Quella volta che…

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Quella volta che…. ( tratto da Blu Oltremare ) Di Vincenzo Calafiore 10 Giugno 2019 Udine “… chiudo una finestra senza emozione su un passato; probabilmente lui penserà che sia una cosa temporanea. Io so che non tornerò più! Voglio andare da lei perché ho visto il mare nei suoi occhi e ho pensato che saremmo invecchiati assieme e insieme avremmo scritto il mio libro più bello: Blu Oltremare! Avremmo cominciato ad avere paura a spogliarci dei panni, guardarci così come siamo legni levigati da tanto mare. Ora non mi chiedo quanto abbiamo vinto o quanto abbiamo perso, me lo chiedo e le risposte sono appannate, affamate d’amore: ecco questa è la risposta, l’unica: affamato d’amore, ora che c’è lei, Blu Oltremare. “ Vincenzo Calafiore Il ritratto di lei, quello che più volte, ancora moltissimi anni prima nelle pagine di un vecchio quaderno di latino disegnavo era diventato una profezia. Una donna magra e mora, sola nella sua giovane età. Senza misericordia cade la pioggia su quel filo di orizzonte dove lei da qualche parte lo starà come me guardando, una pioggia perpetua. Non sapevo che avrei fatto un “ viaggio” verso la vera vita; a quell’età i sogni erano così veri che era un peccato anche lasciarli andare via. Ma lei no. Lei era vera, io lo sapevo che c’era, io avrei dovuto solo che cercarla, di lei già conoscevo tutto, ma soprattutto il suo profumo che avrei potuto riconoscere fra mille. Ora certo il suo corpo stenderebbe su tutto il mio mare mosso un velo di serenità, quella che i miei occhi non trovano, in questo ricettacolo dei rifiuti del mondo. Forse avrei dovuto sconfiggere il destino e cambiare la destinazione finale. Forse non è tardi. No, lo so, che non è tardi. Ho tracciato io questa rotta e bene o male sto lottando con il destino la mia ultima battaglia senza compromessi, con umiltà. Almeno in queste ultime pagine di Blu Oltremare viverle con le in carne e ossa, anche con quella parte di lei relegata e ferita. Dio, mi insegnerà le parole, le prossime parole per poterla tenere! Ho paura. Non so in cosa sperare in un qualcosa che non sia lei. Ho una parola, una che da sempre ho pronunciato quando ero ancora in grado di comporre parole, la riprendo e lei non fugge via, insiste e ritorna, non mi si stacca di dosso, mi vuole annegare questa parola: ti amo! Il suo nome è essenza, Leda. Io vivo nella mia stessa essenza, essenza che è solo mia, nessun altro potrà avere spazio in lei. Ne soffro, semplicemente soffro. Non sono più di questo mondo, vivo in uno spazio invisibile ove ci incontriamo e facciamo l’amore, viviamo! Ma qui in questo ricettacolo dei rifiuti del mondo senza il linguaggio dei corpi è come non vivere. Mi frullano in testa le ultime pagine scritte la scorsa notte. Precarie, frammentarie, coagulate nei loro stessi margini. Vorrei afferrarmi a loro, sono le ultime lo so. Non posso neanche plasmarle. Lontano dagli altri, da chiunque altro, da tutti gli altri, cerco di guardarmi ma me ne vado via. Certo, capisco di non esserci più, che me ne sto andando via lentamente, non so verso dove né verso chi. A raggiungere qualcosa di lontano, dove nessuno può seguirmi. Così come l’assenza mi definisce, la distanza definisce tutto quello che mi succede dentro e fuori di me. Non mi va di scrivere, ho solo fame di lei. E’ talmente tanto il desiderio che cessa di esserlo e allora mi sento schiacciato. Desiderio esasperato, come una droga, sono a una certa altezza dove non posso essere raggiunto da nessuno se non da Leda; la debolezza del corpo alleggerisce quella della mente ed è un morire è come ricordare quello che ancora non è successo: fare l’amore! Come se dal pensiero di fare l’amore l’avesse evocata, vedo Leda avanzare a piedi tra gli scogli e sabbia in un tramonto che la incendia. Mi sorprende. Per raggiungermi ha dovuto attraversare chissà quale mare. Ha un’espressione felice in volto. Vuole parlarmi, vuole i miei baci, le mie braccia per sentirsi sicura, per non tornare più in dietro.