Berlusconi si impegna sulla riforma fiscale

Riceviamo e pubblichiamo il discorso che il Premier Silvio Berlusconi ha tenuto al Senato della Repubblica in occasione del voto della fiducia.

“Signor Presidente, signori senatori,

il dibattito di oggi nasce – come sapete – da una sollecitazione del Presidente della Repubblica, a cui rivolgo il mio cordiale saluto. Il Capo dello Stato, con l’autorevolezza che tutti noi gli riconosciamo, ha invitato il Governo a riflettere in Parlamento in merito ai mutamenti intervenuti nella compagine governativa. È un invito opportuno, che accolgo con favore.
Sono certo che il Governo uscirà rafforzato da questo passaggio parlamentare. Condivido e rilancio – quindi – l’appello alla responsabilità e alla coesione del presidente Napolitano, convinto che tutte le forze politiche e sociali debbano lavorare nell’esclusivo interesse del Paese, ciascuna interpretando in modo costruttivo il proprio ruolo. Dobbiamo ritrovare l’unità intorno ai valori comuni.

Voglio qui anzitutto ribadire la nostra ferma intenzione di completare il programma di governo per il 2013, arrivando alla scadenza naturale della legislatura. I cittadini potranno giudicare complessivamente il nostro operato attraverso le elezioni politiche generali, come prescrive la Costituzione e come avviene in tutte le democrazie. Se allarghiamo lo sguardo alle grandi Nazioni occidentali, vediamo che né le opposizioni, né i media, né l’opinione pubblica reclamano le dimissioni di Presidenti e Capi di Governo in seguito a risultati elettorali di medio termine nelle elezioni locali.

La vera anomalia è pretendere la caduta di un Governo democraticamente eletto e, nel nostro caso, legittimato in Parlamento da più voti consecutivi di fiducia. Ecco perché considero le richieste di dimissioni pervenute da esponenti dell’opposizione un mero esercizio di propaganda.
Abbiamo il massimo rispetto per il responso delle urne: nessuno tra noi minimizza o finge che non sia successo nulla, ma la richiesta di dimissioni rivolta al Governo è del tutto fuori luogo, tanto più in un momento di oggettiva difficoltà economica per l’Europa intera.
Vengo al dunque. Il 14 dicembre 2010 abbiamo scongiurato una manovra di palazzo che avrebbe dato vita a un Governo contrario al voto popolare del 2008. La maggioranza votata e voluta dagli elettori ha retto quel giorno alla sua prova più difficile, con il supporto di un ulteriore gruppo di parlamentari e restando fedele al mandato degli elettori. La maggioranza e il Governo hanno continuato ad avere piena legittimità sul piano formale e sostanziale.

Dopo le dimissioni dei componenti del Governo, a seguito della diaspora che si è verificata nel Popolo della Libertà, abbiamo proceduto al reintegro della compagine di questo Governo che, con la nomina di nove nuovi Sottosegretari, di cui sei eletti sotto il simbolo del Popolo della Libertà, ha raggiunto la quota di 64 componenti, compreso il Presidente del Consiglio. Con le ultime nomine l’attuale Esecutivo resta ancora uno dei meno numerosi rispetto ai Governi che si sono succeduti nella storia recente della Repubblica: ricordo che il II Governo Prodi raggiunse il numero di 103 membri tra Ministri, Vice ministri e Sottosegretari.

Alcuni dei parlamentari che sono usciti dalla maggioranza e che erano stati eletti nel Popolo della Libertà grazie a un simbolo su cui era scritto «Berlusconi Presidente», oggi fanno dell’antiberlusconismo la propria bandiera politica. Alcuni di loro avevano fatto del bipolarismo la propria ragione di vita e si ritrovano ora in un terzo polo che vuole l’esatto contrario.
Ad essere chiamati trasformisti non sono questi parlamentari che sono usciti dalla maggioranza, ma al contrario quelli che con senso di responsabilità hanno deciso di sostenere il Governo scelto dagli elettori.

Io non mi stupisco più di nulla e so bene che questo è il solito doppiopesismo di un certo modo di fare opposizione, ma tutto questo mi porta a dire che la notizia vera è che l’Italia continua ad essere governata da chi ha vinto le elezioni nel 2008 nonostante il tentativo di realizzare l’esatto contrario.
La Costituzione assegna un tempo congruo – cinque anni – nei quali i Governi devono adempiere agli impegni assunti con gli elettori e noi intendiamo utilizzare proficuamente quello che rimane di questo tempo nel rispetto del programma votato dagli italiani e nei limiti temporali dettati dalla Costituzione repubblicana. Le elezioni amministrative possono farci riflettere su una più incisiva azione di governo nei prossimi due anni, ma non possono mai influire sulla durata della legislatura che la Costituzione ha previsto e sulla stabilità di un Governo che trova la sua legittimità nelle elezioni politiche.

Chiarito questo punto fondamentale, credo che questo passaggio parlamentare sia utile per ribadire la volontà del Governo e della maggioranza di affrontare con decisione i problemi del Paese. È nell’interesse degli italiani che il Governo completi la legislatura. Potremo in questo modo continuare a mantenere i conti in ordine e completare le riforme strutturali; potremo dare ai mercati quelle garanzie di serietà e di rigore che in questi tre anni ci hanno già consentito di difendere con successo i titoli di Stato; eviteremo certamente di finire come altri Paesi europei che si stanno dissanguando per sopravvivere.
Rivendico come un risultato formidabile del nostro Governo il fatto di avere messo al riparo il debito pubblico italiano dagli attacchi speculativi. Sarebbe folle rimettere tutto in discussione e renderci vulnerabili con una crisi al buio proprio ora che dobbiamo agganciare la crescita. Le Agenzie di rating ci tengono sotto osservazione e le locuste della speculazione aspettano solo l’occasione giusta per colpire le prossime prede che mostrino segni di debolezza.

Se il Governo cadesse, immediatamente vedremmo alzare i costi di finanziamento del nostro debito pubblico; dovremmo tagliare risorse alla sanità, alla scuola, alla cultura per pagare i maggiori interessi su BOT e CCT. Sarebbe una sciagura non per Silvio Berlusconi, non per il Governo, non per la maggioranza; sarebbe una sciagura per l’Italia, per la sua solidità finanziaria, per il suo futuro, per il futuro dei nostri giovani.
Questo lo sanno le più alte cariche del Paese, lo sanno i leader politici di ogni schieramento, lo sanno gli analisti politici ed economici, lo sanno i risparmiatori, lo sanno gli imprenditori, lo sanno tutti i cittadini.
Il nostro Governo dunque deve continuare a lavorare perché gli italiani ci hanno scelto e perché abbiamo ben governato e anche perché – lo dico con chiarezza – non esiste alcuna alternativa a questo Governo e a questa maggioranza.

Non intendo polemizzare con le forme e i contenuti espressi dalle altre forze politiche. La democrazia impone il rispetto delle idee altrui anche, anzi soprattutto quando sono radicalmente differenti dalle proprie. La sinistra può affinare la sua propaganda, può raccogliere qualche voto in più di protesta, può continuare a organizzare il sabotaggio a suon di fischi dei nostri incontri pubblici, può avvantaggiarsi non avendo l’onere di governare il Paese in questi anni turbolenti, ma una cosa è certa: le tre o quattro opposizioni esistenti in Aula e nel Paese sono profondamente divise tra loro e non sono in grado di esprimere un leader o un programma.

Non sto dicendo: «Dopo di me verrà il diluvio»; so bene che i cimiteri sono pieni di persone che si ritenevano indispensabili. Mi limito ad osservare che l’alleanza tra Popolo della Libertà e Lega, con l’apporto delle forze responsabili del Parlamento, è l’unico assetto politico in grado di garantire la governabilità e l’affidabilità internazionale del Paese.

La verità è che le contraddizioni della minoranza sono ben più gravi e radicate dei travagli che la nostra maggioranza ha dovuto subire. Tuttavia, l’opposizione può sicuramente dare nei prossimi mesi un importante contributo all’elaborazione di misure e di riforme. Dirò di più, ho sempre auspicato, non solo il sostegno, ma addirittura l’ingresso nella maggioranza,l dei settori più moderati dell’opposizione e di tutti coloro che si riconoscono nel Partito popolare europeo, anche se alla mia proposta di alleanza organica e strategica è stato posto un “sì” condizionato alla mia uscita di scena. È del tutto evidente che, sollecitando un suicidio, si esclude in partenza la possibilità di celebrare un matrimonio.

Tra i centristi è prevalso il desiderio di rimanere a giocare di rimessa. Capisco che assumersi la responsabilità di governare è gravoso e che far quadrare i conti dello Stato in un periodo di crisi globale è molto più difficile che fare delle critiche. Ma io non dispero. Sia chiaro, non voglio rimanere per sempre a palazzo Chigi o il leader a vita del centrodestra. Voglio però fortissimamente lasciare all’Italia, come mia eredità politica, un grande partito ispirato al Partito Popolare Europeo.
Un partito forte, trasparente, democratico, che sia per il nostro Paese il baluardo primo della democrazia e della libertà.

Questa mia apertura non è di oggi e non è una debolezza, come pure prevedo verrà denunciata a sinistra. Al contrario, è un gesto di stima e di responsabilità. Non lascerò nulla di intentato pur di avere una maggioranza e un Governo più forti e autorevoli. Ma per fare cosa? Desidero innanzitutto ricordare i cinque punti qualificanti che il Governo considera strategici per dare attuazione compiuta, da qui al 2013, al programma approvato dagli elettori: il federalismo fiscale, la riforma tributaria, la riforma della giustizia, l’immigrazione e la sicurezza dei cittadini e, da ultimo, ma non per importanza, il piano per il Sud. L’attualità ci ha imposto poi altri temi, dalla vicenda libica alla primavera araba, dal referendum fino all’aggravarsi della crisi in Grecia.
Quando si guarderà a questi anni di governo con animo meno acceso e mente più serena, non si potrà non riconoscere che siamo riusciti in una condizione quasi proibitiva a fare quello che altri Paesi non hanno avuto la capacità o la fortuna di riuscire a fare.

Tutti sanno e tutti ci riconoscono che la conduzione della politica economica dell’Esecutivo nel corso della crisi ci ha salvata da una minaccia di default finanziario, parola che in italiano suona in modo ancor più sinistro, cioè fallimento.
Abbiamo trovato nel 2008 l’Italia con un rapporto deficit/PIL superiore a quello dell’area Euro. Quel rapporto, da allora, è sempre state inferiore. Ora è superiore solo a quello della Germania, che non è gravata da alcuna delle pesanti eredità che opprimono il nostro Paese.
C’è stato il rischio di essere travolti della crisi. C’è stata la concreta possibilità di subire passivamente tutti gli effetti negativi della speculazione finanziaria internazionale. E invece, no. A fronte di scenari catastrofici e nonostante un atteggiamento di diffidenza e mancata collaborazione da parte di molti, non abbiamo solo parato il colpo, ma anche fronteggiato la crisi con autorevolezza ed efficacia, senza ricorrere alle misure che altri Governi sono stati costretti ad assumere, imponendo ai loro cittadini pesanti sacrifici.

Alcuni Paesi hanno mandato a casa molti dipendenti pubblici o hanno ridotto fino al 25 per cento i loro stipendi; hanno diminuito gli stanziamenti per la sanità e gli enti locali; hanno diminuito la cassa integrazione e i contributi ai disoccupati; hanno aumentato l’IVA sino al 25 per cento. Il nostro Governo, invece, è riuscito a muoversi addirittura nella direzione opposta, abrogando l’ICI, aumentando di oltre quattro miliardi gli stanziamenti per la sanità e di molto quelli per la cassa integrazione. Il tutto senza aumentare le imposte o introdurne di nuove.

Abbiamo fatto tutto questo in presenza di un’economia italiana che ereditava dal passato – e ne è ancora zavorrata – almeno sei gravi handicap strutturali che non siamo ancora riusciti ad eliminare: un debito pubblico che supera di quasi il 20 per cento il prodotto interno annuale e rappresenta il quarto debito pubblico mondiale, senza essere noi la quarta economia del mondo; la quasi totale dipendenza dall’estero in campo energetico che fa costare l’energia alle nostre famiglie, alle nostre imprese il 40 per cento in più di quello che costa ai francesi; un pesante deficit infrastrutturale che ostacola la circolazione di merci e di persone con un costo della nostra logistica del 30 per cento in più rispetto a Paesi come la Germania e come la Francia; un’amministrazione della giustizia civile che ha tempi biblici, fino all’esasperazione; una pubblica amministrazione pletorica ed oppressiva nei confronti delle imprese e dei contribuenti, un tasso di evasione fiscale senza eguali in Occidente.
E dobbiamo avere tutti chiaro che sono proprio tutte queste eredità negative che ci fanno crescere meno della media europea.

Nel pieno della crisi mondiale abbiamo poi dovuto affrontare gravi emergenze nazionali: la tragedia del terremoto dell’Aquila, i rifiuti in Campania, gli effetti degli sconvolgimenti africani. A tutte queste emergenze abbiamo dato risposte adeguate e tempestive.
Ovviamente non ci siamo occupati solo delle emergenze. In questi anni abbiamo fatto tanto: la riforma delle pensioni, richiesta ed apprezzata dall’Europa, ha trasformato il nostro sistema pensionistico in uno dei più stabili dell’Unione europea; la riforma federalista dello Stato che con l’approvazione dei decreti legislativi sta prendendo corpo e verrà attuata entro la legislatura. Abbiamo realizzato la riforma dell’università e della scuola; abbiamo ridotto drasticamente il numero delle leggi; abbiamo riformato la giustizia civile per renderla più efficiente. Infine abbiamo riordinato e codificato le normative per settore omogenee fino all’emanazione la scorsa settimana del codice antimafia.

Abbiamo combattuto la criminalità organizzata e le mafie con risultati mai, mai conseguiti prima: 8.466 presunti mafiosi arrestati, 32 sui 34 latitanti di massima pericolosità, per un totale di 455 latitanti tratti in arresto; 778 operazioni di polizia, 46.569 beni sottratti alla mafia per un valore complessivo di 21.528 milioni di euro.

I progressi nella lotta all’evasione fiscale hanno fatto chiudere il 2010 con oltre 25 miliardi di euro recuperati tra imposte, tasse e contributi evasi.
Altri successi: il processo di riforma e modernizzazione della pubblica amministrazione con servizi digitali all’avanguardia in Europa. La diplomazia commerciale che io ho posto al centro del mio impegno in politica estera ci ha consentito di raggiungere intese economiche per oltre 30 miliardi di euro di commesse a favore delle imprese e dei lavoratori italiani.
Voglio poi ricordare che nei mesi più bui della crisi i lavoratori e le aziende non sono mai, mai stati lasciati soli: 37 miliardi di euro di ammortizzatori sociali nel biennio hanno evitato centinaia di migliaia di licenziamenti e garantito il sostegno ai lavoratori, con e senza tutele contrattuali, inclusi i dipendenti di piccole imprese, di apprendisti, lavoratori interinali e collaboratori a progetto. Così abbiamo salvato anche migliaia di aziende.

In totale, in questi tre anni di legislatura, abbiamo messo a disposizione del sistema produttivo nuove risorse per quasi 80 miliardi di euro.
In totale, in questi tre anni di legislatura abbiamo messo a disposizione del sistema produttivo nuove risorse per quasi 80 miliardi di euro. Queste sono azioni concrete; questi sono fatti e ringrazio tutti gli italiani che hanno fatto sacrifici e hanno lavorato duramente per superare il momento di difficoltà.

Signor Presidente, onorevole senatori, il 6 maggio abbiamo inviato alla Commissione europea il programma nazionale di riforma e il programma di stabilità assumendoci piena responsabilità di fronte ai cittadini e ai partner comunitari. Il giudizio dell’Europa è stato incoraggiante sia riguardo agli obiettivi per la crescita che al percorso per conseguirli. Il 23 e 24 giugno parteciperò al Consiglio europeo che dovrà approvare in via definitiva le raccomandazioni formulate dalla Commissione europea sui nostri programmi. Subito dopo approveremo la manovra europea di rigore e sviluppo e vareremo la riforma fiscale e attueremo il piano per il Sud.

Si tratta dell’implementazione di quanto il Governo ha previsto nel Documento di economia e finanza approvato dalla Commissione europea e ritenuto adeguato fino al 2012. Prima della pausa estiva adotteremo le misure necessarie a rispettare gli impegni europei e lo faremo insieme altri partner dell’Unione con scelte sostenibili dalla nostra economia. Naturalmente nella politica di bilancio il Governo manterrà i suoi impegni presi con l’Unione Europea, con i risparmiatori italiani, con gli investitori internazionali e con tutti quelli che hanno avuto e avranno ragione di dare fiducia all’Italia. Oggi, dunque, il nostro dovere è quello di portare a termine le riforme di tipo strutturale necessarie ad agganciare la crescita.
In queste settimane sui giornali c’è stato un dibattito surreale: si è accreditata l’idea di un spaccatura in seno al Governo.

Da una parte ci sarebbe chi vuole fare una riforma aumentando il deficit; dall’altra ci sarebbe solo il rigore del Ministro dell’economia a difesa dei conti pubblici.
Si tratta di una rappresentazione grottesca. Noi siamo tutti convinti che non si può aumentare il disavanzo pubblico. Il Governo, dunque, non scaricherà sulle generazioni future il costo della crisi economica internazionale e non farà pagare ai nostri figli le difficoltà del presente. Non lo faremo in nessuno caso e per nessuno motivo.

La riforma fiscale non produrrà buchi di bilancio, ma darà vita a un sistema più equo e più benevolo verso chi è in condizioni disagiate.
La riforma genererà un sistema che premia chi produce, chi investe, chi risparmia, chi dichiara il giusto, un sistema più semplice che spazzerà via norme incomprensibili, adempimenti inutili e privilegi corporativi. Il Governo, dunque, presenterà al Parlamento prima della pausa estiva la delega per riformare il sistema fiscale.

Il Paese ha bisogno di una nuova politica fiscale non soltanto ai fini della crescita economica, ma anche per stabilire un rapporto diverso tra lo Stato e i cittadini. Lo Stato deve fornire dei servizi ai cittadini e alle imprese che è giusto vengano pagati, ma i cittadini devono sentire che ciò che lo Stato chiede loro non è sproporzionato e eccessivo rispetto a ciò che dallo Stato ricevono. Come già anticipato dal ministro Tremonti, ridisegneremo l’impianto delle aliquote, degli scaglioni e delle detrazioni.

Vi saranno meno aliquote (solo tre invece che le cinque attuali) e più basse, un sistema di detrazioni e deduzioni più snello e trasparente, in coerenza con gli obiettivi generali della riforma, una riduzione a cinque del numero delle imposte. Si tratta di un obiettivo non congiunturale, ma strutturale che rientra negli orientamenti europei da prima della crisi economica e che in Italia deve portare a riequilibrare il peso delle imposte sui redditi rispetto alle altre imposte, allineandolo progressivamente ai valori europei. Il tutto – voglio sottolinearlo ancora – non avverrà in deficit.
Non siamo di fronte ad una sfida tra coraggio e rigore: si tratta di affrontare, senza demagogia e con senso di responsabilità, una riforma che tutti si aspettano e in cui noi tutti crediamo.

La riforma del fisco sarà la seconda fase, il coronamento della politica economica del Governo; prima abbiamo tenuto i conti in ordine, adesso dobbiamo creare le premesse per la crescita.
Oltre al decreto sviluppo il Governo adotterà, anticipandoli in sede di manovra di bilancio, provvedimenti di riforma dell’export e del processo civile. Seguirà una serie coerente di altri provvedimenti per rendere migliore il nostro mercato del lavoro, innalzando la partecipazione delle donne e dei giovani, e per incrementare la produttività del nostro sistema economico. In particolare, un provvedimento già in avanzata fase di preparazione riguarderà le costruzioni e le opere pubbliche.
Daremo inoltre attuazione concreta al Piano per il Sud, che sono impegnato a seguire personalmente, e lo faremo in base a una precisa e serrata tabella di marcia. Da qui alla fine della legislatura riuniremo il CIPE ogni mese con l’obiettivo di deliberare tutte le misure per rendere operativi gli otto interventi prioritari che il piano stesso prevede.

Seguirà la sottoscrizione dei contratti istituzionali di sviluppo con le Regioni e con gli enti interessati per definire responsabilità, tempi e modalità di attuazione.
Intendiamo anche apportare un’incisiva modifica al Patto di stabilità interno, così da introdurre meccanismi premiali e meccanismi punitivi: premiali, rispettivamente, per gli enti locali virtuosi; punitivi per quelli che non lo sono. Solo così potremo superare il cumulo di disposizioni che si sono stratificate negli anni e che hanno introdotto correttivi la cui portata complessiva è stata inefficace, se non controproducente.
Va poi realizzata la riforma dell’architettura istituzionale. C’è già un’intesa sui princìpi fondamentali riguardanti tre questioni: la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto con il Senato federale, infine il rafforzamento dell’Esecutivo. Prima della pausa estiva presenteremo il disegno di legge di modifica costituzionale; sarà per il Parlamento un’occasione straordinaria per realizzare una riforma storica.

In politica estera abbiamo affrontato vicende epocali con i rivolgimenti nel Nordafrica, che hanno avuto grande impatto sulle nostre frontiere e sulla geopolitica internazionale. Per quanto riguarda la Libia, sulla base delle decisioni dell’ONU, della NATO e dell’Unione europea, il Parlamento italiano ha autorizzato la nostra partecipazione alla missione internazionale di pace per proteggere la popolazione civile. Ricordiamo che finora, grazie all’azione della NATO, sono state salvate migliaia di vite umane e preservate dalla distruzione intere città. Il Governo italiano si è attivato sin dall’inizio della missione con i partner internazionali per una soluzione politica e diplomatica della crisi, come richiesto dal Parlamento, ottenendo l’accordo del Gruppo internazionale di contatto, che si è riunito qui a Roma lo scorso maggio.
Condividiamo le preoccupazioni di quanti temono che siano prolungate le operazioni in Libia, per le quali la NATO ha già indicato il termine di conclusione entro il prossimo mese di settembre. Il Consiglio transitorio di Bengasi, da noi riconosciuto, ha firmato venerdì scorso un accordo con il Governo italiano che consentirà il rimpatrio di cittadini libici e la collaborazione alla prevenzione dei flussi migratori. Infine, si terrà a Roma la Conferenza di riconciliazione libica, dove oltre 200 rappresentanti del popolo libico elaboreranno proposte per il futuro della Libia.

In ordine alla diminuzione delle risorse da destinare alle missioni internazionali di pace, il Governo assumerà ogni necessaria decisione dopo l’imminente Consiglio supremo di difesa, presieduto dal Capo dello Stato. In quella sede verrà illustrato un piano di ulteriore contrazione dei costi e una graduale diminuzione dell’entità dei nostri contingenti, sempre in accordo con gli organismi internazionali.

Venendo ora agli ultimi accadimenti di politica interna, la scelta degli italiani di abbandonare il nucleare, all’indomani della catastrofe di Fukushima, impone di mettere a punto una nuova strategia energetica nazionale. Il Governo sta lavorando per la diversificazione delle nostre fonti di approvvigionamento al fine di garantirci la sicurezza energetica e di ridurre il costo dell’energia per le famiglie e per le imprese.

Dobbiamo anche puntare sulla ricerca nella sperimentazione delle nuove tecnologie, che avranno una quota crescente nella produzione di energia elettrica. Le nuove tecnologie consentiranno di rendere più affidabili e costanti le energie verdi, ovviamente con la dovuta attenzione all’impatto paesaggistico degli impianti di produzione.

Signor Presidente, onorevoli senatori, aver salvaguardato il sistema economico e produttivo del Paese è il maggior risultato di questo Governo, il vanto di cui andiamo fieri. Mentre imperversava la crisi, non ci siamo fatti prendere dal panico, abbiamo tenuto la barra dritta e guardato all’interesse dell’Italia.

Di questo vorrei ringraziare i colleghi di Governo e tutta la maggioranza, che ha sostenuto il peso di scelte difficili ma necessarie e lungimiranti.

In particolare, voglio ribadire i miei sentimenti di amicizia e di stima nei confronti di Umberto Bossi e di tutti gli amici della Lega. Hanno provato in tutti i modi a dividerci, ma non ci sono riusciti e non ci riusciranno mai. Insieme completeremo anche il federalismo istituzionale, dando ai territori la giusta dose di autonomia decisionale. Questo farà bene al Sud come al Nord e garantirà la crescita di una classe dirigente più responsabile ed efficiente.

Ho ascoltato con attenzione le parole del ministro Bossi a Pontida, davanti al suo popolo. Con la Lega c’è un’alleanza leale e solida. Insieme faremo la riforma della Costituzione, la riforma del fisco, la riforma della giustizia, nel totale rispetto del programma votato dagli italiani; ma non vogliamo fare da soli, chiudendoci nell’autosufficienza della maggioranza. Siamo consapevoli di quanto sia importante un largo consenso nelle Aule parlamentari e nel Paese per poter varare le riforme. Per questo saremo interlocutori attenti e rispettosi di ogni vostro contributo.

Lavorare insieme sarebbe il modo migliore per rispondere positivamente alle preoccupazioni e all’incoraggiamento del Capo dello Stato, che ci ha richiamati all’unità nell’interesse dell’Italia; sarebbe anche il modo migliore con il quale tutti noi, che abbiamo l’onore di servire il Paese, potremmo assolvere al nostro compito. È un’ambizione grande, in un tempo di crisi, ma sarebbe anche il modo più efficace per contrastare la crisi.

Mi auguro dunque che si possa lavorare tutti insieme affinché l’Italia, al di là della crisi internazionale, possa costruirsi un futuro di maggiore prosperità, di sicuro benessere, di vera giustizia e di vera libertà. Lo dobbiamo ai nostri figli, lo dobbiamo a questo nostro Paese che noi tutti amiamo.
Viva l’Italia, vi ringrazio”