Francesco Perri, lo scrittore di Careri tra I Conquistatori ed Emigranti

 Letteratura minore e provinciale, romanzo popolare e romantico che commuove e getta nella malinconia: sono questi gli elementi e i temi della prima formazione culturale di Francesco Perri dei quali si nutre ben poco perché presto dalla natia Careri (Reggio Calabria) dove era nato nel 1885 emigra verso Torino dove si laurea in legge e quindi nella Lomellina (Pavia) come Direttore delle Poste. Quelle problematiche calabresi: arretratezza culturale ed economica ed ingiustizia sociale, restano lontane.

Ora è preso dagli avvenimenti che lo toccano da vicino: i moti popolari della Lomellina e la repressione fascista ed è su questi elementi che Perri costruisce la sua prima opera  Conquistatori con lo pseudonimo di Paolo Albarelli.

È il primo romanzo che esce a puntate sulla “Voce Repubblicana” nel 1924 e poi in volume nel 1925. Parla di lotte contadine contro gli attacchi dello squadrismo fascista e degli industriali del nord che sfruttano i lavoratori. Descrive in più parti la figura di Mussolini e fa un ritratto violento e allude a grossi personaggi del regime con le loro azioni infamanti. Segue inesorabile la reazione della stampa di regime con la perdita del posto e con il libro ritirato da tutte le librerie e messo all’indice. Non solo. La sua biblioteca viene devastata e la collaborazione ai vari quotidiani sospesa.

Perri viene a trovarsi sul lastrico e la cosa più grave è che la persecuzione fascista lascerà il segno anche nella sua indole di scrittore.

Perri non sarà mai più deciso e travolgente nella rappresentazione delle masse in rivolta come nella sua prima opera e la verità cederà spesso il passo al sentimentalismo e al formalismo. Dopo Conquistatori, la prima opera apertamente fascista della letteratura italiana, non si scriveranno più e per un bel pezzo romanzi di questo tenore.

“La letteratura esplicitamente antifascista – aveva scritto l’altro scrittore calabrese Mario La Cava – era morta quasi prima di nascere”.

Perri ci riprova e nel 1929 esce Emigranti, la nuova sfida al fascismo. Sono i contadini in lotta della Lomellina che gli stanno troppo a cuore e gli ricordano i contadini della sua Calabria, “la Calabria della povera gente che subisce il flagello dell’emigrazione, rinchiusa com’è tra l’Aspromonte e lo Jonio che non offre futuro” come scrive Gianni Carteri. È la Calabria che Perri  non ha certamente dimenticato, quei contadini miserabili che hanno sono una scelta: fuggire, emigrare. Scrive il gesuita Padre Domenico Mondrone: “Il Perri parla di una terra ch’è la sua terra e inscena una tragedia ch’è la tragedia della sua gente. Miseria che parte, miseria che rimane, miseria che torna”.

Il libro non passa inosservato Se ne accorgono quelli del regime che scoprono in Perri quell’Albatrelli dei  Conquistatori  e se ne accorgono gli intellettuali che lo abbracciano.

È la fine. Deve rinunciare all’arte dello scrivere, soffocando i suoi ideali di acceso realista.

Con Emigranti, Perri diviene il primo scrittore italiano ad affrontare due grandi temi: la lotta contadina in Calabria  contro il latifondismo e il dramma dell’emigrazione; è il primo tentativo di lotta contro i proprietari usurpatori e illegittimi.

È una rivolta contadina come tante altre quella di Pandore, l’antico toponimo della sua Careri, è ancora lontano l’eccidio di contrada Fragalà di Melissa, perché basta l’intervento di due carabinieri a cavallo per metterli in fuga “come uno stormo di passeri allo scoppio di un fucile a pallini” mentre la rivendicazione delle terre demaniali finisce in una razzia di pomodori e di spighe di grano e nell’arresto di alcuni contadini.

Gramsci dal carcere si inquieta per questo ridicolo tentativo di lotta e scriverà: “L’occupazione a Pandore nasce da ‘intellettuali’ su una base giuridica (nientemeno che le leggi eversive di Murat) e termina nel nulla, come se il fatto non avesse sfiorato neppure le abitudini di un villaggio patriarcale”. Ma non finisce nel nulla, come dice Gramsci. Il tentativo di prendersi le terre vuole essere il tentativo di legarsi per sempre alla terra natia dove dissodare una zolla per un pezzo di pane. Non sarà così perchè la terra rimarrà ancora agli usurpatori latifondisti e  ai Pandurioti non rimane che un’altra terra, la terra promessa dell’America.

Si parte in massa e all’avventura, ma i contadini, sono quelli del Perri, sono sprovveduti e poveri in tutto e fuori da Pandore sono nulla e inghiottiti dal gigantismo delle città americane.

Il mito dell’America ricca pian svanisce perché si è presi dai morsi della nostalgia soffocati e sperduti come si è in quell’immenso continente.

Gramsci non condivide l’immagine di questi contadini-emigranti, primitivi e sbandati, non organizzati. E come potevano essere altrimenti, chiediamo al Gramsci?

Gramsci non sopporta tutta quella serie di disgrazie che colpiscono gli emigranti e i loro familiari, coinvolti tutti in una specie di tragedia classica.

E forse Gramsci non aveva capito o non voleva capire che in Perri c’era del “verismo” e che era l’iniziatore del neorealismo anche senza storicismo come avrebbe desiderato Gramsci.

Con  Emigranti lo scrittore calabrese ha pensato sempre di fare il romanziere e non lo storico ed ha creduto di rivolgersi non solo ai critici, ma soprattutto al pubblico che vuole un’immagine, un’emozione e non ricercatezza di stile e forma; Gramsci avrebbe messo in bocca a quei contadini analfabeti un linguaggio liricizzante.

Ma forse Gramsci viveva molto lontano dalla realtà delle sudate terre e dalle inquietudini della prima emigrazione.

Comunque sia il libro del Perri è stato abbracciato e accettato con commozione e coinvolgimento da tante generazioni, aldilà del giudizio di Gramsci che lascerà il segno nello scrittore di Careri: abbandonerà per sempre il realismo per il fantastico con qualche libro per l’infanzia.

Sarà il viale del tramonto per Francesco Perri?

Gli anni a venire diranno che lo scrittore di Careri non è tramontato, come non è tramontato Emigranti (Premio Mondatori 1928) che verrà ristampato nel 1976 dalla casa editrice Lerici su suggerimento del critico calabrese Pasquino Crupi per il quale, il romanzo del Perri, è “un documento che è tra i più significativi di un modo ‘minore’ di accostarsi alle situazioni letterarie. La Calabria di Perri è ancora la Calabria che cerca faticosamente una voce non ancora acculturata o colonizzata”. Nel 2012 l’editore reggino Baruffa ripubblicò il romanzo riconosciuto da alcuni storici come “uno dei documenti più cospicui intorno alle origini del Fascino” come annota Carteri.

Anche Mons. Giancarlo Bregantini, oggi vescovo di Campobasso – Boiano, apprezzava l’opera del Perri ed avrebbe voluto darle il giusto merito in una qualche iniziativa culturale nella Diocesi di Locri, ma il misterioso trasferimento per il Molise  ne impedì la realizzazione.

Certamente Perri non è stato dimenticato dai “suoi” contadini accorsi in massa ai suoi funerali nel1974 in una giornata gelida del 9 dicembre. Francesco Perri è morto a Pavia ma volle tornare per sempre alle radici, alla sua antica Pandore.

9 su 10 da parte di 34 recensori Francesco Perri, lo scrittore di Careri tra I Conquistatori ed Emigranti Francesco Perri, lo scrittore di Careri tra I Conquistatori ed Emigranti ultima modifica: 2013-01-17T09:57:34+00:00 da Mimmo Stirparo
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