I due fucilieri di Marina prigionieri in India. Maggiore chiarezza è d’obbligo

Oggi è esattamente un mese da quando si è verificato l’episodio che ha coinvolto i nostri due militari prigionieri in India. L’Alta Corte dei “garantisti e democratici” tribunali indiani continua a rimandare le decisioni e nel frattempo sono ripresi gli accertamenti balistici anche se i due esperti dei Carabinieri risulta che siano rientrati in Italia. Le Istituzioni nazionali dopo un silenzio giustificato da un dichiarato low profile, improvvisamente iniziano a fornire informazioni ufficiali sui fatti. Dichiarazioni dei vari Dicasteri interessati alla vicenda si sovrappongono, ma non aiutano molto a comprendere perché spesso contrastanti fra loro.

Probabilmente dopo lo scarso successo del basso profilo si è aperta una nuova fase, quella di calmierare il livello di responsabilità di comando, controllo e gestione degli eventi, per cercare di sfumarne le conseguenze.

La successione dei fatti è ormai nota, non altrettanto chiaro è come siano stati gestiti. Incongruenze che invece devono essere chiarite nel rispetto della trasparenza dovuta agli italiani che sono ancora ostaggio di rapitori, ai militari prigionieri in India, a tutti coloro che, in uniforme od in abiti civili, rischiano la loro vita operando nel mondo in nome dell’Italia. Costoro meritano il massimo rispetto, attraverso un’informazione ufficiale limpida, pronta ad ammettere anche possibili errori qualora ci siano stati. Invece in questo caso e nelle recenti vicende che hanno portato alla morte di un italiano in Nigeria, parecchie le contraddizioni ed elevato l’impegno di molti a dimostrare la propria estraneità nella gestione della situazione.

La petroliera italiana Enrica Lexie era in acque internazionali al momento dei fatti. Prima che fosse costretta a rientrare in acque indiane è sicuro che sia stata intercettata da un elicottero indiano a 30 miglia dalla costa, molto oltre il confine delle “acque contigue” previste dalla Convenzione di Montevideo sulla navigazione, sottoscritta anche dall’India.

La sospetta barca dei pirati è stata intercetatta il 15 febbraio, giorno in cui i due militari hanno sparato con scopo di dissuasione. L’evento risulta che sia stato immediatamente comunicato alla Farnesina dallo Stato Maggiore della Marina Militare a sua volta attivato dai Fucilieri di Marina coinvolti. E’ scattata, quindi, la “trappola” ed il Comandante italiano ha accettato di rientrare in acque territoriali per attraccare al porto di Koci con l’intento di riconoscere probabili pirati fermati dalle Autorità indiane. L’Armatore conferma di essere stato informato, ma sembra non ammettere di aver dato il proprio consenso. Farnesina e Marina Militare, invece, sono all’oscuro di tutto.

Una volta in porto i militari italiani sono arrestati. Anche in questo caso nessuno chiarisce chi abbia dato loro l’ordine di scendere dalla nave e consegnarsi alle Autorità indiane. I due Ministeri coinvolti assicurano di non aver dato disposizioni in merito. Il Console e l’Addetto Militare sul posto, almeno per quanto noto, non hanno chiarito nulla in merito. L’unica ipotesi, è quindi, che i due Fucilieri di Marina in assenza di ordini abbiano deciso autonomamente. Ipotesi assolutamente improbabile.

Il Ministro Terzi, fatto salvo ogni possibile errore di lettura o interpretazione, ha riferito in Parlamento che quando il Comandante della petroliera ha comunicato di dirigersi verso terra per attraccare nel porto indiano, “Il Comando della Squadra navale e del Centro Operativo Interforze (n.d.r. : COI deputato a gestire tutte le operazioni militari all’estero) non avevano formulato obiezioni”.

Accettazione o diniego che non poteva essere dato se non perché a conoscenza dei fatti.

Il Ministro non chiarisce questo aspetto di fondamentale importanza e nessuno spiega chi abbia avuto un ruolo decisionale sulla consegna dei due militari italiani alle Autorità locali. Nessuno tantomeno ci conferma e ci spiega perché in occasione di quello che potremmo chiamare l’interrogatorio di garanzia dei due Fucilieri di Marina, non sia stato loro garantito un interprete giurato accreditato presso l’Ambasciata italiana a Delhi. Si è invece preferita, come risulterebbe, la traduzione simultanea di un Vescovo locale vicino alla comunità dei due poveri pescatori uccisi.

Sembra inoltre di capire dalla relazione del Ministro Terzi al Parlamento, che gli indiani abbiano esercitato vera e propria coercizione nei confronti di due militari italiani, il cui status era sicuramente riconoscibile dalle insegne militari che indossavano e che imponevano di applicare nei loro confronti le garanzie previste dal Diritto Internazionale. Una prevaricazione accettata, per quanto dato da capire, a causa del numero di armati indiani che l’hanno esercitata, un vero atto di forza contro rappresentanti di uno Stato sovrano cautelati da precipue cautele internazionali, che non ha trovato una coerente ed immediata reazione italiana. Nessun ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU o richiesta alla NATO di applicare l’articolo 5 della carta dell’Alleanza.

Una serie di incongruenze, quindi, che hanno coinvolto due militari italiani che si trovavano su quella nave per difendere gli interessi nazionali, nel rispetto del D.L del luglio 2011, n. 107. Disposto legislativo che prevede l’impiego a bordo di navi con compiti di contrasto alla pirateria di personale della Marina Militare o di altre Forze Armate, con oneri economici a carico degli armatori che lo richiedono. Militari che devono operare nel rispetto delle direttive e delle regole di ingaggio stabilite dal Ministero della Difesa. Nel Decreto altri articoli di natura economica ed amministrativa, ma nessun cenno alle responsabilità di gestione e coordinamento dei militari imbarcati e dei vincoli che devono rispettare l’Armatore ed il Comandante che usufruiscono del servizio di scorta, in particolare al verificarsi di episodi quali quello in essere.

Una legge “monca” che regola uno specifico e particolarissimo concorso militare a favore della marineria commerciale italiana, ma non sancisce inequivocabilmente quale sia la catena gerarchico – funzionale di riferimento e responsabile della gestione delle criticità.

Proprio questa carenza rappresenta l’anello debole della vicenda. Nessuno lo ammette preferendo ricalcare una vecchia e perniciosa abitudine. “Io non ho visto nulla, non c’ero e se c’ero non sono stato adeguatamente informato”.

Un approccio al problema accompagnato da risposte non esaustive, di cui gli italiani non possono accontentarsi né tantomeno accettare come l’unica vera verità.

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