Brexit, i silenzi di Burnham alimentano i rumors: «Il Regno Unito potrebbe tornare in Europa»
Brexit torna al centro del dibattito politico britannico e questa volta a riaccendere le discussioni è il premier Andy Burnham. A Londra i riflettori sono puntati sulle sue ultime dichiarazioni sul rapporto tra Regno Unito e Unione europea, soprattutto dopo che il primo ministro non ha voluto escludere la possibilità che il prossimo manifesto elettorale del Labour possa contenere, in futuro, un impegno per il ritorno del Paese nell’Ue.
La precisazione è importante: Burnham non ha annunciato un piano per riportare il Regno Unito nell’Unione europea. Ha però scelto di non chiudere definitivamente quella porta. Interpellato sulla possibilità che il Labour possa presentarsi alle prossime elezioni con una proposta di inversione della Brexit, il premier ha risposto che la priorità immediata è un’altra: rafforzare i rapporti con Bruxelles e arrivare a nuovi accordi concreti tra Londra e l’Unione europea.
Una posizione che, nel clima politico britannico, è sufficiente a riaccendere i rumors.
La frase che riapre il dossier Brexit
La domanda rivolta a Burnham durante il viaggio verso New York, dove avrebbe partecipato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, riguardava proprio la possibilità di escludere un futuro impegno Labour per il ritorno nell’Ue.
Il premier non lo ha fatto.
Burnham ha spiegato che la sua attenzione è concentrata sul prossimo vertice tra Regno Unito e Unione europea, atteso entro la fine dell’anno, e sulla necessità di trasformare il riavvicinamento diplomatico in risultati concreti per l’economia britannica.
Quando gli è stato chiesto direttamente del possibile ritorno nell’Ue, il primo ministro ha sostanzialmente rinviato la questione, sostenendo che si tratta di un tema «per un altro giorno».
È proprio questo mancato veto a fare discutere.
Non significa che Londra abbia deciso di rientrare nell’Unione europea. Significa però che Burnham, diversamente da quanto aveva fatto in precedenza durante la campagna elettorale, non ha utilizzato l’occasione per escludere categoricamente l’ipotesi.
Dal no al ritorno al dialogo con Bruxelles
La posizione di Burnham ha avuto diverse sfumature nel corso del 2026.
A maggio, quando era ancora impegnato nella campagna elettorale per il seggio di Makerfield, Burnham aveva dichiarato di non voler riportare il Regno Unito nell’Unione europea. Aveva sostenuto che continuare a riaprire lo scontro sulla Brexit avrebbe mantenuto il Paese in una sorta di conflitto politico permanente.
Già allora, tuttavia, il premier aveva riconosciuto di considerare Brexit dannosa e aveva parlato di una prospettiva di lungo periodo favorevole a un riavvicinamento all’Europa.
Una volta arrivato a Downing Street, il linguaggio è progressivamente cambiato.
Burnham ha insistito sulla necessità di andare oltre il cosiddetto «Brexit reset» avviato dal suo predecessore Keir Starmer e di costruire una relazione più stretta con l’Unione europea. Ad agosto aveva parlato della necessità per il Regno Unito di essere più ambizioso nel ricostruire i rapporti con Bruxelles.
Il passaggio più recente rappresenta quindi un ulteriore elemento di interesse: il premier non ha promesso il ritorno nell’Ue, ma non ha nemmeno voluto escluderlo come eventuale obiettivo politico futuro.
Il primo obiettivo resta però un nuovo rapporto con l’Ue
Nel breve periodo, la strategia di Burnham appare concentrata soprattutto sulla collaborazione.
Il governo britannico punta a consolidare i risultati delle trattative già avviate con Bruxelles e a ottenere nuovi accordi in settori considerati strategici, dalla mobilità giovanile alla cooperazione economica e alla sicurezza.
Tra i dossier più delicati c’è anche la proposta europea «Made in Europe», che potrebbe avere conseguenze sulle industrie britanniche e sulle catene di approvvigionamento tra Regno Unito e Unione europea.
Burnham ha dichiarato di voler affrontare la questione con Bruxelles in modo costruttivo, sostenendo che il Regno Unito dovrebbe essere considerato un partner affidabile e che eventuali nuove regole europee non dovrebbero danneggiare inutilmente l’industria britannica.
Il tema non è secondario. Secondo Reuters, il governo britannico teme in particolare possibili ripercussioni sulla filiera automobilistica e sul rapporto commerciale tra il Regno Unito e l’Ue, il cui valore viene indicato in circa 80 miliardi di euro per gli scambi interessati dal dossier.
Le precedenti «red lines» di Starmer
Il quadro resta comunque tutt’altro che definito.
Ad agosto Downing Street aveva ribadito che il governo avrebbe rispettato le cosiddette red lines ereditate dal manifesto di Keir Starmer: nessun ritorno all’Unione europea, nessun ritorno all’unione doganale, nessun ritorno al mercato unico e nessun ripristino della libera circolazione delle persone.
Questa posizione non risulta formalmente cancellata.
È proprio per questo che le ultime dichiarazioni di Burnham vengono interpretate come un’apertura politica sul lungo periodo, non come l’annuncio di una svolta immediata.
Anche perché il premier deve fare i conti con un Paese che resta profondamente segnato dalla scelta del referendum del 2016.
Dieci anni dopo il referendum, Brexit torna a dividere
Nel 2026 sono trascorsi dieci anni dal referendum sulla Brexit.
Il risultato del 23 giugno 2016 portò alla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea, con il 51,9 per cento dei votanti favorevole all’uscita e il 48,1 per cento contrario.
Il processo di uscita si è poi concluso formalmente il 31 gennaio 2020, mentre il nuovo rapporto commerciale con l’Ue è entrato nella sua fase operativa dal 2021.
Oggi il dibattito non riguarda più soltanto il referendum, ma soprattutto quali rapporti Londra debba avere con Bruxelles.
Una parte del Labour sostiene un avvicinamento più deciso all’Ue, mentre altri esponenti politici ritengono che riaprire formalmente la questione Brexit rischierebbe di riproporre una frattura che il Paese ha già attraversato.
Anche all’interno del dibattito politico britannico esistono quindi posizioni differenti.
Un piano per il mercato unico è già stato ipotizzato
A rendere ancora più interessante la discussione è una proposta emersa nelle scorse settimane.
Secondo quanto riportato dall’Independent, all’amministrazione Burnham sarebbe stato sottoposto un progetto che ipotizza un possibile ritorno del Regno Unito nel mercato unico europeo attraverso una nuova formula di cooperazione continentale.
L’idea sarebbe collegare una maggiore integrazione commerciale con l’Europa a una più stretta cooperazione nel settore della difesa e della sicurezza.
Si tratta però di una proposta politica esterna al governo e non di un piano ufficiale approvato da Downing Street. Una fonte del Cabinet Office ha infatti sottolineato che il governo riceve regolarmente proposte di politica pubblica e che non significa che queste vengano automaticamente adottate.
Anche questo elemento contribuisce a spiegare perché il tema del futuro rapporto tra Londra e Bruxelles sia tornato a circolare con forza.
Burnham davanti a una scelta politica delicata
Il premier si trova quindi davanti a un equilibrio complesso.
Da una parte deve rispettare gli impegni politici assunti dal Labour e mantenere una posizione capace di non riaprire immediatamente la frattura sulla Brexit.
Dall’altra parte, il suo governo sta cercando di costruire una relazione molto più stretta con l’Unione europea, nella convinzione che una maggiore cooperazione possa produrre vantaggi economici e strategici per il Regno Unito.
La dichiarazione di settembre aggiunge un terzo elemento: Burnham non sembra voler trasformare oggi il ritorno nell’Ue in una priorità, ma non vuole nemmeno escludere che la questione possa essere affrontata in futuro.
È una differenza politica significativa rispetto a un semplice «no».
Il significato dei rumors
Da qui nascono i rumors sul possibile ritorno britannico in Europa.
Dire però che Burnham «farà tornare il Regno Unito in Europa» sarebbe oggi un’anticipazione non supportata da una decisione ufficiale.
Più precisamente, il premier ha lasciato aperta la discussione sul futuro, mentre nel presente punta a una relazione più stretta con Bruxelles.
Il prossimo vertice Regno Unito-Ue sarà quindi un passaggio importante per capire quale direzione prenderà questa strategia. Il governo britannico vuole ottenere accordi concreti su commercio, mobilità, sicurezza e cooperazione, mentre Bruxelles continua a negoziare sulla base dei rapporti stabiliti dopo Brexit.
Solo successivamente si potrà capire se l’apertura di Burnham resterà una scelta diplomatica per migliorare i rapporti con l’Europa oppure se diventerà, nel tempo, una vera proposta politica sul futuro del Regno Unito.
Per ora il dato è uno: Andy Burnham non ha promesso di riportare il Regno Unito nell’Unione europea, ma per la prima volta da quando è premier non ha voluto escludere pubblicamente che questa possa diventare una questione del futuro manifesto Labour.
Ed è proprio questo silenzio, più ancora di una dichiarazione esplicita, ad avere riacceso il dibattito sulla Brexit a Londra.
