Napoli e la sua saudade: la malinconia che canta il mare e l’assenza

Non serve volare a Lisbona per sentire la saudade. A Napoli, questo sentimento ha sempre avuto casa. Non la si chiama con lo stesso nome, ma si riconosce nei vicoli assolati, nelle voci che risuonano al tramonto, nella musica che sale dai Quartieri e nella malinconia di chi guarda il mare sapendo che qualcuno è partito e forse non tornerà più.

In questa città, la saudade si veste di nostalgia antica e popolare. È la stessa che si ritrova nei versi di Libero Bovio, nei lamenti della tammurriata, nelle parole di una madre che saluta un figlio emigrato, nei racconti di chi vive la distanza come una ferita aperta ma anche come memoria viva.

Napoli è saudade quando canta l’assenza. E non è un caso se proprio qui la canzone classica ha espresso tra le più alte forme di poesia del distacco: da Era de maggio a Carmela, da Voce ‘e notte a Munasterio ‘e Santa Chiara, tutto parla di un amore lontano, di un tempo che non ritorna, di un desiderio che non trova pace.

Nella quotidianità napoletana, la saudade è anche il sentimento del ritorno mancato, della festa a metà, del presente che porta con sé l’eco dei giorni passati. Ma, come accade in Portogallo, non è mai disperazione. È una tristezza dolce, che consola. È memoria che resta, quando tutto cambia.

Oggi, in un’epoca di migrazioni continue e identità in bilico, Napoli riscopre questa dimensione profonda della sua anima. Lo si avverte nei progetti artistici che intrecciano musica e memoria, nelle scuole dove si recuperano i racconti dei nonni, nei giovani che ritornano per ricomporre un legame spezzato.

«La saudade a Napoli non è solo mancanza», osserva lo scrittore Erri De Luca. «È il modo in cui questa città custodisce ciò che ha amato».

Una frase che dice tutto: a Napoli, la saudade è un patrimonio invisibile ma condiviso, un sentire collettivo, un dolore che si fa canto. E mentre il mondo corre, Napoli continua a ricordare, ad aspettare, ad amare anche ciò che non c’è più.