Jet fuel, l’Italia corre ai ripari: il 77% del carburante per aerei arriva ora dalla produzione nazionale

incidente aereo

Raffinerie riconvertite, importazioni diversificate e nessuna emergenza immediata per i voli estivi. Ma il futuro resta legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz e all’evoluzione dei mercati energetici internazionali.

La crisi energetica internazionale provocata dalle tensioni nel Golfo Persico e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz ha costretto l’Europa a ripensare rapidamente le proprie strategie di approvvigionamento dei carburanti. Tra i prodotti maggiormente sotto osservazione vi è il jet fuel, il cherosene utilizzato dagli aerei commerciali, fondamentale per garantire la continuità del traffico aereo in vista della stagione estiva.

Nonostante le preoccupazioni iniziali, l’Italia si è distinta per la capacità di reagire alla crisi, aumentando significativamente la produzione interna e riducendo la dipendenza dalle importazioni provenienti dal Medio Oriente. Un risultato che, almeno per il momento, allontana il rischio di carenze di carburante negli aeroporti e rassicura milioni di viaggiatori che si preparano a partire per le vacanze.

Secondo i dati elaborati da Unem, l’associazione che rappresenta il settore energetico italiano, nei mesi di marzo e aprile 2026 la quota di jet fuel prodotta nel Paese ha coperto rispettivamente il 66,6% e il 72,7% dei consumi nazionali. Una crescita significativa rispetto al 2025, quando la produzione interna riusciva a soddisfare appena il 50% della domanda.

Il salto in avanti è stato reso possibile grazie all’incremento della capacità produttiva delle raffinerie italiane. Tra gli impianti che hanno contribuito maggiormente figura la raffineria Isab di Priolo, in provincia di Siracusa, che ha aumentato sensibilmente la produzione di carburante per l’aviazione. Anche le raffinerie di Eni hanno operato a pieno regime, sostenute dal completamento di importanti interventi di manutenzione e dall’utilizzo di semilavorati successivamente trattati negli stabilimenti di Sannazzaro de’ Burgondi e Taranto.

L’aumento della produzione nazionale è stato favorito anche dall’eccezionale crescita dei prezzi del jet fuel sui mercati internazionali. Il blocco delle esportazioni provenienti dal Medio Oriente ha infatti spinto le quotazioni oltre i mille dollari per tonnellata rispetto ai livelli registrati a fine febbraio, con incrementi superiori al 120%. Di fronte a margini così elevati, le raffinerie hanno scelto di destinare una quota maggiore della lavorazione alla produzione di carburante per aerei, riducendo parallelamente quella di altri derivati come il gasolio.

La strategia adottata dall’Italia si inserisce in un contesto europeo più ampio. L’Unione Europea e il Regno Unito sono tradizionalmente deficitari nella produzione di jet fuel e dipendono da consistenti importazioni estere. Durante i mesi di maggiore traffico aereo, tra maggio e settembre, il fabbisogno aggiuntivo europeo raggiunge circa 700 mila barili al giorno, di cui oltre la metà proveniva normalmente dal Medio Oriente.

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha quindi costretto i Paesi europei a cercare rapidamente fornitori alternativi. Oltre all’aumento della produzione interna, un contributo importante è arrivato dalla Nigeria, dove la raffineria Dangote è riuscita a superare alcuni problemi tecnici che ne limitavano la capacità produttiva. Da diverse settimane l’Europa riceve circa 40 mila barili giornalieri di jet fuel da questo impianto.

Un altro sostegno arriva dagli Stati Uniti, che stanno esportando verso il mercato europeo circa 140 mila barili al giorno di carburante per aerei. La decisione della Commissione Europea di autorizzare l’utilizzo del jet fuel di tipo A, normalmente impiegato negli Stati Uniti, potrebbe inoltre favorire ulteriori importazioni nei prossimi mesi, aumentando la flessibilità del sistema di approvvigionamento.

Particolarmente significativo è il dato relativo all’Italia. Secondo le analisi della società specializzata Kpler, nel mese di maggio oltre il 55% del jet fuel distribuito sul territorio nazionale proveniva dalle raffinerie di Sicilia e Sardegna. Si tratta di un risultato storico che segna il superamento, per la prima volta dopo molti anni, delle quantità tradizionalmente acquistate all’estero.

Le istituzioni europee invitano comunque alla prudenza. Il commissario europeo ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, ha dichiarato che attualmente non si registrano carenze di carburante per aerei e che non esistono segnali che facciano prevedere criticità nel breve periodo. Tuttavia, alcuni effetti della crisi sono già visibili sul mercato. L’impennata dei costi del jet fuel sta infatti mettendo sotto pressione diverse compagnie aeree, soprattutto sulle tratte meno redditizie, inducendo alcuni vettori a riconsiderare la sostenibilità economica di determinati collegamenti.

Lo scenario oltre l’estate resta quindi aperto. Gli analisti ritengono che, qualora lo Stretto di Hormuz tornasse pienamente operativo entro l’autunno, le scorte disponibili e i nuovi canali di approvvigionamento potrebbero garantire una relativa stabilità fino all’inizio del 2027. Diversamente, un eventuale prolungamento delle tensioni o l’interruzione di uno dei flussi alternativi potrebbe riportare l’Europa in una situazione di forte vulnerabilità già tra ottobre e novembre.

Per il momento, però, il sistema sembra aver retto all’urto della crisi. Grazie alla riconversione delle raffinerie, all’aumento della produzione interna e alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, l’Italia si presenta all’appuntamento con la stagione estiva in condizioni decisamente migliori rispetto a quelle che si potevano immaginare pochi mesi fa.