Oslo, la questione sicurezza in Europa

Fernando Termentini

Abbiamo atteso qualche giorno prima di commentare un evento così tragico come l’attentato di Oslo, per evitare un approccio istintivo che avrebbe potuto suggerire un’analisi di impulso piuttosto che razionale. Oggi qualcosa di più emerge, ma molti particolari dell’evento devono essere approfonditi perché l’accaduto possa essere imputato solo alla mente malata di un estremista isolato piuttosto che riconducibile ad un’organizzazione strutturata sul territorio norvegese. Particolari tecnici, infatti, lasciano perplessi sull’ipotesi che l’attentato sia stato preparato ed attuato da una sola persona, senza il supporto logistico di ben altre realtà che potrebbero essere collegate all’eversione internazionale. A prescindere, infatti, dal tipo di esplosivo utilizzato quasi certamente artigianale, è certo che l’attentatore per realizzare e gestire le quantità che sembrano essere state impiegate per l’attentato, non può aver fatto riferimento a semplici nozioni di detonica, magari riferendosi a notizie riportate sul web. Una carica esplosiva del genere, realizzata miscelando componenti chimici di circostanza, per garantire gli effetti prodotti ad Oslo deve essere attivata con un sistema di innesco strutturato, realizzato applicando regole fondamentali di detonica, difficilmente ascrivibili ad un’autodidatta. Inoltre, il materiale di base necessario per l’attivazione, i detonatori, non sono reperibili facilmente sul libero mercato alla stessa stregua di un fertilizzante ed, in ogni caso, difficilmente possono essere autocostruiti con tecniche artigianali. Infine, le affermazioni che i risultati sono stati ottenuti esclusivamente con l’esplosione di un’autobomba, lascia alquanto perplessi. Le immagini divulgate propongono la carcassa di un’autovettura distrutta le cui dimensioni in prima approssimazione non sembrano congrue con la quantità di esplosivo che dovrebbe essere stata utilizzata e non ci sono tracce di crateri sulla strada come generalmente avviene nel caso dell’utilizzo di ordigni esplosivi sistemati su automobili. Inoltre, come si ricava dalle immagini proposte, i danni maggiori sono stati prodotti in un terzo piano di angolo del palazzo oggetto dell’attentato, dove è scoppiato un incendio e dove si sono verificati i danni strutturali più importanti. Condizioni che sono difficilmente riconducibili agli effetti provocati da una carica seppure potentissima che esploda all’aperto come, ad esempio, avvenuto ad Oklahoma City in cui un’intera facciata dell’edificio è collassata o in via d’Amelio dove gli effetti più sostanziali sono stati a livello stradale, coinvolgendo poco e nulla l’edificio antistante allo scoppio. Potrebbe, quindi, esserci stata un’esplosione concomitante a quella dell’autobomba che porterebbe ad ipotizzare che il reo confesso non abbia agito da solo, almeno nella parte organizzativa dell’attentato, ma abbia potuto fare riferimento ad un supporto sul piano logistico e forse anche operativo. In ogni caso, a prescindere da quanto sarà accertato, quanto avvenuto ad Oslo dimostra che l’Europa non può essere considerata immune da una minaccia globale, peraltro già attualizzata nel passato a Madrid, a Londra ed a Stoccolma. In particolare, in un momento in cui gli eventi nel Mediterraneo spingono sempre di più i flussi migratori verso il nord Europa di cui la Norvegia rappresenta il capolinea e nel momento che il Paese non è stato immune da minacce estremiste. Già in passato il mullah Krekar, estremista islamico curdo con asilo politico ad Oslo dal 1991, minacciò i politici norvegesi che avevano deciso di allontanarlo dal paese, in particolare Erna Solberg, dopo aver ricevuto nel 2003 un ordine di espulsione per i suoi legami con un’organizzazione da lui fondata, Ansar al-Islam,. Anche Ayman al-Zawahiri, ormai numero uno dell’organizzazione terroristica di Al Qaeda dopo la morte di Osama Bin Laden, nel 2004 ha minacciato la Norvegia, che come membro della Nato ha partecipato agli interventi militari in Afghanistan, Iraq ed ora anche in Libia. Uno scenario che dovrebbe suggerire di rivedere, seppure temporaneamente, gli accordi di Schengen applicati anche in Paesi non dell’Unione Europea come la Norvegia e la Svizzera, per evitare che, come accade attualmente, chiunque parti da qualsiasi aeroporto europeo possa sciamare e disperdersi su tutto il Vecchio Continente, senza che ne sia accertata in modo certo l’identità. Oggi, infatti, l’unico controllo è quello effettuato dai vari operatori delle compagnie aeree o navali, incaricati di accertare la sicura rispondenza fra la persona e l’intestazione di un titolo di viaggio. Partire da Roma piuttosto che da Lisbona o da Madrid e raggiungere Oslo è possibile per chiunque disponga di un documento anche se contraffatto ma che attesti la rispondenza fra i tratti somatici e gli estremi anagrafici. Forse ripristinare i confini almeno in circostanze eccezionali come l’attuale e fino a quando non sia stata fatta assoluta chiarezza sugli eventi di Oslo, aiuterebbe a garantire una maggiore sicurezza ai cittadini europei senza intaccare il pilastro simbolico dell’unità europea, ma solo identificando in maniera certa chi si muove sul territorio del Vecchio Continente.

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