L’appello di Attilio Carbone a Donald Trump: “Fermi la guerra in Iran, la storia ricorda chi previene i conflitti”

Un messaggio scritto con il cuore di un emigrato, la voce di un nonno e la convinzione di un uomo che da oltre sessant’anni porta con sé i valori dell’America. Attilio Carbone, conduttore italoamericano residente a Wantagh, nello Stato di New York, ha inviato una lettera al Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump chiedendogli di scegliere la strada della pace nel conflitto con l’Iran.

Carbone, 87 anni, originario di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria, è cittadino americano dal 1961. Nella sua lettera indirizzata alla Casa Bianca, al numero 1600 Pennsylvania Avenue NW di Washington, ha voluto rivolgersi al Presidente non come esponente politico, ma come uomo, padre e nonno, richiamando la propria storia personale e il legame profondo con gli Stati Uniti.

“Il mio nome è Attilio Carbone. Ho 87 anni e vi scrivo da Wantagh, New York”, esordisce nella missiva. Poi racconta il suo percorso: “Sono nato a Cosoleto, provincia di Reggio Calabria, Italia, e sono cittadino americano dal 1961”.

Un’identità costruita attraverso l’emigrazione e l’appartenenza alla società americana. Carbone ricorda di essere stato per tutta la vita un repubblicano: “Sono stato un repubblicano per tutta la mia vita: già al liceo ero un orgoglioso membro dei Young Republicans”.

Una fedeltà politica che, spiega, nasce dalla condivisione di principi che considera fondamentali: “Ho creduto nel nostro Partito in ogni stagione, perché rappresenta Dio, la famiglia e la forza dell’America”.

Ma il tono della lettera cambia quando il conduttore italoamericano chiarisce il motivo del suo appello. “Scrivo a lei oggi non come politico, ma come nonno. Come un uomo che ha attraversato un oceano con una valigia di cartone e ha visto questo Paese diventare la sua casa”.

È proprio dalla sua esperienza di immigrato e cittadino americano che nasce la richiesta rivolta al Presidente Trump. Carbone riconosce il ruolo internazionale del capo della Casa Bianca: “Signor Presidente, lei è l’uomo più potente del mondo”.

Ma subito dopo aggiunge una riflessione sulla leadership e sulle scelte compiute durante il primo mandato presidenziale: “Lei è anche l’uomo che nel suo primo mandato non ha iniziato nuove guerre. Ha stretto la mano a persone che nessun altro avrebbe stretto”.

Secondo Carbone, la forza di un leader non deve essere misurata soltanto dalla capacità militare, ma dalla possibilità di utilizzare il potere per costruire accordi e fermare i conflitti. “Ha usato la forza per portare gli uomini al tavolo, non per seppellirli”, scrive.

Da qui l’appello centrale della lettera: “Lei è un uomo di pace attraverso la forza. E per questo milioni di americani come me la rispettano”.

Poi arriva la richiesta più importante: “La imploro con tutta la mia anima: fermi la guerra in Iran”.

Carbone sottolinea il costo umano di ogni conflitto, ricordando che a pagare il prezzo più alto sono sempre le persone comuni. “In ogni guerra, signor Presidente, coloro che pagano il prezzo più alto sono sempre i poveri”.

Nella sua lettera cita immagini drammatiche legate alle conseguenze delle guerre: “Sono le madri che cercano i propri figli tra le macerie. Sono i bambini che si addormentano affamati. Sono gli anziani come me che desiderano soltanto morire vedendo la pace”.

L’appello prosegue con una richiesta precisa: evitare un attacco contro le strutture nucleari iraniane. “La imploro anche: non ordini il bombardamento delle strutture nucleari dell’Iran”.

Secondo Carbone, un’azione militare potrebbe produrre conseguenze difficili da controllare: “Una bomba oggi potrebbe sembrare una risposta. Ma domani potrebbe diventare dieci anni di odio, di vendetta, di una guerra che non finisce mai”.

Una preoccupazione rivolta soprattutto alle nuove generazioni: “I nostri nipoti, americani e iraniani, pagheranno con il sangue per una scelta fatta oggi”.

Nel passaggio successivo Carbone richiama uno degli elementi più conosciuti della carriera politica e imprenditoriale di Trump, il libro “The Art of the Deal”, invitando il Presidente a trasformare la capacità negoziale in uno strumento di pace.

“Lei ha scritto The Art of the Deal. Quindi faccia il più grande accordo della sua vita: porti la pace senza sparare un solo colpo”.

Per Carbone sarebbe questo il modo migliore per dimostrare la grandezza dell’America: “Mostri al mondo che l’America è veramente grande quando salva vite, non quando le spegne”.

La conclusione della lettera è un messaggio personale e spirituale. “Morirò repubblicano, ma prima di essere repubblicano sono un cristiano e sono un nonno”.

E proprio da questa prospettiva arriva la frase che racchiude il senso dell’intero appello: “Un Presidente non entra nella storia per le guerre che vince. Entra nella storia per le guerre che riesce a prevenire”.

Carbone chiede quindi a Trump di scegliere la via della diplomazia: “Fermi questo dolore, signor Presidente. Entri nei libri di storia non come un uomo che ha premuto un pulsante, ma come un uomo che ha asciugato le lacrime delle persone povere”.

La lettera si chiude con un augurio rivolto al Presidente, alla sua famiglia e agli Stati Uniti: “Possa Dio benedire lei, la sua famiglia e gli Stati Uniti d’America. Possa Dio concederci la pace”.

Attilio Carbone firma la sua lettera ricordando ancora una volta la propria identità: “Repubblicano dal 1961”.

Un messaggio che unisce la memoria dell’emigrazione italiana, la fede religiosa, l’appartenenza politica e una richiesta universale: scegliere la pace prima che il rumore delle armi prenda il sopravvento.