Quaresima, il Crocifisso dell’Immacolata di Crotone

Sto percorrendo una delle più antiche strade del centro storico della città di Crotone, quella strada che lo scrittore calabrese di Palmi Leonida Repaci definì, nel 1950, la “Via dei Baroni”, la via Risorgimento che fiancheggia la Basilica Minore e l’antica chiesa delle Clarisse di Santa Chiara.

È la strada che percorre il solco delle antiche mura della medievale Cotrone e che abbraccia nel suo grembo tanta storia e fede: il convento dei Fratelli Ospedalieri; la chiesa dell’Immacolata e quella più antica di San Giuseppe.

Il primo, il Convento chiamato della Pietà  era allocato dove fino a qualche tempo fa era sistemato il municipio della città, poi l’Ispettorato Scolastico dell’allora Circondario, poi ancora sede degli uffici dell’Asl ed oggi dopo opportune ristrutturazioni è diventato Casa della Cultura. È stato un edificio sacro edificato nel 1667 per volontà di Mons. Carafa e soppresso poi, forse per cause amministrative, da Mons. Corio con Decreto Reale  di Ferdinando IV del 23 giugno 1798.

I Confratelli, che risiedevano in quello che nel tempo era divenuto Ospedale, erano dediti esclusivamente all’assistenza fisica, spirituale morale dei tanti ammalati e dei tanti poveri di cui la città baronale abbondava ed inoltre governavano l’interna chiesa dedicata alla Madonna della Pietà. Dal ricco studio di Angelo Vaccaro “Kroton” (Ed. Mit, Cosenza, 1965) si ricava che nella detta “Casa” nel 1685 esistevano 10 letti per una media di 300 ricoveri all’anno e sei religiosi assistenti. Ma in quella “Casa” i sofferenti, oltre al conforto pratico dei Frati Ospedalieri, avevano soprattutto quello spirituale del Crocifisso. E già perché nella chiesa dell’Ospedale era venerato un Cristo, di cui dirò più avanti, pregno di tanta spiritualità, sofferenza e speranza insieme.

È opera scultorea tutelata dalla Sovrintendenza alle Antichità che, dopo la soppressione degli Ordini religiosi e quindi della “Casa dei Fate bene Fratelli”, è passata (1667) per miglior conservazione nella vicina chiesa di San Giuseppe. Questa è stata consacrata, per la volontà del pio sacerdote don Giovanni Andrea De Landa, dall’allora vescovo di Strongoli Mons. Domenico Morelli di Cutro, lo stesso che in quegli anni aveva consacrato la chiesa francescana della Riforma del paese natio dedicandola al San Salvatore per celebrare la ivi presente scultura lignea seicentesca del Crocifisso di Fra’ Umile Pintorno da Petralia Soprana (PA).

Si tratta una chiesetta di stile barocco, questa di San Giuseppe, voluta dalla benevolenza dei tanti marchesi e baroni della città: Lucifero, Zurlo, Galluccio, Sculco e Berlingieri. Per tanti anni del secolo scorso è stata quasi chiusa al culto perché cadente e abbandonata, oggi finalmente è fruibile dai tantissimi fedeli dopo gli ingenti e onerosi lavori di restauro e ristrutturazione finanziati con i fondi destinati alle celebrazioni del Giubileo 2000.

In questa chiesa, appunto nella cappella gentilizia dei Zurlo-Galluccio, è stato per molti anni ospitato il nostro Crocifisso. È una scultura lignea dipinta al naturale e con, come scrive Vaccaro, “modellazione baroccheggiante e manierata. Si ha l’impressione che debba essere studiato sotto lo stesso riflesso della scultura lignea del Fumo e, quindi, di accertabile provenienza della Scuola Napoletana”.

Oggi il Cristo di legno lo si venera nella vicina chiesa dell’Immacolata. Questa, un tempo, era soltanto una piccola chiesa con la sottostante cripta che aveva tra i suoi scopi spirituali e sociali quello dell’assistenza ai membri dell’omonima Confraternita, alla quale “Papa Clemente VIII,con sua Bolla del 13 settembre 1554, volle annettervi la prerogativa di molte indulgenze, facoltà e privilegi da consentire ai Confratelli l’uso del Cappello, scapolare, cingolo, bacolo e ‘Signum Confraterniatae’ da portare sul petto” (Vaccaro).

Successivamente sulle pietre della vecchia chiesetta, nel 1738, per opera di Gerolamo Cariati e Leonardo de Cola, sorse l’attuale chiesa, sicuramente la più bella della città. È un edificio barocco ma non troppo, raffinato e comunque bello a vedersi. È ad una sola navata rettangolare ai cui lati ci sono altari arricchiti da tele di pregevole arte. Nella cripta è conservata la primaria chiesetta trasformata nel ‘500 in cimitero ed oggi, in un’atmosfera che ci pone in seria riflessione sul valore della morte e della resurrezione, vediamo allineati qualche centinaio di teschi ed in mezzo una statua del Cristo Risorto. Ma il più importante gioiello dell’arte e della fede la chiesa dell’Immacolata l’ospita addossato alla parete destra.

È il Crocifisso, davvero un bel Crocifisso, scultura del 1640 ricavata da un sol pezzo di legno con la particolarità degli occhi, occhi aperti e azzurri. Giovambattista Maone in “Via dei Baroni” (1995) si legge che “è uno dei pochi esistenti nel mondo che, contrariamente alla tradizione, presenta il Nazareno in agonia, con gli occhi aperti, azzurri e lacrimanti che esprimono drammaticamente l’infinità sofferenza dell’ora della morte sulla Croce”.

Tradizionalmente, appunto, l’arte scultorea e pittorica ci ha sempre rappresentato un Gesù Crocifisso con gli occhi chiusi e testa bassa; il nostro Cristo, invece, risulta essere uno dei pochissimi al mondo a mostrarci la sua passione e il suo “consumatum est” con gli occhi aperti rivolti al cielo nell’ultimo attimo della sua esistenza terrena, in quell’attimo che rivolgendosi al Padre gli mostra tutta la sua naturale debolezza umana: “Padre mio perché mi hai abbandonato?”.

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