L’eredità umana, estetica e politica che ci consegna l’artista vibonese Nino Forestieri ad un anno dalla sua scomparsa

Ieri l’anniversario della scomparsa dell’artista vibonese Nino Forestieri (28 febbraio 2024) che nasceva a Rombiolo il 13 giugno del 1940. E’ stato commemorato con una breve cerimonia nella cappella di famiglia al cimitero di Vibo Valentia, dove l’urna con le sue ceneri è stata posta a maggio dello scorso anno. Ad officiarla mons. Giuseppe Fiorillo alla presenza della consorte Antonietta Brancia e della sorella Rosetta insieme ad altri familiari. Nell’occasione, il sacerdote, avendo conosciuto Nino Forestieri  (ha vissuto la sua infanzia e la sua adolescenza a Vibo Valentia) ha messo in luce il suo esser autenticamente cristiano per la sua forte fede nell’uomo. Lo dimostrano la maggior parte delle sue opere (come l’affresco dipinto nella cappella con la scena dello Stabat Mater) che mettono al centro la sofferenza dell’umanità di fronte alle ingiustizie; ma anche il suo spirito vitale e gioviale che manifestava nella innata vocazione affabulatoria, corroborata dalla sua cultura classica.    

Nino Forestieri ci ha lasciato una grande eredità culturale e artistica che è necessario riscoprire, interrogare e comprendere per la capacità di darci dei messaggi importanti in relazione al processo di disumanizzazione in atto nella società tecnocratica dominata da oligarchie plutocratiche, per non perdere il contatto con l’identità storica e le radici che hanno dato vigore e luce alla civiltà umana. Questo è l’impegno da portare avanti come sta facendo la vedova Antonietta, cercando di coinvolgere studiosi e artisti che hanno potuto conoscere le opere di Nino Forestieri ma anche le istituzioni a partire dall’Amministrazione comunale di Rombiolo, affinché la sua opera possa essere fatta conoscere alle nuove generazioni. 

La storia di Nino Forestieri non appartiene solo alla terra a cui è stato profondamente legato, in quanto le sue opere raccontano l’umanità vittima dei soprusi denunciando le immani ingiustizie. 

Il legame con le sue origini rappresenta uno dei tratti originali delle sue produzioni artistiche attraverso uno sguardo “divergente”. Nei suoi dipinti rielabora, ricodifica la leggibilità della storia umana attraverso il mito, o ripresenta le immagini classiche compiendo una operazione che possiamo accostare a quella dei surrealisti (attratti dalla forza propulsiva e rivelatrice dell’inconscio). Ma non si può ridurre a questa corrente la sua ricerca estetica: Nino Forestieri opera una sperimentazione che ricrea il linguaggio, fedele soltanto alla sua ricerca. La sua arte è un continuo laboratorio perché, come tutte le anime inquiete e sensibili, capta messaggi che appartengono al tempo e allo spazio contemporanei con uno sguardo decontestualizzato, capace di destrutturare la stessa materia con cui opera.

 

 

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L’ardua parabola artistica ed esistenziale di Nino Forestieri nella composizione del multiforme mosaico delle sue opere e della sua personalità

 

Quando il mondo cessa di essere il luogo dei nostri desideri e speranze personali, quando l’affrontiamo come uomini liberi, osservandolo con ammirazione, curiosità e attenzione, entriamo nel regno dell’arte e della scienza (La citazione è di Albert Einstein, risale al 1921 in una rivista d’arte tedesca)

 

Fare un ritratto di una personalità come Nino Forestieri potrebbe significare violare il suo tempio di artista. Ma da profani, per entrare nella sacralità della sua arte, ci affidiamo alla mediazione estetica dei romantici, secondo cui “la vita determina l’arte”, poi ritradotta dai protagonisti dell’Estetismo nello slogan “Fare della propria vita un’opera d’arte”. Ma “l’arte per l’arte” non ha abitato la casa di Nino Forestieri se non per sperimentare nuovi linguaggi tecnici ed espressivi, in quanto ha concepito la sua come una missione votata all’engagé: la vita come impegno nel suo significato estetico, sociale e politico. In una concezione antropologica, e quindi tradizionale e simbolica, in cui l’opera artistica è anche gesto generativo come principio e potenza creativa, Nino Forestieri ha plasmato con le sue opere sé stesso e la sua storia fatta di secoli scolpiti nel suo codice genetico che si porta dentro la storia di Rombiolo. E partendo dal presupposto che ogni giudizio possa essere viziato dal pregiudizio, la sua parabola esistenziale è stata segnata e disegnata per l’arte. E questa, a sua volta, ha contrassegnato il suo destino di artista. Il grande intellettuale e poeta argentino J.L. Borges, ha affermato che “Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà d’un solo momento: il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è” (J.L. Borges, L’Aleph, 1944).

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Era il 13 giugno del 1940 quando ha visto la luce Nino Forestieri nella sua terra natia di Rombiolo, borgo rurale che apre il passaggio con le sue colline inargentate dagli ulivi verso i pascoli dell’altipiano del Poro. Come ieri, 28 febbraio dello scorso anno, ci ha lasciati a Milano con accanto la sua consorte Antonietta, definendo così un’esperienza di “diaspora esistenziale” caratteristica a tanti calabresi, sospesi tra l’essere e il divenire, ma “senza colpa e senza redenzione” (Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli). Nasce 3 giorni dopo che Mussolini annunciava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, sancendo il connubio fascismo-nazismo. L’epilogo del suo tempo terreno avviene in un tempo in cui si manifesta una crisi acuta dei valori e degli ideali per cui Nino si è battuto e ha combattuto, disintegrati sotto il maglio dell’ideologia dei consumi (il nuovo più pervicace e subdolo regime totalitario), e della mutazione antropologica (per citare alcune categorie sociologiche utilizzate da Pier Paolo Pasolini) originati dal materialismo e dal nichilismo capitalistico e neocapitalistico. Il risultato più eclatante di questo progressivo e inesorabile disfacimento umano, etico e civile si rivela nei governi svuotati di ogni contenuto politico: diventati soltanto un involucro nelle mani delle oligarchie pluto-tecnocratiche globaliste. La lacerazione delle identità dei popoli avvenuta nella morsa alienante del mercato che ha generato i nuovi gerarchi, la si può leggere in controluce nel linguaggio artistico di Nino Forestieri, fin dagli esordi giovanili quando la sua anima radicata nei valori della sinistra extraparlamentare si ribellava di fronte alle ingiustizie che il suo popolo “per elezione” e anche per “vocazione”, subiva come predestinazione, ritrovandosi espropriato dei fondamentali diritti e, di conseguenza, delle imprescindibili libertà civili, ma non della dignità, come dimostra la storia di resistenza del popolo di Rombiolo rappresentate in tante immagini fortemente simboliche dei suoi dipinti. La sua arte è di parte perché partecipa del destino della sua gente, dei diseredati, dei vinti della storia che oltraggia l’umanità, a partire dalla crocifissione del Cristo per salvare l’umanità (un affresco con la scena dello Stabat Mater si trova nella cappella di famiglia del cimitero di Vibo Valentia dove le sue ceneri sono state portate a maggio dello scorso anno).

La storia è contrassegnata da questi corsi e ricorsi, fino a quando la coscienza di sé come entità spirituale e non solo materiale, non matura a tal punto da essere potentemente eretica e profetica, come è accaduto e come accade tuttora nei diversi contesti e nella quotidiana guerra che viene scatenata dai poteri dominanti con armi invisibili ma potentissime come attualmente avviene con i nuovi labirinti tecnologici e artificiali, capaci di entrare dentro il nostro inconscio, ipnotizzare il nostro pensiero e plasmare i desideri e le scelte, paralizzando la coscienza.

La storia artistica e la vita di Nino Forestieri ci permettono di fare questo excursus oltre i confini convenzionali e di aprire gli orizzonti sul mondo a noi contemporaneo, perché la cultura e l’arte sono tali se ci permettono di leggere in profondità i segni con cui la realtà si manifesta: che vanno sempre interrogati e reinterpretati con gli strumenti esplorativi dell’intelligenza naturale, della libertà e della sensibilità umana; altrimenti diventa materia divorata dalla moltitudine dei radical chic, degli intellettualoidi da salotto per esibire la loro narcotica egocentrica vanità e autoreferenzialità. Tutto ciò contro cui Nino Forestieri ha lottato, essendo ribelle ed eretico per natura – oltre che per cultura. La sua storia dimostra come fosse al di fuori di questo coro mediatico e “commediatico” che vediamo esprimersi con grottesca e macchiettistica caricaturale teatralità di pirandelliana memoria nei social e sui diversi media. Per citare le ultime battute della celebre “A livella” del principe della risata Totò, “Sti pagliacciate ‘e ffanno sull’e vive:/ nuje simme serje… appartenimmo a morte!”

La sua eredità umana e culturale ci viene consegnata con messaggi espliciti ed impliciti, nel linguaggio comunicativo polisemico delle sue opere. E per interpretare la materia su cui si è misurata la sua creatività, non possiamo prescindere dall’identità originaria che assume, in chi opera una ricreazione, un messaggio etico, estetico, ontologico, antropologico, esistenziale, da far partorire.

In primo luogo il suo essere nato a Rombiolo (le lotte contadine), aver vissuto la sua infanzia e gli anni della sua formazione adolescenziale nei luoghi dove un tempo era stata edificata l’antica città magnogreca Hipponion (l’attuale Vibo Valentia), hanno fatto nascere la dimensione politica e archeologica della sua personalità temprando l’anima e lo spirito della sua creazione artistica. E per definire meglio, l’esperienza e la condizione esistenziale di Nino Forestieri, ci vengono incontro due autori, l’antropologo Ernesto de Martino e lo scrittore, premio Nobel (2010) Mario Vargas Lliosa.

“Alla base della vita culturale del nostro tempo sta l’esigenza di ricordare una patria e di mediare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col mondo. Coloro che non hanno radici, e sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio nella memoria a cui l’immagine e il cuore tornino sempre di nuovo e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”. (Ernesto De Martino, L’etnologo e il poeta, 1959)

“Per non diventare servi e schiavi delle macchine che noi stessi abbiamo inventato. E perché un mondo senza letteratura si trasformerebbe in un mondo senza desideri né ideali, né disobbedienza, un mondo di automi privati di ciò che rende umano un essere umano: la capacità di uscire da se stessi e trasformarsi in altro, in altri, modellati dall’argilla dei nostri sogni.” (Mario Vargas Lliosa, Elogio della lettura e della finzione, 2001)

Le due matrici, quello del “villaggio della memoria” per non essere destinati “alla morte della passione e dell’umano” e della “disobbedienza” per “uscire da sé stessi e trasformarsi in altro, in altri, modellati dall’argilla dei sogni”, definiscono la poetica e i caratteri estetici che interpretano in profondità il percorso artistico e creativo del nostro artista. Riteniamo che la sua ispirazione abbia avuto la potenza con cui un campo magnetico crea corrispondenze segrete e arcane. La sua evoluzione artistica si è espressa nel segno della “metamorfosi” ritessendo il filo con il mito (l’archetipo è un elemento originario del nostro inconscio collettivo su cui lavora ogni grande artista), avvertendo il fuoco primigenio che rende incandescente il magma che fonde le rocce e i metalli per poi trasfonderli e trasformarli come fa il fabbro e lo scultore. Dentro questo impasto genetico e antropologico che si porta dentro i secoli, si può scrutare una profonda eredità che Nino Forestieri ha tradotto nel suo itinerario esistenziale, al di là dei giudizi, ripetiamo, che rischiano di trasformarsi in pregiudizi. È indubbia la capacità tecnico-realizzativa, la sua versatilità nell’utilizzo dei diversi linguaggi artistici. Il tratto stilistico è quello della ribellione, della trasgressione come reazione al corpo violato della storia da parte di chi ha usato il potere per violentare il corpo “astorico” dei suoi contadini e delle classi subalterne che hanno subito ingiustizie e strazio; ma anche quello del libero pensiero, calpestato, oltraggiato, ingannato, esautorato.

Attraversare l’opera di Forestieri significa rileggere alla rovescia il mondo così come ci è stato presentato o rappresentato e come tuttora ci viene raccontato dai media e dalla cosiddetta “cultura” integrata e prona al sistema di potere che produce continuamento immondizia venduta come verità. Avendo vissuto in una “terra estrema” come la Calabria, Nino Forestieri ha acquisito un punto di vista o uno sguardo “divergente”, anzi il suo “è un punto di svista” che possiamo declinare come ci suggella il suo cognome: l’essere “forestiero” (nomen omen). Ecco perché nei suoi dipinti rielabora, ricodifica la leggibilità della storia umana attraverso il mito, o ripresenta le immagini classiche compiendo una operazione di trasgressione che possiamo accostare a quella dei surrealisti (attratti dalla forza propulsiva e rivelatrice dell’inconscio). Ma non si può ridurre a questa corrente la sua ricerca estetica, perché Forestieri opera una sperimentazione che ricrea il linguaggio, fedele soltanto alla sua ricerca: la sua arte è un continuo laboratorio perché, come tutte le anime inquiete e sensibili, capta messaggi che appartengono al tempo e allo spazio contemporanei con uno sguardo decontestualizzato, capace di destrutturare la stessa materia con cui opera.

Come abbiamo avuto modo di mettere in luce quando nel 2006 è stata realizzata una mostra antologica dedicata all’artista nella sua Rombiolo, analizzando le opere esposte, abbiamo identificato tre stratificazioni comunicative, partendo dal tradizionale antropologico che a sua volta si traduce nei messaggi simbolici e spirituali. Di quella analisi ricordiamo alcuni concetti emergenti che ci sembrano significativi, citando un passaggio:

“Per cogliere il valore della sintassi pittorica ed estetica delle opere di Nino Forestieri è necessario indagare la dimensione simbolico-spirituale che rappresenta il cuore della sua arte, frutto di una lacerazione interiore e di una ricerca inquieta, sofferta. È possibile infatti leggere in filigrana il pathos e la tensione emotiva con i quali egli combatte dentro e fuori di sé per tentare di accedere ad un concetto più autentico di libertà che lo possa redimere: come richiamo e ritorno ad una identità profonda, nascosta nella memoria bio-psichica delle origini, attraverso lo specchio più alto della propria esperienza umana e terrena”.

 

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A dare una maggiore profondità in questa nostra libera “esegesi” della storia esistenziale ed artistica di Nino Forestieri, un prezioso dattiloscritto dello storico e archeologo Ermanno Arslam (che risale probabilmente agli anni ’80). Il testo testimonia la statura di Nino Forestieri come uno degli artisti più significativi e importanti contemporanei a livello nazionale, non solo della Calabria, ma che si porta dentro i segni della sua terra:

“Forse, per comprendere Forestieri e la sua arte, è indispensabile averlo conosciuto, come mi è stato possibile, nella sua Calabria. E’ necessario averlo visto stringere nelle sue mani la terra povera della sua gente, riconsacrandola con gesti antichi, e ritrovando i riti silenziosi delle tecniche tradizionali, del legno, del metallo. Si può allora comprendere la natura del perenne ritorno di Forestieri alla Calabria, che non è sterile compassione e protesta per secolari ingiustizie, ma orgoglioso recupero di valori tuttora vitali, e specialmente restituzione del proprio mondo di quanto lui, sempre e ovunque calabrese (ricordiamoci come custodisce i suoni materni del dialetto), ha assimilato, elaborato e creato lontano. Colpisce infatti la coerenza con cui la formazione dell’artista, che appare nutrita di stimoli (estetici e ideologici) propri di un più ampio contesto, trova mezzi espressivi adatti per ritornare calabrese. Evitando così, senza incertezze, qualsiasi rischio di provincializzazione. Coerenza che vive di evidenze, di segni chiari, di immagini lucide, di grida. Coerenza che accetta e provoca, e presenta con ferite aperte, ogni dissonanza, ogni sintomo di crisi, di degradazione. La dimensione realistica di Forestieri, portata talvolta ad aderenze quasi fotografiche, con una maestria tecnica ammirevole, (pur nel variare dei materiali) sistematicamente si stravolge, spezza la superficie dei corpi, fa nascere sterpi, anche certi sognanti recuperi di paesaggi rinascimentali. È l’espressione dei dolori, dei traumi delle partenze e della morte, che però vediamo placate in alcune ultimi opere grafiche, con figure quotidiane, familiari, finalmente serene, viste sulla strada di un villaggio o accanto ad una fontana. Forse la continua ricerca di Forestieri, portata attraverso le diverse esperienze, è perciò destinata a non placarsi mai. E questa appare una delle garanzie più valide, per la vitalità dell’artista, sempre programmaticamente irrisolto, eppure teso, talvolta anche pericolosamente, alla minuzia e al perfezionismo. Mai però rimanendovi prigioniero”.