Se l’Italia non osa guardare oltre: politica ferma, informazione conformista, cittadini sfiduciati
Il meno peggio non basta più
In Italia si è costretti, troppo spesso, a scegliere il meno peggio. Un’abitudine che non nasce dalla scarsità di alternative o dalla mancanza di risorse – nonostante il ripetuto ritornello delle “casse vuote” – ma da una più profonda assenza di visione. Manca lo slancio per guardare oltre, per rompere il provincialismo che continua a soffocare l’orizzonte del Paese. Destra o sinistra, la domanda sembra ormai superata se chi governa – a ogni livello – appare incapace di interrogarsi seriamente sul perché della crescente disaffezione verso le istituzioni.
E l’informazione? Spesso si divide tra chi mena fendenti scontati e chi si accoda in silenzio. Per fortuna, non tutta. Esistono ancora voci libere, coraggiose, che cercano di illuminare le contraddizioni, che danno spazio ai fatti, alle domande scomode. Ma da sole non bastano, quando la classe dirigente si lega a doppio filo a schemi riduttivi, a visioni appiattite del presente e del futuro, incapace – o forse non disposta – a riconoscere le opportunità che il cambiamento porta con sé.
Lo si vede bene guardando a certe realtà locali. Si legge spesso, sul web, che i calabresi hanno la testa dura come le pietre ma il cuore grande come il mare. Una frase che, nel suo colore, racconta una verità profonda: il potenziale è enorme, ma i limiti autoimposti lo frenano. Vale per la Calabria, ma vale anche per la Lombardia come per l’Umbria o la Sardegna, sebbene in forme diverse. Si tratta di un freno culturale prima che economico. Una barriera invisibile che impedisce di vivere pienamente, di osare, di migliorare.
Come si può parlare di progresso nazionale in un contesto dove le spinte propulsive vengono continuamente anestetizzate? Come si può sperare in una qualità della vita migliore, se l’orizzonte resta confinato al proprio orticello?
In questi giorni, migliaia di studenti affrontano l’esame di maturità. E se una delle prove da sostenere fosse – davvero – l’uscita dal proprio perimetro? Non un compito scritto, ma un’esperienza di vita. Un mese a Londra, a Pechino, a Parigi, ovunque, purché fuori dalla propria bolla quotidiana. Per imparare a guardare il mondo con occhi diversi, per maturare davvero.
Perché senza la voglia – e il coraggio – di cambiare punto di vista, anche il meno peggio continuerà a deludere. E sarà sempre troppo poco.
Alcuni dei commenti alla riflessione
Giuseppe Morello
Ho letto con attenzione l’articolo carissimo Antonio e anche stavolta laprimapagina ha colto nel segno. L’omologazione molte volte prende il sopravvento e ci riduciamo ad accodarci. I pochi che, con coraggio, scrivono e parlano senza filtri fanno fatica a farsi spazio, soffocati da questa vita frenetica che non si ferma nemmeno per un attimo. Le istituzioni vogliono così, possiamo essere guidati più docilmente senza scossoni, senza esagerazioni. I processi sono usciti dalle aule di tribunali, si fanno in TV, ci danno in pasto vittime e assassini con commentatori che si fanno la guerra per un gettone di presenza in TV. I programmi di divulgazione scientifica e dedicati al progresso sono sempre emarginati ad orari impossibili. Potrei dire tante cose, ci sarebbe da parlare e da scrivere per ore. La bussola ormai è disallineata e siamo allo sbando…
Domenico Nardo
