ll caso “letterario” del premio “Il telaio” all’influencer Noemi Spinetti
Stasera (25 settembre, a Rombiolo, Auditorium comunale) la cerimonia della consegna del Premio (XIX edizione) che sarà conferito anche al cantante, attore e scrittore Peppe Voltarelli. Uno speciale omaggio inoltre alla memoria di Carmela Restuccia, scomparsa di recente, che ha dedicato la sua vita all’arte della tessitura, tenendo nelle sue mani la spola di una millenaria tradizione che sconfina nel mito, come quello di Penelope, attraverso gesti e tecniche che si sono ripetuti nel tempo per secoli.
Il premio, come tutte le precedenti edizioni, è organizzato dall’Amministrazione comunale di Rombiolo.


La tua loquela ti fa manifesto/ di quella nobil patria natio/ a la qual forse fui troppo molesto (Inferno, X, 25-27)
Le parole, a volte, hanno le unghie graffianti come quelle dei gatti. Ma anche le unghie hanno parole che possono essere lunghe, corte, quadrate e tonde. Esiste una locuzione latina che approfondisce la dimensione estetica delle unghie: ad unguem. Deriva dall’antica abitudine degli artisti di passare l’unghia sulla superficie della scultura per verificare la levigatezza e l’assenza di imperfezioni. Questa locuzione è stata resa celebre da Orazio (Satire, I,): ad unguem factus homo (un uomo fatto all’unghia, alla perfezione, colta ed educata).
Una premessa necessaria perché alcuni scettici si sono meravigliati che sia stato assegnato il Premio Letterario “Il Telaio” a Noemi Spinetti, una ragazza che si mostra sui social network mostrando le sue unghie (in un video su youtu.be compare la scritta “i miei followers decidono le mie unghie”). Nell’era dell’homo sapiens digitalis si trasforma il modo e la forma di raccontare ma anche di raccontarsi. E poi, questi tediosi critici ritengono che il premio ad una “creator digital” o “content creator” e “influencer” sia un tradimento del significato per cui è stato istituito ma anche la stessa parola “letterario” viene tradita. Ma vorrei sottolineare che bastano solo queste definizioni che tessono la sua identità social per far assegnare, coram popolo, a questa giovane ragazza spigliata, simpatica ed empatica creatrice di “contentezza” il premio “Il Telaio”, in quanto, suo malgrado, ha tessuto una nuova tendenza letteraria che può diventare avanguardia storica di newstyle ad unguem. L’esempio illuminante è quello di Filippo Tommaso Marinetti che nel febbraio del 1909 pubblica su “Le Figaro” a Parigi (cuore pulsante della Belle époque), il manifesto del Futurismo (prima avanguardia storica nel campo artistico-letterario) per inneggiare alla velocità e alle macchine, così come adesso accade con i social di cui la Spinetti ne è protagonista.




E’ bene comunque ricordare che il premio “Il Telaio”, in passato, è stato assegnato a personalità come Vito Teti (antropologo e scrittore), a Nuccio Ordine (docente all’Unical e autore di saggi di successo, prematuramente scomparso), a Vittorio De Seta (regista, anche lui non più con noi), a Saverio Di Bella (storico e docente Università di Messina), ad Antonio Pugliese (scrittore e docente Università di Messina), e agli scrittori Domenico Dara, Gioacchino Criaco e Palma Comandè, per citarne alcuni. Ma in questa edizione 2026 il premio “Il Telaio” conosce una nuova vitalità, una innovazione stilistica ed estetica. Vi possiamo cogliere, in questa parabolica versione della letteratura, anche una poetica che spazza via la concezione vetusta di un premio letterario. Se ne devono fare una ragione i nostalgici della tradizione, quelli che i romantici avevano accusato di appartenere ad un mondo ormai sorpassato come quello classico. E non a caso è stata una donna ad innescare la polemica tra romantici e classicisti, Madame De Stael, con un articolo scritto nel 1816, intitolato “Sulla maniera e l’utilità delle tradizioni” con un invito a sperimentare un linguaggio originale, libero dalla retorica e senza più regole, in quanto il vecchio stile era ormai un reperto per “eruditi che razzolano tra le antiche ceneri”, privo di un legame con i sentimenti e il cuore pulsante della vita reale. Infatti il newstyle ad unguem va oltre il racconto, perché coinvolge una matrice anatomica ed estetica con cui le mani tastano e testano non solo la perfezione della forma scultorea, ma anche la virtualità della scrittura che si fa parola visiva, come se avesse un corpo e un’anima. Alla Pigmalione, tanto per intenderci, che si innamora della statua da lui stesso scolpita finché non diventa viva, reale. Quanta verità ci racconta il mito e quindi il mondo classico!




D’altronde sappiamo la potenzialità creativa che le mani possono compiere cliccando con un mouse. In un periodo storico dove tutto è confuso, irreale, surreale, virtuale e caotico, con la caduta degli dei e degli ideali, ma anche della classica verità, poter dare vita ad un movimento avanguardista senza “ismi” né crismi sarebbe senz’altro un bel coraggio. L’esempio di Marinetti con il Futurismo o di Salvador Dalì con il Surrealismo, senza dimenticare il Cubismo di un artista come Pablo Picasso, si comprende che da Rombiolo potrebbe partire una incredibile rivoluzione nel campo artistico-letterario.
Questi miopi recensori dovrebbero uscire dai soliti schemi ormai logori, cioè pensare che un premio letterario si possa assegnare a chi scrive poesie, romanzi o saggi adottando il solito sistema di scrittura dell’alfabeto fonetico. Le unghie graffiano in profondità come la satira. Orazio ne è un esempio, oltre ad essere il teorizzatore del carpe diem ha reso celebre anche la formula del labor limae con cui si limano le unghie alla perfezione, e non solo per graffiare ma anche per levigare e accarezzare.
E’ anche vero storicamente che il premio “Il Telaio”, quando è stato istituito (sono passati quasi vent’anni, con l’Amministrazione di Mario Ferraro e il delegato alla Cultura Annunciato Larosa), aveva lo scopo di riconoscere il valore degli scrittori e dell’arte, ispirato al testo scritto (per la sua derivazione da textus, intreccio, trama, tessuto) richiamando la metafora della tessitura attraverso il filo delle parole con la spola della responsabilità per testimoniare l’impegno e la cultura di una regione, la Calabria, e di una comunità, Rombiolo, dove la tradizione della tessitura a mano fa parte della sua storia del passato remoto e recente, di cui protagoniste esclusive erano le donne. Roba vecchia insomma, da presunti e presuntuosi “eruditi che razzolano tra le antiche ceneri”, senz’anima e né spirito infuocato per raccontare il mondo che oggi gravita sotto la legge dello spettacolo: lo aveva prefigurato uno stralunato personaggio di nome Shakespeare, coniando il motto Totus mundus agit histrionem.
Ma sarebbe un peccato grave se si dimenticasse che il Premio “Il Telaio” verrà assegnato anche a Peppe Voltarelli, che con le sue parole ha tessuto un altro canto per questa terra. Fondatore nel 1990 a Bologna, del gruppo “Il Parto delle Nuvole Pesanti”, rielaborando un nuovo genere musicale che attraversa i diversi stili mescolando la musica popolare calabrese. Ma con Peppe Voltarelli – che si concede anche l’esperienza di attore teatrale e di cinema – siamo in un campo già lavorato sia dalle mani che dalle unghie che ci permette di andare indietro nel tempo (prima che la modernità diventasse liquida, come è stata classificata dal filosofo e sociologo Zygmunt Bauman), e ancora molto più indietro, quando le parole erano pesanti come le nuvole. Parola di Confucio:
“Domandarono a Confucio: – Dove cominceresti se dovessi governare il popolo? – Migliorerei l’uso del linguaggio – rispose il maestro. Gli ascoltatori rimasero sorpresi. – Ma non centra con la nostra domanda – dissero. – Che significa l’uso del linguaggio? – E Confucio rispose: – Se il linguaggio non è preciso, ciò che si dice non è ciò che si pensa; e se ciò che si dice non è ciò che si pensa, le opere rimangono irrealizzate; ma se non si realizzano le opere, non progredirà né la morale né l’arte; e se arte e morale non progrediscono, la giustizia non sarà giusta; se la giustizia non sarà giusta, la nazione non conoscerà il fondamento su cui si fonda il fine a cui tende. Non si tolleri perciò nessun arbitrio nelle parole. Ecco il problema primo e fondamentale” (Confucio, 28 settembre 551 a.C. – 11 aprile 479 a.C.)
Il filo che tesse semanticamente la lingua, tra scrittura e oralità, si è dispiegato nei secoli ed oggi, come spiega Ivano Dionigi (docente di Letteratura latina all’Università degli Studi di Bologna), la parola “rischia di non esserci amica; isola e non comunica, affanna e non consola, uccide e non salva”. Ed è “evidente il divorzio delle parole (verba) dalle cose (res): le une e le altre perseguono una sciagurata autonomia. Costruttori di una quotidiana Babele linguistica, nella quale una stessa parola rinvia a significati diversi e parole diverse vengono indirizzate verso un senso unico, viviamo nel bisogno e nell’attesa di una pentecoste laica che ci consenta di leggere il mondo e di capirci”( Il presente non basta, 2016).
