devono essere barattati, e la grave responsabilità politica e morale del Pd sulla questione dei migranti, con gli accordi libici che sono fatti dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, “per non consegnare alla destra il problema dei migranti” con l’assenso mal digerito, dei democratici di sinistra, ma con un sospiro di sollievo del Governo Gentiloni che aveva trovato chi potesse lavare i panni sporchi: “Certo, è vero che il governo gialloverde ha gioco facile a ricordare le colpevoli inadempienze degli altri paesi Ue, ma da quando le inadempienze altrui possono giustificare le nostre? Carola Rackete è una cittadina europea che tenta coraggiosamente, a suo rischio e pericolo, di riscattare il disonore dei governanti dell’Unione. Di tutti noi. Lo ricordino i dirigenti del Pd che oggi si precipitano a Lampedusa, ma il cui ultimo governo inaugurò quell’opera di denigrazione delle Ong che ha prodotto i guasti da cui oggi muove la loro ripulsa morale. Ci sono valori inderogabili ai quali è dovuta venire a richiamarci, lì in mezzo al mare, una giovane donna capace di ascoltare la voce di chi soffre”. La ribellione sorge quando ad illuminarla è quel raggio che nutre le radici della coscienza, come i versi che sono scolpiti all’ingresso del palazzo di vetro dell’Onu del poeta persiano Saadi di Shiraz, Shiraz (1203 – 1291): Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,/ sono della stessa essenza./ Quando il tempo affligge con il dolore /una parte del corpo/ le altre soffrono./ Se tu non senti la pena degli altri/ non meriti di essere chiamato uomo.” Da questi valori si genera il sentimento di condanna verso le ingiustizie e l’oltraggio alla dignità dell’essere umano:  “Penso all’apertura incondizionata verso gli altri come espressione di cultura, l’amore razionale di un cervello che pensa profondamente che l’altro è come lui, con identici o simili pensieri, desideri, ma anche recettori, muscoli, arterie e vene, e che insieme a lui fa parte del grande organismo della specie che non può essere contento e sano se una parte soffre e viene trascurata o offesa (Lamberto Maffei, Elogio della ribellione, 2016”. A rendere la luce della coscienza più intensa sono ancora le parole di don Luigi Ciotti: “L’immigrazione è una sfida cruciale del nostro tempo, quella che più di altre ci pone di fronte ad un bivio: da una parte diventare una società aperta, giusta, accogliente; dall’altra diventare una società chiusa, diffidente, dominata da aggressività e fantasmi che – la storia lo insegna – invece di metterci al riparo dall’insicurezza, la alimentano” (L. Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio)  

Epilogo

Galeotta fu la Sea Watch e chi la comandò Hai detto: “Per altre terre andrò per altro mare…/  Altrove non sperare, / non c’è nave non c’è strada per te./ Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto/ Tu l’hai sciupata in tutta la terra. (Costantino Kavafis, La città) Esseri umani, piante o polvere: tutti danziamo su una melodia misteriosa intonata nello spazio da un musicista invisibile (A. Einstein) “Il mare. Bisogna cercare di immaginarlo, di vederlo con gli occhi di un uomo del passato: come un limite, una barriera che si estende fino all’orizzonte, come un’immensità ossessiva, onnipresente, meravigliosa, enigmatica. Fino a ieri, fino alla nave a vapore i cui primi record di velocità ci paiono oggi risibili – nove giorni di traversata, nel febbraio del 1852, tra Marsiglia e il Pireo -, il mare è rimasto sconfinato, secondo l’antico metro della vela e delle imbarcazioni sempre alla mercé del capriccio dei venti, cui occorrevano due mesi per andare da Gibilterra a Istambul e almeno una settimana, ma spesso due, per raggiungere Algeri partendo da Marsiglia. Da allora il Mediterraneo si è accorciato, restringendosi a poco a poco, ogni giorno di più!”. Ad evocare il “il mare da dove nascono i miti” (famoso l’articolo del 1956 scritto da Giuseppe Berto che rimase folgorato dall’incanto di Capo Vaticano con l’evocazione dei miti)  uno degli storici più significativi del ‘900, Fernand Braudel nel suo “Il Mediterraneo” (1985). Quella visione mitica rimane intatta anche in tempi inquieti, di privazioni, di miserie, di sconforto, di disumanità, delirante e farneticante”. Arriverà quel lontano tempo. E  le future generazioni racconteranno l’epica storia del Capitano e della Capitana. Così la cronaca di questi giorni si trasfigurerà in epopea come lo è stata per gli eroi protagonisti dell’Iliade e dell’Odissea: la guerra, l’onore, la gloria per il primo;  l’amore, l’avventura, il viaggio alla scoperta dell’Altro, l’attesa e il ritorno, nel secondo poema. “Il cuore m’indusse a far vela verso l’Egitto. Armai nove navi, raccolsi presto la ciurma. Stettero allora i compagni, a me cari, sei giorni a convito festosi… Il settimo giorno salpammo da Creta col vento di Borea, che bello e robusto soffiava, come fossimo spinti giù per corrente. … seduti stavamo… la sola guida alla navi era il vento be il timone. Arrivati che fummo alla bella corrente del Nilo, il quinto giorno era sorto… “ In una atmosfera sfumata dal tempo e dalla memoria, la fantasia poetica di qualche aedo potrà ispirarsi come Omero. E racconteranno le gesta del Capitano che difende il Santo Sepolcro e la temeraria Carola che ha osato sfidare Poseidone e la sacra legge del divino decreto bis, come il paladino Orlando e la guerriera mora Angelica. Amore e Psiche, Orfeo e Euridice, Paolo e Francesca, Giulietta e Romeo:  i posteri reciteranno nelle piazze digital il perduto amor tra il fiero moro Matteo e l’intrepida ariana Carola, come la romantica storia d’amore di Mata e Grifone, i leggendari personaggi dei Giganti che al rullo frenetico dei tamburi, danzano per rievocare l’incontro tra Mori e Cristiani e suggellare l’amore che rompe ogni confine. Mata è la donna prosperosa dalla pelle bianca che si lascia corteggiare da Grifone, un truce guerriero saraceno con baffi e barba nera, con un viso di carnagione scura, che ha in testa un cappellaccio, un elmo argentato o un cappello di piume. Mata e Grifone, secondo antiche interpretazioni, rappresenterebbero gli Dei del passato che governavano il Mondo. Ma in questa epopea potranno anche ascoltare la storia tragica di Donna Canfora, rapita per la sua beltà muliebre. Così il Capitano, ammaliato dalle virtù eroiche della Carola, scoprirà di avere un cuore tenero come quello di Ulisse. C’è sempre un punto debole anche nella Lega di acciaio, come il tallone di Achille. Bisogna saper trovare la giusta combinazione, il punto di fusione, ed essere un po’ alchimisti, per trasformare il piombo in oro. E anche lo “sturm und drang” romantico coniato dall’anima fervida del popolo germanico che si porta dentro Carola, sarà trasformato nel un porto sepolto evocato dalle liriche di Giuseppe Ungaretti in quel tempo in cui con la sua inconsapevolezza veleggiava le acque africane del Nilo:“Vi arriva il poeta/ e poi torna alla luce con i suoi canti/ e li disperde/ Di questa poesia/ mi resta/quel nulla/d’inesauribile segreto”. Poi infine, tra le segrete carte nautiche del Capitano che naviga prevalentemente sulle acque tumultuose di facebook, si scoprirà che dietro c’era un misterioso disegno per distogliere la moltitudine dalla solitudine e per tastare il battito del cuore del popolo digital. Una sorta di esperimento maieutico del Comitato per la salute pubblica. E si svelerà che su quella nave che ha violato le colonne d’Ercole invece di reietti umani africani, c’erano dei menestrelli che cantavano e ballavano. Il copione, anzi il canovaccio – perché siamo ancora nell’era della commedia dell’arte con tanto di maschere e mascherate – è stato pensato dal capocomico di una compagnia errante emulante gli antichi Carri di Tespi,  e anche la Capitana è una star system M5S. Solo che il Capitano in total black non riesce più a staccarsi dal suo personaggio: fatica a capire quale sia il vero dal falso profilo. “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla”. (W. Shakespeare, Atto V, scena V).