“Ali di Vibonesità”: Vibo Valentia unisce memoria e futuro per riscoprire la propria identità e progettare un nuovo slancio collettivo

Un’antica voce collettiva, fatta di storia, arte, politica, passione civile, ha preso vita tra le mura del Valentianum. È accaduto giovedì 29 maggio, quando l’iniziativa dell’associazione “Ali di Vibonesità”, promossa con il sostegno del Comune e dell’orafo Salvatore Franzé, ha riunito generazioni diverse in un unico abbraccio narrativo: quello di una città che ha deciso di ascoltarsi, guardarsi negli occhi, e ricordare per non perdersi. Per ritrovarsi.

Dietro le quinte di un’idea tanto semplice quanto ambiziosa – parlare della Vibo che fu per costruire quella che sarà – si è mosso un coro di voci, esperienze e sensibilità capaci di intrecciare memoria e futuro, appartenenza e responsabilità. La sala, gremita di giovani studenti, cittadini, docenti, ex amministratori, rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni, è stata lo specchio di un’intera comunità desiderosa di riscoprirsi.

Ad aprire l’incontro è stato l’attuale sindaco della città, Enzo Romeo, che nell’augurare buon lavoro ha rimarcato l’importanza di momenti di confronto come questi, al fine di proporre idee e costruire processi sociali che possano favorire il bene della città ed il suo armonioso sviluppo.

La parola poi è passata alla professoressa Eleonora Cannatelli, la quale si è soffermata sull’importanza delle associazioni come cuore pulsante della città, tracciando un ponte tra la scuola e il territorio, tra il volontariato e la politica, tra l’individuo e la comunità. La professoressa Cannatelli ha orientato il discorso sul piano dell’azione quotidiana, concreta, della partecipazione sociale, rimarcando come le associazioni siano luoghi dove si forma il senso civico, dove si impara a pensare l’altro, dove si scopre che il bene comune è qualcosa che si costruisce insieme. Cannatelli ha lanciato un appello ai giovani affinché diventino protagonisti della cittadinanza attiva, non per retorica, ma per scelta, in quanto non siamo solo eredi, ma anche architetti del nostro futuro.

Lucido e appassionato è stato poi l’intervento di mons. Filippo Ramondino, che non ha tradito le attese: una lezione civile, la sua, che ha dato profondità storica all’incontro. Figura autorevole e sensibile, quella di mons. Ramondino, il cui contributo ha saputo trasformare la storia locale in una bussola morale. “La storia di Vibo è fatta di passaggi complessi, di identità molteplici, di slanci e cadute. Ma è una storia che va capita per essere continuata”, ha detto. Ramondino ha insistito sul dovere della memoria come fondamento di ogni scelta consapevole, e sulla necessità per i giovani di riappropriarsi del passato non come zavorra, ma come spinta. Il suo sguardo, mai nostalgico, ma profondamente etico, ha restituito dignità a quel tempo che si tende a rimuovere, e che invece contiene i codici per leggere l’oggi e per immaginare un domani comune.

Di taglio diverso e di particolare interesse l’intervento del giornalista, scrittore e poeta Michele Petullà, che ha posto l’attenzione sulle radici culturali della città ed in particolare su quelle rappresentate dalla colta figura di Carlo Diano: “l’anello di congiunzione ideale tra le radici greche della città e la sua più alta espressione filosofica, da una parte, e la nostra contemporaneità, dall’altra. Parlando della sua poetica, intesa come chiave della polis, Petullà ha riportato al centro la figura dimenticata, ma potentemente simbolica di Carlo Diano: filosofo, filologo e “poeta sempre”, come già scritto da Pietro Citati a proposito dell’intellettuale vibonese, suo grande amico. “Diano non è solo un intellettuale vibonese – ha spiegato Petullà – ma una sintesi vivente della tensione tra il pensiero e l’azione, tra mito e logos, tra la Grecia e l’Italia del Novecento”. Diano fu uomo di libri e di battaglie, di estetica e di impegno civile. La sua opera, letta oggi, invita a pensare alla città come forma d’arte e come spazio etico. “Riscoprirlo – ha aggiunto Petullà – significa riscoprire noi stessi”. Il suo appello è stato chiaro: la cultura non è ornamento, ma architrave. E per i giovani, leggere Diano può voler dire imparare a difendere la bellezza e la complessità del pensiero in tempi sempre più affrettati.

Uno dei momenti più intensi dell’incontro è stato il dialogo con gli ex sindaci di Vibo Valentia – la voce della politica vissuta –, introdotti da Salvatore Berlingieri, giornalista attento e narratore dell’identità cittadina, che ha brillantemente moderato l’incontro e gli interventi. Sul palco si sono alternati Lorenzo De Sossi, Michele Montagnese, Giuseppe Ceravolo, Leonardo Brasca, Mario Iozzo, Franco Sammarco, Nicola D’Agostino e Maria Limardo, protagonisti del passato amministrativo, ognuno portando la propria esperienza e la propria visione. Dalla gestione del territorio alla cultura, dall’emergenza sociale alla ricerca di un’identità urbana, le loro parole non sono state esercizi di memoria, ma testimonianze vive, capaci di far intravedere quanto la politica locale possa essere scuola di umanità, perché essere sindaco non è governare una macchina burocratica, ma tenere insieme speranze, bisogni e conflitti. Il confronto con i giovani non è stato formale. Domande dirette, sincere, a volte spiazzanti. Una vera e propria chiamata alla trasparenza, accolta con rispetto e responsabilità da chi, per anni, ha portato il peso del timone civico.

Tra le emozioni della giornata, anche il breve ma incisivo intervento della studentessa Maria Celeste Paraguay, che ha parlato con sincerità del rapporto – spesso contraddittorio – tra giovani e politica. “Ci sentiamo chiamati solo quando c’è da votare. Ma la politica dovrebbe cominciare nelle aule, nei corridoi, nei nostri pensieri”, ha detto, sottolineando il bisogno di ascolto, formazione, dialogo.

A dare particolare lustro all’evento, la presenza speciale del celebre orafo Gerardo Sacco, interprete dell’arte come identità, icona dell’artigianato calabrese nel mondo, che ha condiviso con i presenti il suo legame profondo con la terra d’origine. “Ogni mia creazione nasce da una radice, da un simbolo, da una storia. La Calabria è la mia musa”, ha detto, mostrando come anche il successo internazionale può restare ancorato a un’identità forte. Sacco ha esortato i ragazzi a non abbandonare le proprie passioni e ad avere il coraggio di sognare in grande, senza mai smettere di sentire il richiamo della propria cultura.

Tutta la manifestazione è stata attraversata da un’estetica curata e coerente, dove l’arte ed il suono si sono manifestate come cornice della parola e del suo senso: le porte metaforiche dipinte dall’artista Antonio Fortebraccio, simbolo di passaggi e soglie interiori; le fotografie d’epoca – una sorta di estetica del ricordo – selezionate da Piero Monterosso e Nazzareno Congestrì, capaci di restituire volti, piazze, gesti della Vibo che fu; le musiche del maestro Pino Puzzello, dolci e potenti, come un’eco di ciò che resta e rinasce.

A concludere i lavori, l’intervento del presidente di “Ali di Vibonesità”, Peppe Sarlo, che ha tirato le fila di una giornata intensa, restituendo al pubblico il senso profondo dell’iniziativa. “Oggi non abbiamo celebrato il passato, ma seminato futuro. Abbiamo chiesto ai giovani di ascoltare e agli adulti di raccontarsi con onestà. È da questi gesti che nasce una comunità nuova”, ha detto tra gli applausi. Sarlo ha poi consegnato targhe commemorative agli ex sindaci e agli ospiti, in segno di gratitudine e riconoscimento per il servizio e l’impegno profusi verso la città. Un gesto simbolico ma potente, che ha suggellato un patto intergenerazionale fatto di rispetto, fiducia e desiderio di costruzione condivisa.

Con questo importante evento, “Ali di Vibonesità” non ha celebrato un passato da museo, ma ha inaugurato una stagione nuova: quella in cui ricordare diventa un gesto di costruzione, e dove ogni giovane può scegliere se essere spettatore o autore. La sfida ora è raccogliere quel testimone che i sindaci, gli intellettuali, gli artisti, gli educatori hanno consegnato con rispetto e fiducia. Perché – come ha scritto un ragazzo su un biglietto lasciato all’uscita – “se la memoria è un’ala, l’altra siamo noi: pronti a volare”.