Lazio

Reliquie del Natale

José Luis Alonso Ponga*

“Del Santissimo Prepuzio di Nostro Signore Gesù Cristo”¹

Nel 1802 a Roma fu pubblicata, naturalmente con approvazione ecclesiastica, una “Narrazione critico-storica della Reliquia preziosissima del Santissimo Prepuzio di N. S. Gesù Cristo. Che si venera nella chiesa parrocchiale di Calcata…” ristampata per ordine e con il supporto di Cesare Sinibaldi Gambalunga, che allora era signore di quella terra.

Il libro fu scritto per attrarre pellegrini e, allo stesso tempo, risolvere una lunga polemica sulla veridicità della reliquia. Perché non si tratta di un frammento qualsiasi, ma di una piccola parte della divina carne del nostro Signore Gesù Cristo, secondo le parole dell’autore del testo, del quale, tra l’altro, non si conosce il nome. L’opera non era la prima; diversi anni prima un altro autore anonimo, sospettato essere gesuita, aveva scritto un libro sul tema, e quindi quello del 1802 si limitava a rafforzare l’idea, con tale successo da meritare una nuova edizione nel 1890, alla vigilia della grande e definitiva proibizione.

A Calcata la reliquia veniva esposta alla venerazione dei fedeli il giorno uno, quando il calendario romano indicava la festività della Circoncisione di Cristo. Per evitare errori, questa festa fu sostituita nel 1960 da un’altra chiamata Ottava di Natale da papa Giovanni XXIII, e dopo il Concilio Vaticano II dalla Solennità di Santa Maria, Madre di Dio.

A noi fa ridere o, almeno sorridere, l’ingenuità che circonda questa particolare reliquia. Ma agli abitanti di Calcata, una piccola città vicino a Viterbo, non fece alcuna grazia quando don Darío Magnoni, nel 1983, li informò che era stato rubato il reliquiario con il Santissimo Prepuzio di Nostro Signore Gesù Cristo. Il reliquiario, custodito nella parrocchia, era in argento dorato e adornato con pietre preziose.

Quando i cittadini vennero a saperlo, ci fu una divisione di opinioni. Alcuni erano convinti che fossero ladri sacrileghi, dei tipi che non si fermano davanti a nulla. Altri davano la colpa alla mafia. Ma per molti anziani era chiaro, e così commentavano in privato, che fosse opera del parroco, aggiungendo: “Vedremo ora chi ci difenderà quando arriveranno tempeste e terremoti?”. Con il furto si metteva fine (per alcuni in maniera miracolosa) a una contesa tra il paese e il Vaticano. Perché da Roma già da quasi un secolo si ammoniva che era ora di smettere con tanto scherzo prepuziale.

Il Vaticano si era messo serio da quando, nel 1856, era apparso un nuovo prepuzio, che risultò essere quello di Charroux, murato durante la Rivoluzione Francese per paura di essere profanato. Il papa regnante, Pio IX, che aveva dolore al braccio a forza di scrivere contro razionalisti, idealisti, modernisti e un sacco di “isti”, non ebbe nemmeno la forza di lanciare un’escomunica contro tutti gli irriverenti che scherzosamente dubitavano che il Figlio di Dio avesse lasciato due prepuzzi sulla terra.

In questo caso, a dover prendere sul serio la questione fu Leone XIII, che nel 1900 proibì, con escomunica riservata alla Santa Sede, di diffondere o discutere pubblicamente di una reliquia così strana. Ai calcatesi importava poco ciò che pensava San Pietro. Essi avevano sperimentato più volte la protezione della “divina membrana” e erano convinti della sua autenticità.

Si richiamavano al testo del Vangelo Arabo dell’Infanzia (V,1), un apocrifo che afferma: “l’ottavo giorno… fu circonciso nella caverna, e l’anziana israelita prese il pezzo di pelle (altri dicono il cordone ombelicale), e lo mise in una piccola ampolla d’olio di nardo vecchio. E aveva un figlio profumiere, a cui lo consegnò, dicendo: ‘Non vendere questa ampolla di nardo profumato, anche se ti offrissero trecento denari’.”

La narrazione prosegue affermando che fosse lo stesso profumo con cui Maria Maddalena aveva unto i piedi del Maestro. Tuttavia altri davano più credito a santa Brigida di Svezia, a cui apparve la Vergine Maria per dire che lo aveva conservato con cura sin dalla circoncisione, ma alla fine lo aveva consegnato a san Giovanni Evangelista, e che era custodito a Roma. Per complicare ulteriormente le cose, un’altra versione sosteneva che la Vergine non lo avesse consegnato a San Giovanni, ma a Maddalena.

Il (i) Santo(i) prepuzio(i) aiutava(no) le donne sterili a concepire e le gravide a partorire. Si sa che un altro, uno in più, che si trovava a Saint-Coulomb in Francia, fu portato in Inghilterra su richiesta di Caterina di Valois, moglie di Enrico V, che era sterile, e per lei fu mano santa. Ci volle un po’ di tempo per tornare nella nazione dei Galli, ma un’abbazia più potente se lo appropriò. Fu quello di Charroux, a cui abbiamo già accennato, che contese con Calcata quale fosse l’autentico. Perché ce n’erano altri. Ad Anversa ce n’era uno portato da Goffredo di Buglione, acquistato dal Re Baldovino di Gerusalemme.

Risulta che, posizionandolo sull’altare, il vescovo di Cambrai vide cadere dalla sacratissima pelle tre gocce di sangue, prova della sua autenticità. E custodirono nel reliquiario il prepuzio e il panno bianco con le tre macchie rosse. Nel 1426, nella città belga, fu costituita una “Congregazione del Santo Prepuzio del nostro Adorato Gesù”, dotata di cappellani al servizio, che processionavano la reliquia una volta all’anno. Scomparve nel 1566 durante i tumulti della Riforma. Se ne trovavano in tutta Europa, persino a Burgos, come vide Alfonso Valdés nella cattedrale locale.

La storia della reliquia di Calcata, come tutte quelle che si afferma appartenessero al Redentore, ha la sua storia miracolosa. Fu consegnata da un Angelo a Carlo Magno mentre era in preghiera a Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro. L’imperatore la regalò al Papa Leone III, che la depositò nel Sancta Sanctorum a San Giovanni in Laterano, dove fu conservata insieme ad altre reliquie altrettanto pregiate, tra cui il cordone ombelicale del Maestro e un paio delle sue sandali. Così almeno scrisse un domenicano nel XIII secolo. E vi rimase fino a quando le truppe di Carlo V saccheggiarono la Città Eterna. Uno dei soldati protestanti rubò questa parte dell’anatomia di Cristo per venderla o regalarla nella sua terra. Ma fu arrestato a Calcata. In carcere, temendo le conseguenze del furto, nascose la reliquia nella sua cella. Il prigioniero morì, e la membrana rischiò di andare perduta per sempre. Ma nuovi miracoli indicarono con precisione il luogo in cui si trovava.

Man mano che la reliquia di Calcata divenne famosa, sorsero invidie e nemici iniziarono a porre ostacoli, alcuni così forti da rischiare di creare un problema teologico. I meno creduloni, ma molto sospettosi, ragionavano: Cristo è risorto ed è salito al cielo con tutto il corpo, non c’è dubbio, quindi non può esserci alcun suo resto sulla terra. Ma i difensori, abili nei ragionamenti, replicarono con argomenti basati sugli scritti di S. Agostino, San Tommaso e San Bonaventura. Ritenevano che nel corpo umano vi fossero parti considerate non essenziali per la resurrezione, come unghie, capelli e, naturalmente, nella cultura ebraica, il prepuzio. Alcuni arrivarono persino a sostenere che Cristo fosse salito al cielo intero perché ne aveva acquisito uno nuovo. E non mancò chi era convinto che il prepuzio fosse salito al cielo, ma non fino in cima: si era fermato più in basso dando origine agli anelli di Saturno.

Il ritrovamento del tesoro allertò i canonici lateranensi che presero subito provvedimenti per richiederne la restituzione alla Basilica. Inviarono due dei loro che arrivarono a Calcata e chiesero al parroco di vedere la reliquia. Il sacerdote non oppose alcun ostacolo, aprì il sacrario dove era custodita e l’ostensorio dove si venerava. Uno dei canonici, emozionato, la prese con due dita di ciascuna mano e, senza accorgersene, la spezzò in due: “una grande quanto un cece, e l’altra quanto un seme di canapa”. Così scrissero le cronache. Non si udì alcuno scoppio, ma un potente tuono scatenò una tempesta di pioggia e fulmini, così intensa da terrorizzare per ore l’intera terra di Viterbo. I canonici non dubitarono di trovarsi davanti all’unico e vero prepuzio del Salvatore.

Ritornarono a Roma spaventati da tanto prodigio e informarono il capitolo lateranense che si trattava effettivamente dell’originale, ma che, dopo quanto visto, era meglio lasciarlo lontano dalla Basilica, perché qualsiasi tentativo di spostarlo avrebbe potuto essere catastrofico.

E così rimase a protezione dei calcatesi per diversi secoli. Ciò che non so, è se dopo la sua scomparsa siano cadute su Calcata le disgrazie temute dagli anziani. La prossima volta che tornerò in quella bellissima città lo chiederò a chi può ancora darne ragione.

 

Cattedra di Studi sulla Tradizione, Università di Valladolid

Redazione

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