Abruzzo e Puglia con L’Italia dei sogni illuminano Milano
IL SOGNO DI DON TONINO BELLO Non so perché, ma fin dal primo momento che ho visto la copertina, l’ho associata a tre meravigliosi pensieri di don Tonino Bello. Il primo pensiero concerne il trolley e la vita. Osserva don Tonino Bello “La vita non è come una valigia: una valigia quanto più è piena . . . tanto più è pesante; la vita quanto più è vuota . . . tanto più è pesante. Il secondo pensiero riguarda la scala e i giovani. Se don Tonino Bello fosse qui, pensando che il tasso di disoccupazione nel primo trimestre 2014 ha toccato il nuovo record del 13,6% e, addirittura, del 46% per i giovani da 15 a 24 anni (scomponibile in 35,9% Nord, 42,9% Centro, 60,9% Sud), direbbe: “Ragazzi, non lasciatevi suggestionare dal mito di dover camminare con i piedi per terra, perché quello è un mito che viene adoperato moltissimo, strumentalmente dal mondo degli adulti. A furia di camminare con i piedi per terra, ci stiamo appiattendo alla banalità più assurda. Io credo che siete voi, invece, che dovete impregnare di luce, di sogno, di entusiasmo, di passione la vita così arida, così secca degli adulti”. Il terzo pensiero si riferisce ai giovani e ai loro avi. Chiarisce don Tonino Bello: “La Terra non ci è stata data in eredità dai nostri genitori, ma l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli”. “L’Italia dei sogni”. . . Sapete qual è il sogno di don Tonino Bello? . . . “Il mio sogno è portare il sorriso, il coraggio, la speranza a tutti coloro che incontro”. Mi piace sottolineare che al primo posto poneva il sorriso. Perché vi ho parlato di don Tonino Bello? Perché Goffredo Palmerini ha scritto dei pezzi ricollocati ne “L’Italia dei sogni” su Santi e prossimi Santi: San Celestino V, San Giovanni Paolo II, il Venerabile don Gaetano Tantalo, il Servo di Dio don Tonino Bello. Quello su don Tonino Bello, colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente Goffredo Palmerini, è un pezzo su un mio libro, tanto piccolo quanto prezioso: “Spalancare la finestra del futuro”, ED INSIEME, 2011. È collocato a pag. 46 de “L’Italia dei sogni”. DUE SOGNI CHE SI UNISCONO “L’Italia dei sogni” contiene a pag. 194 un pezzo scritto a quattro mani da me e Goffredo Palmerini. Concerne Milano, Martina Franca e L’Aquila. Cosa le collega? Un sogno chiamato “Teatro”. A Milano, nel 1947, due ragazzi di 26 e 28 anni, Giorgio Strehler e Paolo Grassi, inventarono un sogno: il Piccolo Teatro di Milano. Al loro fianco c’era una ragazza: Nina Vinchi. Strehler, Grassi, Vinchi, un sodalizio a tre che ha fatto la storia del teatro, a Milano, in Italia, nel mondo, che ha saputo fare della sala di via Rovello uno dei maggiori centri culturali europei. A Martina Franca, nel 1975, un gruppo di appassionati musicofili, capeggiati da Alessandro Caroli, con il determinante supporto di Franco Punzi, allora Sindaco della città pugliese e di Paolo Grassi, all’epoca sovrintendente del Teatro alla Scala, inventarono un altro sogno: il Festival della Valle d’Itria.
È proprio vero (e non mi stancherò mai di ripeterlo): “Se non si sogna, non si progetta. E se non si progetta, non si realizza”. È incredibile a dirsi ma, ogni anno, nel ricordo di Paolo Grassi, i due citati sogni annullano i 1.000 km che li separano e si uniscono. Ciò avviene ogni anno, senza soluzione di continuità, al punto che Sergio Escobar è solito dire: “Il Festival della Valle d’Itria è una costola del Piccolo Teatro di Milano. E il Piccolo Teatro di Milano è una costola del Festival della Valle d’Itria”. È un pensiero che arriva dritto al mio cuore, facendomi emozionare. Così come mi fa emozionare la strategia del Festival. “Tempi di crisi e di paure diffuse, di necessaria prudenza e di rinunce forzose, ma per un Festival che sente l’alto richiamo del servizio pubblico alla Cultura arretrare e chiudersi in difesa è una soluzione semplicemente non percorribile. Il Festival della Valle d’Itria accetta la sfida, nella convinzione che l’unica risposta possibile, per una società smarrita, sia stringersi intorno ai propri valori. E quindi rilancia, scommettendo sulla curiosità e qualità del suo pubblico, trovando coraggio nelle proprie radici e cercando di trasformarsi con sempre maggior convinzione in un laboratorio pubblico di idee, creatività, emozioni, dibattito”. Ciò, nonostante lo straordinario monito di Paolo Grassi, ricordato da Alberto Triola, Direttore artistico del Festival della Valle d’Itria il 21 maggio 2014 presso il Piccolo Teatro di Milano: “Un’idea di fare teatro, in un modo diverso dagli altri, non vi servirà molto. Anzi, vi farà soffrire di più. Ma sarà anche il segno del vostro orgoglio. Portate con voi l’esempio di una moralità teatrale per un mondo migliore e più buono. Non dimenticatevi: in epoche oscure anche le luci più tenui brillano come stelle. E ricordatevi anche che, nonostante tutto, il Mondo non finisce qui. Che il Teatro non finisce qui”. Martina Franca, la Città che porta i protagonisti e il pubblico del Festival della Valle d’Itria, grazie a programmi di musica vocale spirituale, mottetti e madrigali, a scoprire le sue chiese, i suoi chiostri e dintorni in fasce orarie inedite: il mezzogiorno domenicale (All’ora sesta), tutti i sabati alle ore 18,00 (I concerti del sorbetto) e nella suggestiva atmosfera notturna (Canta la notte ha inizio a mezzanotte). Sia lode e gloria al Festival della Valle d’Itria, un sogno pugliese-milanese che da 40 anni inorgoglisce ed emoziona nel nome della Cultura. UN MESSAGGIO DI PACE Qual è il legame tra il Festival della Valle d’Itria e L’Aquila?. . . È l’opera Nûr(“Luce” in lingua araba). È un’opera da camera in un atto dell’aquilano Marco Taralli. Nûr è un’opera appositamente commissionata dal Festival della Valle d’Itria, che è stata eseguita per la prima volta il 21 luglio 2012 presso il Teatro Verdi di Martina Franca. La replica ha avuto luogo il 28 luglio, trasmessa in diretta da Radio3 Rai. Nûr si svolge in una notte, tra i letti di un improvvisato ospedale da campo allestito nel prato di Collemaggio, l’indomani del terribile terremoto che ha distrutto la città dell’Aquila. Narra la storia di una donna senza nome, che ha perso la vista nel crollo della sua casa e che trascorre una notte di delirio, tormenti e visioni. I compagni di corsia, disturbati dal suo continuo lamentarsi per il buio che la circonda, la chiamano Luce. Si prendono cura di lei un vecchio Frate (Celestino V), che nessuno tranne Luce può vedere e Samih, un giovane Medico arabo contrastato dalla concretezza spiccia del Primario, che nell’emergenza del momento rimuove lo spazio della compassione umana. Questa drammatica vicenda notturna approda a una scoperta salvifica per la coscienza della donna allo spuntare dell’alba. Nûr trasmette un messaggio di fondamentale importanza. Se è vero che parla di angoscia e sofferenza, è anche vero che rappresenta un cammino alla ricerca della luce: la luce della compassione e dell’accoglimento di chi è diverso da noi o, più semplicemente, lontano, altro da noi. È un messaggio di Pace, che ha riempito di gioia la mente, il cuore e l’anima di chi ha visto l’opera. Tutti, ripeto tutti, ci siamo commossi quando Luce e Samih hanno visto aprirsi la Porta Santa della Basilica di Collemaggio e l’hanno oltrepassata. Sia lode e gloria a Nûr, una meravigliosa Opera che ha portato tanta luce aquilana al Festival della Valle d’Itria. LE RADICI E LE ALI Goffredo Palmerini con “L’Italia dei sogni” narra, facendo emozionare, che due sono le cose importanti della vita: le radici e le ali. Per certificare la valenza delle radici, faccio ricorso ai versi in dialetto salentino dei Sud Sound System.
| “Se nu te scierri mai delle radici ca tieni rispetti puru quiddre delli paisi lontani. Se nu te scierri mai de du ede ca vieni dai chiù valore alla cultura ca tieni”. | “Se non dimentichi mai le tue radici rispetti anche quelle dei paesi lontani. Se non scordi mai da dove vieni dai più valore alla cultura che hai”. |
Questi versi dovrebbero essere ben presenti in tutti i Comuni della Puglia, dell’Abruzzo, del Molise, della Lombardia. . . dell’Italia, perché c’è difficoltà per le ali e confusione per le radici. Consideriamo le 7 nazioni più importanti del Mondo: Italia, USA, Inghilterra, Francia, Germania, Cina, Giappone. Il Rapporto 2013 di UnionCamere e Symbola contiene un’analisi culturomica con riguardo a 7 attività culturali: Arte, Architettura, Cinema, Design, Moda, Teatro, Enogastronomia. All’inizio del Novecento l’Italia: è prima nell’arte e nell’architettura; non si classifica nel cinema, perché il cinema deve ancora fare la sua comparsa; è seconda nel design e nella moda; è sesta nel teatro; è settima nell’enogastronomia. Spostiamoci con la macchina del tempo di un secolo, arrivando al 2000. Nel 2000 l’Italia è: settima nell’arte; sesta nell’architettura; settima nel cinema; quarta nel design; terza nella moda; settima nel teatro; terza nell’enogastronomia. Nel 2000 la miglior posizione che occupa l’Italia è la terza nella moda e nell’enogastronomia. In un secolo l’Italia ha perso posizioni nell’arte, nell’architettura, nel design, nella moda, nel teatro. Siamo ultimi nel cinema. Stiamo guadagnando posizioni solo nell’enogastronomia. Purtroppo, le brutte notizie non sono finite qui. Consideriamo 5 marcatori di significato: lusso, stile, bellezza, genio, immaginazione. All’inizio del Novecento l’Italia: è prima per lusso e stile; è seconda per bellezza; è terza per genio e immaginazione; è sesta per estetica. Nel 2000 l’Italia: è settima per lusso; è quinta per stile; è seconda per bellezza; è quinta per genio; è settima per immaginazione; è settima per estetica. In un secolo l’Italia ha perso posizioni per lusso, stile, genio, immaginazione e estetica. È riuscita a mantenere la seconda posizione solo per bellezza. Abbiamo dilapidato buona parte del patrimonio trasmessoci dai nostri avi! Non siamo riusciti a mantenere le promesse del passato! Un delitto! Dalla difficoltà per le ali passo alla confusione per le radici. Ne parlo con riferimento a due casi concreti, che concernono la Puglia e Milano. “Smart Puglia 2020”: è così denominato il progetto della Regione Puglia che dovrebbe portarci nel futuro. Si tratta di denominazione del tutto inadeguata per la terra dei Messapi e della Magna Grecia, che non può limitarsi a fare “copia e incolla” di una terminologia ultra adottata negli ultimi anni. Mi permetto, inoltre, di far osservare che, pronunciandola, il volto non si apre al sorriso. Provate a pronunciare “Puglia Gentile”. È il titolo della silloge “Puglia Gentile”, 1986, del Poeta Angelo Semeraro, vissuto a Paganica e all’Aquila, figlio di Francesco Semeraro di Massafra. È agevole per me constatare che i vostri volti si sono illuminati. E, adesso, vi faccio emozionare con i versi di “Puglia Gentile” che “L’Italia dei sogni” riporta a pag. 225. “Mi sono ubriacato di sole, mi sono ubriacato di mare, mi sono ubriacato d’amore. Amore per la Puglia stupenda; amore per le contrade che nel mito trovano la loro essenza di essere”. Completo il quadro dello stato confusionale in cui versa il nostro Paese con il secondo caso. “Made of Italians”: è lo slogan coniato da EXPO 2015. Si tratta di uno slogan del tutto inadeguato per la terra di Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi. Concludo. Sia lode e gloria a Goffredo Palmerini che, con “L’Italia dei sogni”, ribadisce che radizione è custodia del fuoco. E ancora, che semplicità è un dono prezioso. E ancora, che il colore azzurro implica speranza. E ancora, che per passare dal buio alla luce, dai punti neri alle stelle, non basta, come ci ha insegnato don Tonino Bello, enunciare la speranza, ma occorre organizzarla:
- magari riempiendo o svuotando una valigia;
- magari ricorrendo ad una scala;
- magari – che è l’immagine che più mi intriga – utilizzando le nostre ali.
Francesco Lenoci Docente Università Cattolica del Sacro Cuore e Vicepresidente Associazione Regionale Pugliesi Milano




