Matoh: “Oroboro” e il loop emotivo dell’autocritica
Con “Oroboro”, Matoh mette a fuoco uno dei meccanismi più complessi e silenziosi dell’interiorità: l’ansia che si ripete, si chiude su sé stessa e diventa abitudine. Il singolo prende forma attorno all’immagine del serpente che si morde la coda, simbolo di un loop mentale che ricomincia sempre uguale, doloroso ma rassicurante, perché conosciuto.
Tra momenti di lucidità e smarrimento, il brano racconta la difficoltà di spezzare quella routine emotiva che intrappola, ma che allo stesso tempo definisce. Un viaggio intimo e circolare, dove perdersi e ritrovarsi diventano parte dello stesso processo, e dove anche nel caos può nascondersi una possibilità di rinascita.
Nella tua vita reale, qual è il “loop” da cui ti riesce più difficile uscire?
Sicuramente quello dell’autocritica e dell’autosabotaggio, che però spesso e volentieri uso come spinta per migliorarmi.
Se potessi parlare oggi al te stesso che ha scritto “Oroboro”, cosa gli diresti?
Gli direi che dal buio si esce, a volte ci si ritorna, ma bisogna sempre mantenere la lucidità per poter trovare la luce.
Qual è la frase del brano che senti più tua in assoluto?
Una frase simbolica per me è <<Quando mi affaccio nella mia testa vedo tutti andare via e mai nessuno che resta>>. E’ una forte manifestazione della solitudine dei pensieri, del ritrovarsi ad affrontare i propri demoni interiori senza l’aiuto di nessuno, forse perchè non capirebbero, o perchè forse siamo noi a non voler essere capiti.
Ti capita di trovare “oro” anche nei momenti più incasinati?
Certo, ed è l’oro che vale di più. Perchè è macchiato dal sacrificio, dal dolore e dalla voglia di uscire da quel momento.
Se “Oroboro” avesse un colore diverso dal nero, quale sarebbe?
Sicuramente il verde. Verde serpente, verde speranza, verde rinascita e rinnovamento. Non a caso è anche il mio colore preferito.
