Il mistero dell’oro di Dongo, un thriller di Paolo Di Vincenzo

Che fine ha fatto il tesoro di Dongo? Quando Benito Mussolini il 27 aprile 1945 fu fermato dai partigiani della 52^ Brigata Garibaldi nel paesino sulla riva occidentale del lago di Como che guarda il confine svizzero, aveva con sé una vera fortuna, tutto ciò che restava del patrimonio della Rsi: soldi, tanti soldi, circa 230 miliardi di allora, 42 chili in lingotti d’oro, gioielli, ma anche le fedi nuziali degli italiani. Una miniera che Mussolini, camuffato da sottufficiale tedesco, e alcuni gerarchi fascisti portavano con sé durante il tentativo di fuga sui camion d’una colonna di tedeschi in ritirata, culminato con la cattura e la morte del Duce d’Italia, fucilato insieme a Claretta Petacci il 28 aprile a Giulino di Mezzegra.

Sul tesoro sequestrato a Dongo dai partigiani al comando di Pier Luigi Bellini delle Stelle, il Comandante Pedro, per decenni si è favoleggiato. Con quel tesoro anche documenti riservati, comprese le lettere tra Winston Churchill e il dittatore italiano. Lettere che avrebbero gravemente compromesso la reputazione del primo ministro britannico, il quale potrebbe aver avuto un ruolo nella fine di Mussolini. Non a caso, subito dopo la fine della guerra, Churchill venne diverse volte in Italia, soggiornando in particolare tra il lago di Como e il lago di Garda. Qualcuno sospetta che le vacanze italiane del primo ministro inglese fossero mirate proprio a ritrovare e a distruggere quelle lettere compromettenti. Un mistero avvolto nelle tenebre da quasi 70 anni.

Fin qui la storia. Ma Paolo Di Vincenzo, musicologo e giornalista pescarese, da sempre alle prese con temi ed argomenti della cultura, dà una lettura tutta sua, naturalmente immaginaria, di quei fatti, ancora non del tutto chiariti, nel volume “Il mistero dell’oro di Dongo”, un thriller uscito da qualche giorno. Il giallo – un  e-book per non distruggere né un albero e nemmeno una foglia – è pubblicato anche in lingua inglese, con il titolo “The Dongo treasure mystery” sul sito www.smashwords.com/books/view/151807 ed è disponibile per tutti i formati elettronici (Kindle, Ipad, pdf). La versione in inglese è invece disponibile sempre nel sito Smashwords ma a questo link: www.smashwords.com/books/view/154508. Il volume, inoltre, è acquistabile anche nella versione per i Kindle Amazon a questi link:  ww.amazon.com/dp/B007WPKMZO (in italiano) e www.amazon.com/dp/B007WPMSMY (in inglese). Il prezzo è volutamente molto basso, meno d’un pacchetto di sigarette (4,99 dollari, al cambio attuale 3,88 euro), solo che leggere non nuoce gravemente alla salute e magari, calandosi nelle atmosfere della storia narrata da Paolo Di Vincenzo nel suo romanzo, si passano anche un paio d’ore di spensieratezza.

“Il mistero dell’oro di Dongo”, tra verità e finzione, porta il lettore dal Ponte del Mare, a Pescara, al Vittoriale degli Italiani, ultima dimora di Gabriele D’Annunzio, a Gardone Riviera, nei luoghi dove Benito Mussolini e Claretta Petacci vissero i loro ultimi giorni prima di partire per la fuga conclusasi a Dongo, nei pressi del lago di Como. Intercettati dai partigiani e catturati, vennero fucilati il giorno dopo davanti al muro di Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, in circostanze ancora non del tutto chiarite. Medesima sorte, a Dongo, fu riservata a 15 gerarchi fascisti, tra i quali Alessandro Pavolini, Nicola Bombacci, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Francesco Romani e Francesco Maria Barracu, membri del governo della Repubblica di Salò. I corpi di Mussolini, Claretta Petacci e dei gerarchi giustiziati, trasportati a Milano, vennero poi esposti a Piazzale Loreto, nello stesso luogo dove il 10 agosto 1944 dai fascisti erano stati fucilati un egual numero di partigiani.

Ma nella loro esecuzione entrarono anche i servizi segreti britannici? Nel libro di Paolo Di Vincenzo il protagonista è un giornalista di provincia che viene reclutato per dare la caccia a quel tesoro, sepolto da 70 anni. Aiutato dalla moglie, docente di Storia moderna e contemporanea all’università di Pescara, e da un’amica poliziotta, il protagonista si muove nei luoghi della Repubblica di Salò, in particolare nei pressi del Vittoriale degli Italiani, ultima dimora del suo concittadino Gabriele D’Annunzio, scomparso il 1° marzo 1938, sette anni prima dei fatti in questione. Nel plot narrativo servitori fedeli dello Stato, esponenti dei Servizi segreti e giornalisti indipendenti si fronteggiano con continui colpi di scena e con diversi finali mozzafiato. Una storia inventata, ma verosimile, che mescola con sapienza, singolarità e gusto, il thriller con il romanzo storico. La scrittura è ricca e scorrevole, la storia avvincente, e il lettore resta intrigato dentro una narrazione sempre sospesa sul filo della storia e dell’immaginazione. Davvero una prova convincente, questa di Paolo Di Vincenzo che, alla sua prima esperienza narrativa, rivela un’apprezzabile propensione sulla quale può sicuramente investire per altre avventure.

Paolo Di Vincenzo è nato a Pescara il 9 dicembre 1961. Nel 1985 si laurea in Musicologia al Dams di Bologna e nel 1986 comincia a collaborare, come critico musicale, con “il Centro”, il quotidiano dell’Abruzzo in cui è stato assunto nel 1990. Dopo qualche anno di cronaca, è passato a Cultura & Spettacoli, redazione della quale è diventato caposervizio responsabile nel 1998, ruolo che ha conservato fino al settembre 2011, quando si è licenziato. Ama Pescara, l’Abruzzo intero e, naturalmente, l’Italia. Adora la musica, di qualità in qualsiasi genere, la buona cucina e le opere di John Fante e del figlio Dan Fante, di cui è amico fraterno. Adora viaggiare e studiare inglese americano. Con la moglie, Marina Di Crescenzo, ha aperto un sito internet: www.arteabruzzo.it. Di seguito i contatti on line di Paolo Di Vincenzo, a disposizione di chiunque voglia comunicare giudizio e parere sul suo primo romanzo, o per ogni altra informazione: e-mail: pm1976@alice.it e info@arteabruzzo.it – Facebook: Paolo Di Vincenzo e ArteAbruzzo.

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