Settembre in Israele, il mese delle grandi feste: Rosh HaShanà, Yom Kippur e Sukkot tra tradizioni, simboli e ricette
Dal nuovo anno ebraico al Giorno dell’Espiazione, fino alla Festa delle Capanne: in poche settimane Israele cambia ritmo e racconta la propria identità attraverso preghiere, mercati, famiglie e tavole imbandite. Ecco cosa accade nel Paese e quattro ricette per portare a casa i sapori delle feste
C’è un momento dell’anno in cui Israele sembra rallentare, cambiare ritmo e riscoprire, con particolare intensità, il rapporto tra memoria, famiglia, spiritualità e vita quotidiana. È settembre, il mese nel quale il calendario ebraico concentra alcune delle ricorrenze più importanti e sentite.
Nel giro di poche settimane si susseguono Rosh HaShanà, il Capodanno ebraico, Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, e Sukkot, la Festa delle Capanne. Tre appuntamenti profondamente differenti, ma legati da un filo comune: il passaggio, la riflessione, la riconciliazione, la gratitudine e infine la gioia della condivisione.
Nel 2026 il calendario rende ancora più evidente questa particolare successione. Rosh HaShanà, che inaugura l’anno ebraico 5787, comincia al tramonto di venerdì 11 settembre e termina alla sera di domenica 13 settembre. Yom Kippur arriva una settimana dopo, dal tramonto di domenica 20 settembre alla sera di lunedì 21 settembre. Pochi giorni più tardi, al tramonto di venerdì 25 settembre, comincia Sukkot, che in Israele si conclude la sera di venerdì 2 ottobre.
Non sono semplicemente date segnate sul calendario.
Sono giorni nei quali le città, le case, i mercati e le tavole assumono un volto particolare.
A Gerusalemme, Tel Aviv e nelle altre città israeliane, le festività entrano nella vita quotidiana con una forza difficilmente separabile dalla cultura del Paese. Gli ingredienti acquistati nei mercati, i dolci preparati in famiglia, il pane portato in tavola, le preghiere nelle sinagoghe, le capanne costruite nei cortili e sui balconi diventano tanti tasselli di un racconto che affonda le proprie radici nella storia e continua a vivere nel presente.
E proprio la cucina rappresenta una delle porte più immediate per comprendere questo mondo.
Miele, mele, melograni, frutta secca, pane, carote e spezie non sono soltanto ingredienti. Durante le festività acquistano significati simbolici e diventano parte di una tradizione nella quale il cibo è anche memoria, augurio e condivisione.
Come sottolinea Avital Kotzer Adari, direttrice dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo a Milano, le festività di settembre rappresentano un momento nel quale la dimensione spirituale si intreccia con quella familiare e collettiva.
«Le festività di settembre rappresentano un momento particolarmente significativo in Israele, in cui la dimensione spirituale si intreccia con quella familiare e collettiva. Sono giorni in cui tradizioni antiche continuano a vivere con grande naturalezza nella quotidianità, nelle città, nelle case e intorno alla tavola, restituendo un’immagine autentica del Paese, della sua cultura e del valore che qui assumono la condivisione e l’incontro».
E aggiunge: «Le ricette che vi presenteremo e condivideremo con tutti voi, nello specifico quella della torta di miele e quella dello Tzimmes sono proprio di una tradizione famigliare a me molto cara: sono infatti le ricette della mia nonna».
È forse proprio questa la chiave per comprendere il significato di queste giornate: le grandi tradizioni non rimangono confinate nei libri o nei luoghi di culto, ma entrano nelle cucine e nelle case, dove vengono tramandate da una generazione all’altra.
Rosh HaShanà, quando il nuovo anno comincia con un augurio di dolcezza
Rosh HaShanà significa letteralmente “capo dell’anno” e inaugura il nuovo anno ebraico. Nel 2026 segna l’ingresso nell’anno 5787.
La festività comincia al tramonto di venerdì 11 settembre e termina dopo il calare della sera di domenica 13 settembre. È l’inizio dei cosiddetti Giorni del Timore, il periodo che conduce verso Yom Kippur e invita alla riflessione, all’esame delle proprie azioni e alla ricerca della riconciliazione.
Ma Rosh HaShanà è anche una festa familiare.
È una ricorrenza nella quale la tavola assume un ruolo centrale e alcuni alimenti vengono scelti proprio per il loro significato simbolico.
Uno dei gesti più conosciuti è quello della mela intinta nel miele, accompagnata dall’augurio per un anno buono e dolce. Anche il melograno occupa un posto importante nella tradizione, mentre la challah, il tradizionale pane intrecciato, per Rosh HaShanà viene spesso preparata in forma rotonda.
La forma circolare richiama il ciclo dell’anno e la continuità del tempo.
La tavola diventa così una sorta di linguaggio fatto di sapori e simboli.
Ogni alimento può racchiudere un desiderio. Ogni gesto può diventare un augurio.
È una caratteristica che rende Rosh HaShanà particolarmente affascinante anche per chi osserva queste tradizioni dall’esterno: la spiritualità non viene raccontata soltanto attraverso la preghiera, ma anche attraverso ciò che viene preparato, servito e condiviso.
Dai mercati di Gerusalemme a quelli di Tel Aviv
Nei giorni che precedono la festa, i mercati diventano uno dei luoghi più suggestivi per cogliere l’atmosfera.
A Gerusalemme, lo Shuk Mahane Yehuda è uno dei punti nei quali colori, profumi e prodotti della stagione raccontano l’avvicinarsi delle festività. A Tel Aviv, lo Shuk HaCarmel restituisce un’altra immagine della stessa attesa, immersa nella dimensione urbana e mediterranea della città.
Frutta fresca e secca, miele, melograni, mele, datteri e altri prodotti diventano protagonisti delle spese familiari.
La cucina si prepara alla festa prima ancora che la festa cominci.
E quando il sole tramonta, la dimensione del mercato lascia spazio a quella domestica.
Le famiglie si riuniscono, vengono accese le candele della festività e la cena diventa uno dei momenti fondamentali della celebrazione.
Nel 2026 c’è anche una particolarità importante: il primo giorno di Rosh HaShanà cade di Shabbat. Per questo il tradizionale suono dello shofar, il corno d’ariete, non viene effettuato di Shabbat e viene quindi ascoltato il giorno successivo, domenica 13 settembre.
È un suono antico e potentissimo, capace di segnare simbolicamente l’inizio di un nuovo periodo.
Nella stessa giornata viene tradizionalmente osservato anche il Tashlich, rito nel quale ci si reca presso un corso d’acqua, un lago o il mare per recitare preghiere legate simbolicamente all’abbandono degli errori dell’anno trascorso.
A Tel Aviv, il Mediterraneo diventa così parte dello scenario di una tradizione antichissima.
La challah rotonda, il pane che racconta il ciclo dell’anno
Tra le immagini più riconoscibili della tavola di Rosh HaShanà c’è la challah rotonda.
La challah è un pane tradizionale della cucina ebraica, ma durante il Capodanno assume una forma particolare. La treccia viene modellata fino a diventare una corona o una spirale, creando una forma circolare.
Il simbolismo è immediato: il tempo che ritorna, il ciclo dell’anno, la continuità della vita e l’auspicio che il nuovo anno possa proseguire in maniera positiva.
Una versione dolce, arricchita con miele e uvetta, porta in tavola anche uno dei simboli più caratteristici della festività.
Challah dolce rotonda con miele e uvetta
Ingredienti
- 500 grammi di farina forte
- 1 bustina di lievito di birra secco
- 2 uova più 1 per spennellare
- 60 millilitri di olio di semi
- 4 cucchiai di miele
- 150 millilitri di acqua tiepida
- un pizzico di sale
- 80 grammi di uvetta sultanina
- semi di sesamo o di papavero
Preparazione
Si comincia sciogliendo il lievito e un cucchiaio di miele nell’acqua tiepida. In una ciotola capiente si versano la farina, le uova, l’olio e il miele restante.
Si aggiunge quindi il composto di acqua e lievito, lasciando il sale per la fase finale dell’impasto.
Il composto deve essere lavorato fino a ottenere una massa liscia, elastica e omogenea.
L’uvetta, precedentemente ammollata, strizzata e asciugata, viene incorporata delicatamente.
L’impasto deve quindi riposare in un luogo caldo per circa due ore, fino al raddoppio del volume.
A questo punto si divide l’impasto in tre parti, si formano tre cordoni e si realizza una treccia. La treccia viene quindi avvolta su se stessa fino a ottenere la caratteristica forma rotonda.
Dopo altri 45 minuti di lievitazione sulla teglia, la superficie viene spennellata con l’uovo sbattuto e completata con semi di sesamo o papavero.
La cottura avviene a 180 gradi per circa 30-35 minuti, fino a quando la superficie sarà ben dorata.
Il risultato è un pane morbido, profumato e leggermente dolce, perfetto da portare in tavola ancora tiepido e da accompagnare, naturalmente, con altro miele.
Tzimmes, quando la dolcezza diventa un augurio
Se c’è un piatto capace di raccontare il legame tra cucina e simbolismo durante Rosh HaShanà, quello è lo Tzimmes.
Si tratta di una preparazione tradizionale della cucina ebraica ashkenazita, conosciuta in numerose varianti.
Carote, miele, zucchero di canna, albicocche e prugne secche si incontrano in una preparazione nella quale la dolcezza non è soltanto una caratteristica gastronomica.
È anche un augurio.
La ricetta proposta da Avital Kotzer Adari è legata a una memoria familiare e alla cucina della nonna. Ed è proprio questo elemento a rendere il piatto particolarmente interessante: dietro una ricetta tradizionale non c’è soltanto un elenco di ingredienti, ma una storia che passa attraverso le generazioni.
Tzimmes di carote dolci
Ingredienti per 6 persone
- 400 grammi di carote baby oppure carote normali tagliate a pezzi grandi
- un quarto di tazza di zucchero di canna
- 4 cucchiai di miele
- 100 grammi di albicocche secche tagliate in quarti
- 100 grammi di prugne secche snocciolate e divise a metà
- mezza tazza d’acqua
- scorza di limone grattugiata
- succo di limone
Preparazione
Si mettono tutti gli ingredienti in una pentola e si porta il composto a ebollizione.
Una volta raggiunto il bollore, si abbassa la fiamma e si lascia cuocere lentamente per circa un’ora.
Il risultato deve essere morbido, profumato e caratterizzato da un equilibrio tra la dolcezza della frutta e del miele e la nota fresca del limone.
Se durante la cottura il liquido dovesse ridursi troppo rapidamente, si può aggiungere poca acqua.
È un piatto semplice, ma proprio nella sua semplicità racconta una delle caratteristiche più interessanti della cucina delle feste: ingredienti comuni possono trasformarsi in simboli.
La torta di miele, il dolce dell’anno che comincia
Il miele torna anche nel dessert.
Durante Rosh HaShanà è associato all’augurio di un anno dolce e positivo. Non sorprende quindi che trovi spazio in numerose preparazioni.
La torta di miele proposta per questa ricorrenza unisce miele, caffè, cannella, chiodi di garofano e noci.
È una torta dal profumo intenso, nella quale le spezie contribuiscono a creare un sapore particolarmente riconoscibile.
Torta di miele
Ingredienti
- 5 uova
- mezza tazza di miele
- 1 tazza di zucchero
- mezza tazza di olio
- caffè equivalente a due espressi
- mezzo cucchiaino di chiodi di garofano
- mezzo cucchiaino di cannella
- 2 tazze di farina lievitante per dolci
- 1 cucchiaino di bicarbonato di sodio
- 50 grammi di noci tritate
Preparazione
Per prima cosa si separano i tuorli dagli albumi.
Gli albumi vengono montati a neve ferma insieme a mezza tazza di zucchero.
In un’altra ciotola si lavorano i tuorli con la restante metà dello zucchero.
Si aggiungono progressivamente miele, olio, caffè, chiodi di garofano, cannella, bicarbonato e noci.
Gli albumi montati vengono incorporati delicatamente con movimenti dal basso verso l’alto, per non smontare il composto.
Infine si aggiunge la farina setacciata.
L’impasto può essere distribuito in due stampi rettangolari da plumcake oppure in uno stampo rotondo da 26 centimetri.
La torta viene cotta a 175 gradi per circa 40-45 minuti.
Il profumo delle spezie e del miele è parte integrante dell’esperienza.
È il genere di dolce che non racconta soltanto una festa, ma anche l’idea di una cucina domestica, tramandata e ripetuta negli anni.
Dopo Rosh HaShanà arriva Yom Kippur: il momento del silenzio
Se Rosh HaShanà è l’inizio di un nuovo anno, Yom Kippur rappresenta il momento più solenne di questo percorso.
Nel 2026 Yom Kippur comincia al tramonto di domenica 20 settembre e termina alla sera di lunedì 21 settembre. È il Giorno dell’Espiazione, il culmine dei giorni di riflessione che seguono Rosh HaShanà.
È una ricorrenza dedicata alla preghiera, al digiuno, al perdono e alla riconciliazione.
Per circa 25 ore, gli osservanti si astengono dal cibo e dalle bevande e dedicano la giornata alla dimensione spirituale.
Ma in Israele Yom Kippur non si percepisce soltanto nelle sinagoghe.
Lo si percepisce nelle strade.
Il Paese cambia letteralmente ritmo.
La vita urbana si ferma e le grandi città assumono un’atmosfera difficilmente paragonabile a quella dei giorni normali.
Le automobili praticamente scompaiono dalle strade.
Le grandi arterie urbane, normalmente attraversate da un flusso continuo di traffico, diventano spazi nei quali camminare, pedalare e stare insieme.
A Tel Aviv, il fenomeno è particolarmente evidente.
Strade normalmente dominate dalle automobili vengono percorse da bambini e ragazzi in bicicletta, sui pattini e sui monopattini.
È una delle immagini più sorprendenti associate a Yom Kippur in Israele: una metropoli che, per un giorno, cambia completamente volto.
La città rumorosa diventa silenziosa.
Le strade si svuotano.
Le persone camminano.
E il tempo sembra assumere un’altra dimensione.
Dal Kol Nidrei alla Ne’ilah
Yom Kippur comincia con il Kol Nidrei, la celebre preghiera che apre la solenne ricorrenza.
Durante la giornata le sinagoghe diventano il centro della vita comunitaria.
Molte persone vestono di bianco, colore associato alla purezza.
Le ore trascorrono tra preghiere e momenti di raccoglimento fino ad arrivare alla Ne’ilah, la preghiera conclusiva.
È un momento particolarmente intenso.
Il digiuno si avvicina alla fine.
Il sole scende.
La giornata volge al termine.
E poi arriva il suono dello shofar.
Un unico suono segna la conclusione di Yom Kippur e del digiuno.
A quel punto la città ricomincia lentamente a vivere.
Le strade tornano a riempirsi.
Le attività riprendono.
E nelle case arriva il momento del primo pasto dopo il digiuno.
Anche questo pasto ha un significato particolare: dopo una giornata dominata dal silenzio e dall’astinenza, tornare a sedersi insieme a tavola assume una dimensione quasi rituale.
Il cibo torna a essere condivisione.
Sukkot, dalle preghiere alla gioia delle capanne
Non è ancora finito il mese delle grandi ricorrenze.
Pochi giorni dopo Yom Kippur arriva Sukkot.
Nel 2026 la Festa delle Capanne comincia al tramonto di venerdì 25 settembre e termina la sera di venerdì 2 ottobre in Israele.
È una trasformazione quasi sorprendente.
Dalla solennità di Yom Kippur si passa alla dimensione gioiosa e conviviale di Sukkot.
La festa è legata al raccolto e ricorda anche il periodo nel quale gli Israeliti vissero in dimore temporanee durante il cammino nel deserto dopo l’Esodo dall’Egitto.
Il simbolo più evidente sono le sukkot, le capanne temporanee.
Nei giorni precedenti la festa vengono costruite nei cortili, sui balconi, nei giardini e negli spazi all’aperto.
A Tel Aviv e Gerusalemme il paesaggio urbano cambia.
Balconi e terrazze vengono trasformati.
Nei quartieri storici di Gerusalemme, così come negli spazi residenziali delle città israeliane, compaiono strutture decorate con frutti, luci, rami e ornamenti.
Il tetto, chiamato sechach, viene realizzato con materiale vegetale naturale.
L’idea è quella di creare una dimora temporanea, sufficientemente aperta da lasciare intravedere il cielo.
Per una settimana la sukkah diventa un’estensione della casa.
Si mangia all’interno.
Si ricevono ospiti.
Si conversa.
Si celebra.
E ancora una volta la tavola diventa il centro della festa.
L’ospitalità come cuore di Sukkot
Uno degli aspetti più affascinanti di Sukkot è proprio il valore attribuito all’ospitalità.
La sukkah non è semplicemente una capanna.
È uno spazio da condividere.
La tradizione degli Ushpizin, gli ospiti simbolici, richiama l’idea di accogliere nella sukkah figure bibliche e, più in generale, di trasformare la festa in un momento di apertura verso gli altri.
La casa temporanea diventa quindi una casa ancora più aperta.
Familiari e amici vengono invitati a condividere i pasti.
Le cene possono proseguire fino a sera.
Le luci illuminano le capanne.
I balconi diventano piccoli spazi domestici sospesi tra la casa e il cielo.
È una delle immagini più suggestive dell’autunno israeliano.
Le quattro specie: lulav, etrog, mirto e salice
Sukkot è anche legata alle cosiddette quattro specie, l’arba minim: il lulav, formato principalmente dal ramo di palma, l’etrog, il cedro, insieme ai rami di mirto e salice.
Questi elementi vegetali accompagnano la celebrazione e rappresentano uno dei simboli più riconoscibili della festa.
Nei mercati e nei punti vendita specializzati la ricerca delle quattro specie diventa parte dell’atmosfera dei giorni che precedono Sukkot.
Anche qui la tradizione si intreccia con la quotidianità.
Si acquistano gli elementi necessari.
Si costruiscono le capanne.
Si scelgono decorazioni e alimenti.
Si organizzano i pasti.
E il calendario religioso diventa nuovamente parte visibile della vita delle città.
Il melograno torna protagonista a tavola
Se a Rosh HaShanà il melograno richiama abbondanza e prosperità, durante Sukkot il suo colore e la sua freschezza si prestano perfettamente alla dimensione conviviale della festa.
Da qui nasce una ricetta semplice, fresca e facilmente riproducibile anche in Italia: un’insalata di melograno ed erbe aromatiche.
Non pretende di rappresentare da sola tutta la complessità della cucina di Sukkot, ma richiama alcuni ingredienti e sapori della tavola israeliana e mediterranea.
Insalata di melograno ed erbe fresche
Ingredienti per 4 persone
- 1 melograno grande
- 1 mazzetto di prezzemolo fresco
- 1 mazzetto di menta fresca
- mezza cipolla rossa
- succo di 1 limone
- 3 cucchiai di olio extravergine di oliva
- sale
- pepe nero
- 1 cetriolo, facoltativo
- 2 cucchiai di bulgur o couscous fine, facoltativi
Preparazione
Si comincia sgranando il melograno e raccogliendo i chicchi in una ciotola capiente.
Il prezzemolo e la menta vengono lavati, asciugati e tritati finemente.
La cipolla rossa viene affettata molto sottile.
A questo punto si uniscono tutti gli ingredienti.
Chi desidera una versione più consistente può aggiungere cetriolo a cubetti e bulgur precedentemente cotto oppure couscous fine.
Il condimento è semplice: succo di limone, olio extravergine di oliva, sale e pepe nero.
Dopo aver mescolato con cura, l’insalata può riposare per alcuni minuti prima di essere servita.
È un piatto fresco, colorato e particolarmente adatto a una tavola conviviale.
Tre feste, tre atmosfere diverse
Guardando insieme Rosh HaShanà, Yom Kippur e Sukkot, emerge un percorso quasi narrativo.
Rosh HaShanà è l’inizio.
È il momento dell’augurio, della famiglia, della tavola e della speranza per l’anno che arriva.
La mela nel miele, il melograno e la challah rotonda raccontano un desiderio di dolcezza, abbondanza e continuità.
Yom Kippur è la pausa.
È il silenzio.
È il digiuno.
È il tempo della preghiera, del perdono e della riconciliazione.
Per un giorno le città israeliane cambiano volto e persino il rumore delle automobili sembra appartenere a un altro mondo.
Sukkot è la ripartenza.
È la vita all’aperto.
È la capanna.
È il raccolto.
È l’ospitalità.
È il momento nel quale la famiglia e gli amici tornano a riunirsi intorno a una tavola, questa volta sotto un tetto di rami attraverso il quale si può intravedere il cielo.
In poche settimane il calendario costruisce quindi un percorso che va dalla riflessione alla gioia.
Israele raccontato attraverso la tavola
Per un osservatore italiano, forse uno degli aspetti più interessanti di queste festività è proprio il loro rapporto con il cibo.
La cucina italiana possiede un legame fortissimo con la memoria familiare. Molte ricette sono associate alle nonne, alle feste, ai pranzi domenicali e ai momenti nei quali più generazioni si ritrovano intorno allo stesso tavolo.
In questo senso, comprendere la cucina delle festività ebraiche significa anche trovare un punto di contatto immediato con una sensibilità familiare che appartiene a culture diverse.
La ricetta della nonna di Avital Kotzer Adari, per esempio, non è semplicemente una preparazione culinaria.
È una storia di famiglia.
Lo Tzimmes e la torta di miele diventano così strumenti per trasmettere una memoria.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti delle tradizioni gastronomiche: spesso resistono al passare del tempo perché continuano a essere preparate.
Una ricetta sopravvive quando qualcuno la cucina.
Un sapore sopravvive quando viene condiviso.
Una tradizione sopravvive quando passa dalla nonna alla madre, dalla madre ai figli e poi a una nuova generazione.
Settembre, quando Israele cambia volto
C’è poi un elemento che va oltre la cucina.
Le festività di settembre mostrano come la tradizione possa modificare temporaneamente anche il paesaggio urbano.
Durante Rosh HaShanà sono le famiglie e i mercati a raccontare l’attesa.
Durante Yom Kippur sono il silenzio e le strade quasi vuote a catturare l’attenzione.
Durante Sukkot sono invece le capanne a comparire ovunque.
Tre immagini diverse dello stesso Paese.
Una Israele domestica.
Una Israele raccolta.
Una Israele conviviale.
E tutte e tre convivono con la modernità di Tel Aviv, con la dimensione storica e religiosa di Gerusalemme e con la quotidianità di un Paese nel quale tradizione e contemporaneità si incontrano continuamente.
Un viaggio che può cominciare anche dalla cucina
Non è necessario essere in Israele per avvicinarsi allo spirito di queste feste.
Preparare una challah rotonda, servire una mela con miele, provare lo Tzimmes o mettere in tavola una torta al miele significa entrare, almeno per qualche ora, in un universo nel quale ogni ingrediente può avere un significato.
È naturalmente impossibile ricreare completamente l’esperienza di una festa vissuta in Israele.
Ma la cucina può diventare un primo passo.
Un modo per conoscere una cultura senza limitarsi alle immagini turistiche.
Un modo per scoprire che dietro una ricetta possono esserci una famiglia, una memoria, una preghiera, un augurio.
E forse è proprio questa la parte più affascinante di settembre in Israele.
Non soltanto le grandi celebrazioni, non soltanto le sinagoghe o i luoghi simbolici, ma la normalità con la quale una tradizione millenaria continua a entrare nelle case.
Una tavola apparecchiata.
Un pane dalla forma rotonda.
Una mela immersa nel miele.
Un piatto di carote dolci.
Il profumo della torta appena sfornata.
Una capanna illuminata su un balcone.
Una strada improvvisamente silenziosa.
E poi, pochi giorni dopo, una famiglia che torna a sedersi insieme.
Il filo rosso delle feste: famiglia, memoria e condivisione
Rosh HaShanà, Yom Kippur e Sukkot non sono la stessa festa e non hanno lo stesso significato.
Ridurre il calendario ebraico a una semplice sequenza di ricorrenze sarebbe quindi limitativo.
Eppure, osservandole nel loro insieme, emerge un filo conduttore: il rapporto tra individuo e comunità.
Rosh HaShanà invita a guardare all’anno che comincia.
Yom Kippur porta alla riflessione e alla riconciliazione.
Sukkot conduce verso la gioia, l’ospitalità e la gratitudine.
E la tavola accompagna questo percorso.
Prima con i cibi simbolici del nuovo anno.
Poi con il silenzio del digiuno.
Infine con i pasti condivisi nella sukkah.
È una sequenza nella quale il cibo compare, scompare e torna protagonista.
E proprio per questo assume un valore ancora più forte.
Dal miele al melograno, la lingua universale della cucina
Miele e melograno sono forse i due ingredienti che meglio rappresentano questa stagione.
Il miele porta con sé l’idea della dolcezza desiderata per l’anno nuovo.
Il melograno richiama abbondanza e fertilità simbolica.
La challah rotonda parla invece del tempo che continua a girare.
Lo Tzimmes racconta una tradizione familiare e gastronomica.
La torta di miele trasforma l’augurio in dessert.
L’insalata di melograno porta infine il sapore della convivialità nella sukkah.
Sono preparazioni molto diverse tra loro, ma hanno una caratteristica comune: possono essere condivise.
E condividere il cibo significa creare un momento di relazione.
È una verità che attraversa culture e religioni.
Ed è probabilmente anche il motivo per cui la cucina rimane uno dei modi più efficaci per raccontare un Paese.
Il calendario di settembre 2026
Per chi vuole seguire il percorso delle festività, queste sono le principali date in Israele:
Rosh HaShanà
Dal tramonto di venerdì 11 settembre alla sera di domenica 13 settembre 2026. Segna l’inizio dell’anno ebraico 5787.
Yom Kippur
Dal tramonto di domenica 20 settembre alla sera di lunedì 21 settembre 2026. È il Giorno dell’Espiazione e la ricorrenza più solenne del calendario ebraico.
Sukkot
Dal tramonto di venerdì 25 settembre alla sera di venerdì 2 ottobre 2026. In Israele il primo giorno è seguito dai giorni intermedi della festa e il periodo conduce quindi verso Shemini Atzeret e Simchat Torah.
Subito dopo Sukkot, in Israele, arriva Shemini Atzeret e Simchat Torah, dal tramonto di venerdì 2 ottobre alla sera di sabato 3 ottobre 2026.
Un settembre da vivere con tutti i sensi
Alla fine, il racconto di settembre in Israele può essere letto quasi attraverso i sensi.
Si può vedere il colore rosso dei chicchi di melograno, le mele nei mercati, le capanne decorate sui balconi e le strade insolitamente vuote durante Yom Kippur.
Si possono sentire il suono dello shofar, le preghiere nelle sinagoghe e, dopo il digiuno, il ritorno progressivo della vita nelle città.
Si possono annusare il miele, la cannella, i chiodi di garofano, il pane appena sfornato.
Si possono assaggiare la challah, lo Tzimmes, la torta di miele e le preparazioni fresche a base di melograno.
Ma soprattutto si può comprendere un concetto semplice: le tradizioni non sono soltanto qualcosa che si osserva.
Sono qualcosa che si vive.
E in Israele, nel mese di settembre, questa esperienza passa attraverso le strade, le case, i mercati e le tavole.
Dall’inizio del nuovo anno alla pausa di Yom Kippur, fino alla gioia di Sukkot, il calendario ebraico costruisce un viaggio fatto di memoria e futuro, di raccoglimento e convivialità, di spiritualità e quotidianità.
Un viaggio che può cominciare molto lontano da Israele.
Anche da una cucina italiana.
Con una mela, un cucchiaino di miele e un augurio semplice: che il nuovo anno possa essere dolce.
