Giornata Mondiale del Rifugiato: una condizione che interessa oltre 42 milioni di persone nel mondo

Ogni anno il 20 giugno il calendario internazionale dedica massima attenzione a chi è stato costretto a lasciare tutto.

In questa data cade, infatti, la Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita dalle Nazioni Unite per portare sotto i riflettori una delle emergenze che definiscono il nostro tempo, che interessa coloro che hanno varcato un confine nazionale a causa di guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani.

Il destino dei rifugiati: quanti sono oggi e cosa accade dopo la fuga

Secondo i dati più recenti dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite (UNHCR), attualmente sono 42,7 milioni le persone che vivono in condizione di rifugiati in numerosi Paesi del Mondo

La grande maggioranza non si allontana dalla regione d’origine: circa il 67% resta nei Paesi confinanti con l’area del conflitto, fermandosi alla prima soglia che separa il pericolo dalla salvezza.

A farsi carico dell’accoglienza sono in larghissima parte le nazioni con meno risorse. Ben il 73% dei rifugiati trova ospitalità in Paesi a basso e medio reddito, mentre una quota consistente è accolta dai Paesi del Sud globale, già alle prese con fragilità interne.

La forma che assume questa accoglienza, inoltre, è tutt’altro che uniforme. Molti rifugiati si stabiliscono in contesti urbani, dove cercano un alloggio e un lavoro mescolandosi al tessuto delle città ospitanti, altri vengono ospitati dalle comunità locali oppure vengono inseriti in insediamenti dedicati.

Le conseguenze più drammatiche: la vita nei campi per i rifugiati

Tra tutte le destinazioni, i campi per rifugiati costituiscono l’esito più duro della fuga. Nati come soluzione d’emergenza per offrire un riparo immediato a chi arriva in massa lungo i confini, questi insediamenti finiscono per trasformarsi in dimore in cui l’esistenza resta sospesa per anni e talvolta per generazioni.

Le condizioni di vita sono segnate da una precarietà profonda: il sovraffollamento comprime gli spazi fino ad annullare ogni intimità, l’accesso ad acqua pulita non è mai garantito a tutti e l’incertezza sul domani pesa quanto le difficoltà materiali. Per le Nazioni Unite dovrebbero essere luoghi di protezione temporanea, ma la cronica scarsità di fondi e la lontananza geografica li rendono spesso realtà difficili da gestire.

Alcuni di questi campi sono diventati riferimenti tristemente noti della geografia umanitaria. Si tratta, per esempio, di Zaatari, in Giordania, che ospita le persone fuggite dalla guerra in Siria, di Dadaab, in Kenya, che accoglie da decenni rifugiati provenienti dalla Somalia, e di Cox’s Bazar, in Bangladesh, che con la sua popolazione di rifugiati Rohingya detiene il primato di insediamento più grande del mondo.

Cox’s Bazar e la voce dei Rohingya

Per cogliere la dimensione di Cox’s Bazar basta un dato: la densità abitativa raggiunge le seimila persone per chilometro quadrato. Qui si trova oggi quasi un milione di Rohingya, la minoranza musulmana originaria del Myanmar che una legge del 1982 ha privato della cittadinanza, condannandola alla condizione di popolo apolide, senza documenti né diritti riconosciuti.

Quando nel 2017 le persecuzioni arrivarono ad assumere la connotazione di genocidio, secondo la definizione delle Nazioni Unite, centinaia di migliaia di persone attraversarono il confine a piedi, riversandosi in un dedalo di campi dove oggi la metà degli abitanti è costituita da minori, molti dei quali non hanno mai conosciuto altra casa.

A portare questa realtà all’attenzione del pubblico è stata ActionAid, l’organizzazione internazionale indipendente attiva da oltre 35 anni, presente in 71 Paesi nel mondo e impegnata nella tutela dei diritti delle persone più fragili, a partire dai bambini.

Insieme a Progetto Happiness, l’iniziativa del reporter Giuseppe Bertuccio D’Angelo, l’organizzazione ha realizzato un documentario che mostra la sofferenza e le condizioni critiche in cui vivono i Rohingya, e al contempo racconta storie di reazione e resistenza, come nel caso del giovane Dil, che continua a studiare nonostante le condizioni precarie e ha scelto di diventare una vera e propria guida per i suoi coetanei.

Se in un contesto tanto difficile possono nascere percorsi di riscatto come il suo, lo si deve anche all’impegno di ActionAid, che attraverso i suoi interventi nel campo lavora con continuità per migliorare le condizioni di vita di chi vi abita. L’organizzazione ha allestito spazi protetti dove bambini e ragazzi possono studiare, sottraendoli ai rischi del lavoro minorile e dello sfruttamento.

Alle donne del campo è stata affidata la gestione dei punti per un approvvigionamento idrico sicuro, una scelta che garantisce l’accesso a una risorsa essenziale e al tempo stesso riconosce loro un ruolo di responsabilità. Sono state poi addestrate squadre antincendio composte dagli stessi rifugiati, una difesa indispensabile contro i roghi che minacciano di continuo le baracche.

Aiuti umanitari in calo, bisogni in crescita

La scarsità di risorse che da sempre accompagna la gestione dei campi si è trasformata nel 2025 in un’emergenza dentro l’emergenza. Il ritiro di fondi da parte di alcuni tra i principali donatori internazionali ha provocato un crollo dei finanziamenti umanitari che mette a rischio l’assistenza diretta a milioni di persone. Secondo le stime dell’UNHCR, oltre undici milioni di rifugiati potrebbero perdere nel corso dell’anno l’accesso agli aiuti da cui dipende la loro sopravvivenza, proprio mentre il numero di chi è costretto a fuggire continua a crescere.

Numeri di questa portata raccontano una sfida che va oltre la dimensione umanitaria e interessa le scelte politiche dei governi e degli organismi internazionali. Garantire continuità agli aiuti significa riconoscere che la protezione di chi fugge da guerre e persecuzioni è un impegno assunto collettivamente, e che la sua tenuta non può dipendere dall’oscillare delle priorità del momento. È in gioco la dignità di milioni di persone, insieme alla solidità di un sistema di tutele costruito per chi ha perso ogni cosa.