Fine vita in Veneto, il dibattito tra legge, cure palliative e responsabilità dei cristiani

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Giorgio Marsiglio, residente a Valdobbiadene, dedicata alla legge regionale del Veneto sul suicidio medicalmente assistito e al dibattito che ne è seguito nel mondo cattolico.

La recente legge del Veneto sul suicidio medicalmente assistito continua ad alimentare un confronto che coinvolge istituzioni, mondo sanitario, associazioni e comunità religiose. Sul tema interviene, con una lettera inviata alla nostra redazione, Giorgio Marsiglio, che concentra la propria riflessione soprattutto sul rapporto tra la nuova normativa, le cure palliative e il ruolo dei consiglieri regionali di ispirazione cristiana.

Marsiglio richiama innanzitutto la posizione espressa il 12 settembre dai Vescovi del Triveneto, secondo i quali una «conquista di civiltà» non dovrebbe consistere nella soppressione della vita, ma nella cura e nell’attenuazione della sofferenza di fronte al dolore del malato.

Nella sua ricostruzione, l’autore ricorda che il suicidio medicalmente assistito è stato ammesso, a determinate condizioni, dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 242 del 2019. La successiva legge regionale veneta, approvata dal Consiglio regionale, interviene quindi su una materia già delineata dal quadro costituzionale e giurisprudenziale.

Uno degli aspetti sui quali Marsiglio concentra maggiormente l’attenzione riguarda le alternative che la normativa prevede debbano essere prospettate al paziente. La legge stabilisce infatti che, qualora al momento della richiesta di suicidio medicalmente assistito non siano state erogate cure palliative, il paziente debba essere informato della possibilità di accedervi e, qualora scelga tale percorso, queste debbano essere garantite con criterio di priorità assoluta.

La normativa prevede inoltre la possibilità di intraprendere un percorso di sostegno psicologico finalizzato a consentire una valutazione piena e consapevole delle alternative al suicidio medicalmente assistito, con particolare attenzione alle cure palliative e agli strumenti terapeutici, assistenziali e psicologici destinati a sostenere la prosecuzione del percorso di vita.

È proprio questo passaggio che Marsiglio considera particolarmente significativo. Secondo l’autore della lettera, il testo approvato dal Consiglio regionale avrebbe avuto il merito di imporre alle strutture sanitarie non soltanto di gestire la richiesta di suicidio medicalmente assistito, ma anche di offrire concretamente al paziente le possibili alternative.

Nella sua lettura, questa impostazione sarebbe stata difficilmente raggiungibile se il confronto politico fosse rimasto confinato a una contrapposizione esclusivamente ideologica. Da qui il riferimento ai consiglieri regionali che, pur dichiarandosi cristiani, hanno scelto di votare a favore della legge.

Marsiglio amplia quindi la riflessione richiamando il precedente storico della legislazione sull’interruzione volontaria della gravidanza. Ricorda la sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 1975 e, successivamente, il referendum promosso nel 1981 dal Movimento per la Vita. L’autore cita anche la posizione assunta il 17 marzo 1981 dal Consiglio permanente della CEI, favorevole al cosiddetto referendum «minimale», con l’obiettivo, secondo la formulazione allora utilizzata, di restringere per quanto possibile l’ampiezza della normativa sull’aborto e ridurne gli effetti.

Il parallelo viene utilizzato da Marsiglio per proporre una riflessione sul modo in cui, secondo lui, i cristiani impegnati nelle istituzioni possono affrontare questioni particolarmente controverse: non soltanto attraverso la contrapposizione e il rifiuto, ma anche cercando, all’interno delle possibilità concrete offerte dalla politica, di limitare quelli che vengono considerati gli effetti negativi di una normativa.

È in questo contesto che l’autore esprime il proprio rammarico per la posizione assunta dai Vescovi del Triveneto nei confronti dei consiglieri regionali cristiani favorevoli alla legge.

La conclusione della lettera assume quindi un tono più personale e richiama l’immagine evangelica della vigna del Signore. Marsiglio distingue tra i «profeti» e quelli che definisce «umili lavoratori nella vigna del Signore», attribuendo a questi ultimi il merito di aver scelto, attraverso il dialogo e la concretezza, di operare nelle circostanze reali della politica.

La lettera, che pubblichiamo come contributo al dibattito e sotto la responsabilità del suo autore, riporta dunque una posizione critica nei confronti dell’intervento dei Vescovi del Triveneto e apre una questione più ampia: come conciliare i principi etici con le scelte concrete delle istituzioni quando si affrontano temi delicati come il fine vita, le cure palliative e il suicidio medicalmente assistito.