Israele dichiara guerra all’Iran: e se ci fermassimo un attimo?
Stamani, in un passaggio di un reportage pubblicato sul Corriere della Sera, un frammento di riflessione emerge dal cuore di Tel Aviv: “La smaliziata Tel Aviv non è mai stata innocente ma sotto queste bombe sta perdendo l’innocenza della spavalderia.” Parole che colpiscono, perché evocano non solo la tragedia in corso, ma anche la fine di un’illusione: quella di poter attraversare un conflitto senza portarne addosso il peso morale e umano.
E allora forse una riflessione più profonda va fatta. Non solo sulla guerra in corso, ma sulle guerre tutte. Sul modo in cui si accendono, si alimentano, si giustificano. E, soprattutto, su chi le innesca.
Il cosiddetto “mondo occidentale” — che troppo spesso si propone come arbitro, regista o persino salvatore — dovrebbe interrogarsi su quanto stia contribuendo a destabilizzare equilibri già precari. È successo con l’Ucraina, trasformata in un campo di battaglia permanente, le sue città ridotte in cumuli di macerie. È successo con Gaza, letteralmente cancellata dalla carta geografica e dalla memoria internazionale. E adesso sta succedendo tra Israele e Iran, in un crescendo che rischia di travolgere l’intero Medio Oriente.
Siamo ancora in tempo? C’è ancora margine perché qualcuno si fermi, rifletta, torni a pensare prima di agire? È possibile invertire la rotta, fare un passo indietro, usare il cervello — e forse anche un po’ di coscienza?
Le bombe cadono rapide, ma la pace richiede lentezza, ascolto, fatica. Forse è proprio questo il momento per un silenzio ragionato. Perché se non ci fermiamo ora, potrebbe essere troppo tardi.
