Il testamento di due protagonisti della Resistenza: il nostro sogno è stato tradito
A 75 anni dalla Liberazione, la storia emblematica di due partigiani: Adriana Colla, originaria di Susa (Torino), che in una lettera dell’8 maggio del 2012, scrive a Carmine Fusca, vissuto in un piccolo paese del Vibonese, San Nicola de Legistis, nella quale rievoca quel periodo pieno di passione, di ideali e di coraggio. Questa corrispondenza testimonia la vera unità d’Italia: Nord e Sud, uomini e donne, uniti per la libertà e la liberazione dell’essere umano da ogni forma di oppressione.
“Sa Carmine, per me quei mesi, dal settembre ’43 all’aprile ’45, racchiudono un periodo meraviglioso, pieno di passione ed entusiasmo. Forse per i maschi non è stato così, perché per voi è stato un obbligo, per noi una scelta di libertà.
Ma oggi dove è finito il nostro sogno di un futuro libero, democratico, dove tutti dovevano essere rispettati? Io ho ormai novant’anni e questo non è più il mio mondo”
(Adriana Colla, 8 maggio, 2012)
“… rafforzare e difendere questa carta costituzionale, murata, come scrisse Piero Calamandrei, con il sangue di tanti ragazzi uccisi durante la Resistenza. E agli insegnanti, bloccati dai programmi scolastici di storia, vorrei dire che insegnare ad amare e difendere la libertà non è un fuori programma, anzi è supplire ad una mancanza dei vari ministri dell’istruzione. Viva la libertà, viva la democrazia, viva la solidarietà umana”
(Adriana Colla, 25 aprile 2017)
“Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha ancora ricevuta.
Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’angoscia?
È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che faccio m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).
“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo
Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
(Bertold Brecht, A coloro che verranno, 1938, I parte, trad. it. di Franco Fortini)
Il controcanto: per liberare la liberazione dalla retorica
Al canto “Bella ciao” che ha risuonato ieri nella rete, sui social e sui media, nel giorno della Liberazione, nella ricorrenza dei 75 anni, il controcanto del giorno dopo.
È vitale riappropriarsi dello spirito primigenio che ha originato la lotta contro il nazifascismo, per risentire quel coraggio scaturito di fronte alla terribile distruzione dei fondamentali valori umani, con il sacrificio di una moltitudine di uomini e donne per quei valori e ideali etici, civili e democratici, che poi sono stati impressi nei principi della Costituzione.
Bisogna ritrovare il sentimento di solidarietà, l’emozione ma anche l’utopia che si respirava sotto lo stesso Cielo: l’uomo come valore assoluto, la sua libertà, che è sempre conquista, impegno, sacrificio, lotta, amore, dono di se stessi per rendere se stessi e gli altri migliori. Un esempio ed un sacrificio che in questa situazione e condizione di emergenza impensabile, inimmaginabile, incredibile e surreale, devono essere rinnovati e rivitalizzati.
In questi “tempi bui” risplende il testamento che ci hanno lasciato due partigiani, una donna e un uomo, lei nata a Susa in Piemonte, lui a San Nicola del Legistis, frazione del comune di Limbadi (Vibo Valentia) nell’estremo Sud, in Calabria. Le loro storie sono entrate in corrispondenza l’8 maggio del 2012. Lo scambio epistolare nasce da un articolo pubblicato sulla rivista “Patria”, che raccontava la vicenda del partigiano “Carmine”. Quelle parole hanno fatto rivivere i lontani ricordi della novantenne partigiana “Vittoria” Adriana Colla, che ha rievocato quella straordinaria esperienza, in una lettera, dove esprime fraternamente al suo compagno partigiano la coscienza del tradimento di quei valori e dei principi sanciti nella Costituzione.
(Di questa corrispondenza sono stato testimone in quanto vivo nelle stesso paese di Carmine Fusca che mi ha affidato il compito di trascrivere la sua lettera di risposta. Lo sguardo radioso e il ricordo della gioia e dell’entusiasmo che ha manifestato è indelebile. Il racconto esprime il sentimento che hanno vissuto in tanti e rivela che cosa ha significato essere partigiani).


8 – 5 – 2012
Al partigiano Carmine
Non si stupisca se le scrivo questa lettera, ma ho letto sulla rivista “PATRIA” l’intervista di Curcio e ho rivissuto quel periodo fantastico e irripetibile che, soprattutto per noi donne partigiane, ha significato molto per sempre. Anch’io sono una partigiana della Val di Susa. Ero nella 42.ma Brigata Garibaldi, nella zona di Bussoleno, Mocchie, Borgone. Ho anche avuto dei rapporti con la 113.ma, ho conosciuto Coppini ma soprattutto Alessio. Per qualche tempo ho fatto parte della SINI della 11.ma, un piccolo gruppo comandato da “Bruno”.
Nel dicembre del 1944 fui arrestata dai fascisti a Condove e ceduta ai loro padroni tedeschi che occupavano la scuola della città. Dopo 20 giorni di fame fui scambiata con dei prigionieri tedeschi in mano proprio alla 113.ma. Come lo ricordo quel giorno! Eravamo su un ponte (forse nei pressi di Sant’Ambrogio), io e altri prigionieri di Condove in attesa, una lunga e sofferta attesa, con i tedeschi impazienti. Ad un certo punto i nostri occhi, sempre puntati sulla montagna, videro una lunga fila di ragazzi, tutti vestiti di bianco, che accompagnavano i loro prigionieri. Che spettacolo! Ma come facevate ad essere così eleganti?
Nel luglio 1944 il mio comandante chiese dei volontari per andare a liberare un nostro partigiano ferito e ricoverato alle Molinette di Torino e sorvegliato dai fascisti. Aveva saputo che presto l’avrebbero ucciso. Mi offersi subito, ben contenta che gli altri esitassero. “Va bene”, disse il comandante, “con te verranno Ernestina e il prete della brigata”. Ma andate disarmate, per capire com’è la situazione. Dopo decideremo come liberare Pudra”. La mattina dopo partimmo in bicicletta sotto una pioggia che ci inzuppò tutto il giorno. Naturalmente io, che ero proprio una ribelle, avevo con me la piccola Browing 6,35. Arrivati a metà strada, incontrai Bruno con tre suoi ragazzi e gli dissi la mia versione, che stavamo andando a liberare un partigiano. Bruno, dopo aver visto l’unica nostra arma, si rivolse ai suoi ragazzi dicendo: “Andiamo con loro”.
Sa che ancora oggi mi commuovo a ripensarlo? Così eravamo sempre pronti a morire uno per l’altro, perché andare a Torino, piena di nazisti e fascisti, significava proprio sfidare la morte. Proprio grazie a loro riuscimmo a liberare in modo rocambolesco Pudra con altri due partigiani feriti!
Chissà se lei è al corrente di questi fatti. Anch’io ho sfilato a Torino il 6 maggio. Spingevo la carrozzella su cui sedeva il mio comandante di divisione “Negro” ferito dai cecchini in Torino. Accanto a me spingevano la sorella di Regina che sposò Coppino e un ragazzino di 14 anni nostra staffetta.
Sa Carmine, per me quei mesi, dal settembre ’43 all’aprile ’45, racchiudono un periodo meraviglioso, pieno di passione ed entusiasmo. Forse per i maschi non è stato così, perché per voi è stato un obbligo, per noi una scelta di libertà.
Ma oggi dove è finito il nostro sogno di un futuro libero, democratico, dove tutti dovevano essere rispettati? Io ho ormai novant’anni e questo non è più il mio mondo.
(Adriana Colla, Borghetto S.Sp.Savona)
P.S.
(Le ho messo il mio indirizzo, ma la prego, se non si sente si rispondermi, non mi scriva. Alla nostra età dobbiamo fare soltanto ciò che desideriamo.)
Lettera di risposta del partigiano Carmine
Cara sorella partigiana, mi sento come un eroe ricevendo la tua lettera. Ti dico solo questo: che la tua lettera la tengo ben conservata. Quando vengo meno la porterò nella tomba e così saremo due garibaldini valorosi. Mi sono messo a piangere. Mi sono molto emozionato.
Io veramente mi trovavo in quel momento che abbiamo fatto il cambio sopra Condove con la mitragliatrice, con Coppini e Alessio (il vero nostro comandante). Ci hanno lasciato di guardia durante lo scambio. Tutti questi fatti li conoscevo e rivivo quei momenti con grande emozione. Ero a conoscenza di tutto il tuo racconto. Mi trovavo a Condove in quel frangente.
Sapere che, dopo tanto tempo, una persona mi ricorda di tutto quello che abbiamo vissuto e di cui siamo protagonisti, è veramente bello e mi riempie di orgoglio e di gioia.
Anch’io ho sfilato come te il 6 maggio a Torino. Prima di occupare Torino dalla Val di Susa, siamo andati nell’astigiano. Siamo partiti da Asti e siamo rientrati nello stabilimento dell’aeronautica sempre comandati da Alessio. Mi ricordo di aver combattuto per la liberazione di Torino.
Da 16 partigiani siamo diventati migliaia e io ero uno dei primi. Anche come per te, è stata una libera scelta e condivido i tuoi sentimenti, la stessa passione e la stessa emozione che mi esprimi per aver contribuito alla libertà della nostra patria.
Mi dispiace che non siamo stati apprezzati per come meritavamo; ma veramente l’onore lo abbiamo vissuto tra di noi. Adesso nella vecchiaia ci viene riconosciuto questo merito. Noi abbiamo fatto male perché l’Italia la dovevamo comandare noi. Invece altri hanno approfittato della situazione, i più furbi e quelli che non erano in prima linea a mettere in pericolo la loro vita, hanno tradito quei valori e ideali per cui noi tutti abbiamo sacrificato la nostra vita.
Speriamo che ci possiamo incontrare nonostante la veneranda età e così possiamo ricordare quei momenti irripetibili e bellissimi. Il mio sogno ancora continua. Io mi ricordo sempre di quei momenti e li vivo con la stessa emozione e entusiasmo di allora.
(Carmine Fusca, San Nicola de Legistis, 20 maggio 2012)


I testimoni, la testimonianza e il testamento
Dopo questa lettera Carmine Fusca ha sentito il bisogno di raccontare la sua odissea.
Parla il partigiano Carmine. Vi faccio presente come l’otto settembre ci siamo sbandati. Quando eravamo a Torino abbiamo avuto l’ordine di andare a La Spezia, ma non siamo andati perché siamo stati una notte nella stazione di Torino. Non siamo partiti perché ci hanno detto che ad Alessandria ci sono i tedeschi che ci disarmavano. L’ordine era di andare sulla montagna di Monginisio della Val di Susa e abbiamo visto tanti militari sbandati che venivano dalla Francia; dicevano di non andare sulle cime della montagna. Il nostro colonnello non voleva depositare le armi. Gli ufficiali non erano d’accordo: chi diceva si e chi no. Allora il colonnello si è scoraggiato e ci ha detto di tornare indietro; e così ci siamo fermati a Bussolengo. Il colonnello poi ha detto che andava a Torino a prendere ordini. Dopo mezz’ora abbiamo avuto la notizia che il colonnello era stato catturato dai tedeschi; così gli ufficiali hanno preso un fucile, dicendo: “Ragazzi, chi si può salvare si salvi!”.
Alle 9 di sera ci siamo sbandati a Bussolengo io e tanti miei compagni ce ne siamo andati in montagna per non farci prendere. Andando su abbiamo visto un piccolo paese e abbiamo trovato alloggio per la notte. La mattina dopo ci siamo vestiti in borghese per tornare a casa. Alla stazione ci hanno detto che anche in borghese i tedeschi ci avrebbero dirottati in Germania. Così siamo ritornati in montagna e per alcuni giorni andavamo in giro a chiedere l’elemosina. A Campo Potriri, frazione di Capri. Dopo è venuto Alessio, il nostro comandante insieme a Coppini, dicendo se volevamo fare un gruppo partigiano per poter liberare l’Italia e mandare via i tedeschi. Così piano piano abbiamo avuto la fortuna di liberare l’Italia nostra. Viva il partigiano garibaldino Carmine Fusca.
Dalla montagna siamo scesi ad una stazione dei carabinieri. Ci siamo recati ad una stazione dei carabinieri della caserma Cavalleria Nizza a Condove. Abbiamo chiesto da mangiare ma il maresciallo ci ha detto che non ce ne dava. Nel frattempo un carabiniere di laureana di borrello fece un segnale con l’occhio. Appena siamo andati dietro un muro ci ha chiamati. Ha detto: “Venite verso le 11 che sono di guardia e prendete tutto quello che volete”. Allora abbiamo avvertito uno con un cavallo e un carro. Così siamo riusciti a prendere le munizioni. In montagna abbiamo nascosto le munizioni in una grotta. Così la notte con i sacchi a spalla li abbiamo portate in montagna. Poi è successo che ci siamo messi d’accordo con un gestore della teleferica che trasportava legna. Noi mettevamo la legna e dal basso ci mandavano i viveri. Una sera siamo andati da una guardia municipale fascista. Lo abbiamo assaltato e abbiamo preso i cavalli e i muli per trasportare la roba. Piano piano ci siamo organizzati e facevamo assalti specialmente a Rivoli dove c’erano i tedeschi per rifornirci di munizioni. In un secondo tempo in uno stabilimento dell’aeronautica abbiamo preso 260 mitraglia e nastri di munizioni. Quando abbiamo preso le mitraglie le hanno caricate gli operai. Lo stabilimento era sotto controllo dei tedeschi. Mentre andavamo via la popolazione ci acclamava.
Io avevo una postazione con una mitraglia dove c’era una madonnina. Su uno scoglio ho scolpito nome e cognome prima di lasciare definitivamente la postazione.
Un giorno i tedeschi hanno portati 2 camion di prigionieri a Rivoli. Con me c’era un prigioniero che si chiamava Pippo, che era stato deportato in Germania. Ci ha avvisati che non potevamo scappare.
Quando abbiamo avuto l’ordine di scendere sono venuti i carabinieri armati in montagna e con noi sono venuti anche i prigionieri.
Quando siamo andati a Torino Alessio mi ha detto che doveva sbrigare una faccenda con Agnelli. Ci ha ricevuti e ci ha fatto il caffè con le sue mani. Agnelli ci ha aiutati perché le fabbriche erano minate e i partigiani che lavoravano in fabbrica li hanno sminati.
Siamo rimasti per 2 anni nascosti in montagna. Prima di tornare in Calabria ci sono stati dei problemi con i francesi perché volevano prendere il comando. Poi abbiamo raggiunto un accordo.
Ci hanno dato 7 mila lire a testa. Fino a Genova sono tornato con il treno. Genova-Livorno con i camion militari inglesi. Da Livorno ci hanno lasciati quasi una giornata ad aspettare; poi con il treno fino a Roma e poi da Roma a Nicotera con una bandiera al collo. Da Nicotera sono tornato a piedi a San Nicola. Era estate. Quando sono arrivato mi sono nascosto. Ho visto mia madre vicino al calvario. Appena mi ha visto dall’emozione è svenuta. Era il crepuscolo.
Come Adriana Colla anche Carmine Fusca è stato uno degli ultimi testimoni della Resistenza. Si è spento il giorno di Natale del 2018. Aveva 94 anni e ha vissuto nella sua comunità di origine, la piccola frazione di San Nicola de Legistis, facendo il contadino e il carbonaio. Ma “zio Carmine” (così lo chiamavano in paese) è rimasto sempre un partigiano. Nel suo Dna c’erano impressi i valori etico-civili e quella forte passione ideale per la libertà e la giustizia. Se ne è andato con il sorriso sulle labbra, proprio nei giorni in cui la Costituzione compiva 70 anni: il 22 dicembre veniva approvata dall’Assemblea Costituente e il 27 pubblicata nella Gazzetta ufficiale per entrare in vigore il 1 gennaio del 1948. I valori e lo spirito antifascista della Carta costituzionale portano anche la sua firma insieme a quella di Adriana Colla e a tutti i partigiani che si sono battuti per l’affermazione di quei principi e ideali che hanno dato vita alla civiltà repubblicana democratica. Per questa eredità il 25 aprile del 2016, Carmine Fusca e Adriana Colla, insieme agli ultimi partigiani ancora in vita, sono stati insigniti con la “Medaglia della Liberazione” da parte del Ministero della Difesa, per commemorare i 70 anni della Liberazione.
Sono state diverse le occasioni in cui Carmine Fusca ha raccontato la sua esperienza di partigiano da quando l’Anpi (con la sez provinciale di Vibo Valentia) ha assunto l’impegno di fare memoria attraverso la viva voce dei partigiani.
Arruolato nel 1943 e inquadrato nel 228º reggimento fanteria, dopo l’8 settembre Carmine Fusca si trovava in Val di Susa e decise di entrare, col nome di battaglia di “Carmine”, nella 17ª Brigata Garibaldi per poi passare alla 113ª, partecipando a numerosi scontri coi nemici. “Contro i tedeschi – raccontava – abbiano combattuto diverse battaglie e abbiamo teso loro imboscate. Ma il nemico più pericoloso era in casa nostra: erano i fascisti capaci di fare cose che neanche i soldati tedeschi erano in grado”.Tra i suoi ricordi anche l’episodio in cui Gianni Agnelli – che la sua unità protesse per diverso tempo – preparò un caffè a lui e al suo comandante Alessio Maffiodo. “Era un galantuomo, una persona squisita – ricordava Zio Carmine – ci fece il caffè con le sue mani. Mi sembrò una cosa strana vedere un uomo come lui alle prese corna una macchinetta del caffè, nonostante fosse circondato da diversi ruoli del suo personale di servizio”
Chi lo ha potuto incontrare e conoscere “zio Carmine” ha avvertito immediata la grande umanità che sprigionava. Aveva una simpatia innata ed era rispettato da tutti, ovunque si recasse. Si faceva amare in ogni situazione e si distingueva per la gentilezza e la cordialità nelle relazioni umane e sociali, sempre proteso al bene comune e alla battaglia per la libertà e la giustizia. Negli ultimi anni, quando il corpo cominciava ad abbandonarlo, sentiva quello “spirto guerriero”ruggire (Foscolo, Alla sera), perché era forte il desiderio di testimoniare la sua passione per la Resistenza.
Ma le sue condizioni di salute si sono aggravate e per oltre due anni è rimasto a casa perché non riusciva a camminare. Aveva perso la moglie da tanti anni e non hanno avuto figli. E’ stato accudito con cura e amore dal nipote Antonio Fusca, figlio del fratello più grande, Nicola. La sua famiglia era composta da 6 fratelli e due sorelle (due dei quali emigrati in Argentina). Ha svolto per tanto tempo il mestiere di carbonaio che aveva ereditato dal padre. Molto spesso restava lontano da casa sia per tagliare gli alberi e sia per preparare la legna nella carbonaia. Finché non sono arrivate le motoseghe la vita del carbonaio era molto dura. La legna di quercia e di ulivo veniva tagliata e spaccata manualmente, con strumenti rudimentali. Carmine aveva uno spirito aperto, socievole e partecipava agli eventi pubblici con grande entusiasmo. Ma pochi sapevano della sua storia di partigiano.
Sono loro, uomini e donne, che hanno scelto liberamente di riscattare l’Italia dall’oltraggio compiuto dal fascismo prima con la feroce dittatura, poi con le leggi razziali e infine stringendo un patto mostruoso con Hitler e il nazismo.
A precedere Carmine nell’altra vita la sorella partigiana “Vittoria”, Adriana Colla, all’età di 95 anni, il 18 maggio del 2017. Nata nel 1922 a Susa, ha combattuto in Valsusa nelle file della Brigata Garibaldi. Poi si è trasferita e viveva da 40 anni in Liguria con il marito, a Borghetto Santo Spirito. Presidente onoraria dell’Anpi locale, il 25 aprile, a 23 giorni dalla sua morte, Adriana Colla aveva inviato una lettera pubblica alle autorità e ai cittadini di Borghetto, in occasione della festa per la Liberazione. Queste parole rappresentano il suo testamento:
“Care amiche e cari amici, mi piacerebbe essere tra voi, perchè il 25 aprile è la festa più importante nella storia d’Italia, per me che nel 1945 scendevo insieme ai garibaldini dalle montagne della Valle di Susa, per occupare Torino, dopo quasi due anni di lotte dure e continui eroismi. Nel settembre 1943 avevamo lasciato le nostre case e il nostro lavoro per lottare per la libertà, cancellata da 20 anni di fascismo. Con noi ragazzi c’erano donne e uomini di ogni età e ceto sociale: erano operai, contadini, medici, insegnanti, studenti e casalinghe. Fu una lotta eroica, fatta dalla parte migliore di tutto il popolo perchè si trattava di riportare in Italia la libertà, dopo 20 anni di dittatura, che ci aveva impedito persino di pensare: “ voi non dovete pensare, Mussolini pensa per voi, voi dovete credere e obbedire” . E la cosa più grave fu che ci trascinò in lunghe guerre con migliaia di morti, la distruzione di molte case e tanta, tanta miseria. Noi, nuovi garibaldini, sfidammo ogni minuto la morte, la fame, senza scarpe, senza un letto, con le poche armi che riuscivamo a strappare ai fascisti e ai tedeschi. Eravamo orgogliosi di essere capaci di costruire con la nostra passione, un mondo più bello e l’uguaglianza tra tutti gli uomini. Ma oggi mi chiedo: in quale Italia ci ritroviamo? Perchè non ci indigniamo più contro quelli che trattano solo cifre a 9 zeri dimenticando gli ultimi? Eppure dalla resistenza è nata la Costituzione, la legge che difende la democrazia, il lavoro la pace e la dignità di ogni persona. A Borghetto l’ANPI l’Associazione dei partigiani e degli antifascisti, ha realizzato il monumento dedicato alla Costituzione e l’ha donato alla città e ora invita i cittadini a rafforzare e difendere questa carta costituzionale, murata, come scrisse Piero Calamandrei, con il sangue di tanti ragazzi uccisi durante la Resistenza. E agli insegnanti, bloccati dai programmi scolastici di storia, vorrei dire che insegnare ad amare e difendere la libertà non è un fuori programma, anzi è supplire ad una mancanza dei vari ministri dell’istruzione. Viva la libertà, viva la democrazia, viva la solidarietà umana”.
Amiamo pensare che si siano ritrovati per ricordare quei giorni che li hanno visti protagonisti nella lotta del più grande dei sogni terreni, “un futuro libero, dove tutti sono rispettati”.
Per questo qualsiasi uomo di ogni tempo sparso per il mondo che ama la libertà e la giustizia per tutti gli esseri umani, non dovrebbe mai stancarsi di gridare “Grazie Adriana, grazie Carmine!”
Se davvero viviamo in tempi bui: verso la luce di una nuova Resistenza
Più ci allontana dal battito del cuore che ha originato quel sentimento di reazione e di resistenza all’orrore, al male assoluto, più si rischia lo sconfinamento nella trita, strumentale, banale e scontata retorica: che significa svuotare il significato di quella esperienza che ha visto milioni di esseri umani perdere la loro dignità, massacrati dalla follia generata da imbecilli che hanno sedotto e affascinato eserciti di imbecilli, dominati dalla propaganda, dal desiderio di dominio, dalla sete di denaro e di potere, trasformando la degenerazione in religione, la schizofrenia in culto della personalità, l’ideologia in mostruosità:
“Quel che sta sullo sfondo di questa lettera è il “mostruoso”?
Il fatto che c’è stato uno sterminio istituzionale ed industriale di persone, e che si è trattato di milioni di persone.
Che ci sono stati dei capi e degli esecutori di queste attività, e cioè: degli schiavi Eichmann (uomini che accettarono questi lavori come qualsiasi altro lavoro, adducendo come scusa ordine e fedeltà; degli infami Eichmann (uomini che facevano ressa per occupare quei posti); degli ottusi Eichmann (uomini che pur di godere di un potere assoluto accettarono la loro totale perdita delle sembianze umane); dei vigliacchi Eichmann (uomini che erano contenti di poter commettere infamie in buona coscienza, ossia non come qualcosa di proibito, bensì come qualcosa che era stato perfino ordinato).
Che milioni di persone furono messe e mantenute in una condizione in cui erano all’oscuro dei tutto. Ed erano all’oscuro di tutto proprio perché non volevano sapere niente; e non volevano sapere niente perché non gli era permesso di volerne sapere qualcosa. Insomma milioni di passivi uomini-Eichmann.
Senza questa evocazione del mostruoso, che ieri è stato una realtà, non riusciamo ad andare avanti neanche di un passo,. Ed anche così possiamo fare solo qualcosa solo qualche passo avanti. L’offuscamento in cui precipitiamo mediante il riammemoramento può servire a qualcosa soltanto se impariamo ad usarlo e a trasformarlo in qualche altra cosa.
Dobbiamo trasformarlo innanzitutto nella consapevolezza che ciò che ieri è veramente accaduto può accadere ancora e di nuovo anche oggi fino a che non ne avremo cambiato fondamentalmente i presupposti. Insomma nella consapevolezza che il tempo del mostruoso forse non è stato un puro interregno” (Gunther Anders, Noi figli di Eichmann, 1964)
Oggi quel virus è sempre presente, ed è più contagioso dell’attuale coronavirus. L’egoismo e l’individualismo sono stati iniettati nelle vene e nella mente di miliardi di persone. Ci sono nuove forme di totalitarismo molto più subdoli, invisibili, che uccidono giorno dopo giorno, senza che nessuno si accorga della loro immane catastrofe. La malattia e la degenerazione umana è stata elevata a suprema salute: e l’uomo non sa più resistere alle trappole ben costruite nei tanti laboratori da abili, istruiti ingegneri e scienziati che sanno come inoculare queste particelle sottili che superano qualsiasi barriera, e si annidano nelle cellule del sangue e dei pensieri. E i sentimenti vengono così infettati, anestetizzati e narcotizzati. Senza più difese immunitarie, il corpo sociale è facile preda di contagi e può essere plasmato e manipolato dagli spietati adulatori e mistificatori.
“Davvero vivo in tempi bui” (Brecht) in cui impera il dominio totalitario. Si è insinuato nell’anima il messaggio che spinge molti esseri umani ad annientare la loro umanità: l’egoismo, l’intolleranza, l’aggressività, l’indifferenza per il destino altrui, la tracotanza, la stupidità, l’idiozia, il delirio di onnipotenza.
Questa sospensione della “normalità” con l’emergenza mondiale per la paura di un invisibile microbo, non può oscurare le tante emergenze umanitarie diffuse nel tempo enorme della normalità.
Se c’è un insegnamento che non deve essere dimenticato e che deve restare scolpito nelle sinapsi della memoria collettiva e del codice genetico, è che il vero mostro non è più visibile, ma agisce senza farsi né sentire né vedere, ed è diventato transgenico. Il coronavirus è riuscito nell’impresa di frenare una macchina infernale che in meno di un secolo ha infestato l’umanità di massacri: si pensi soltanto alla prima e seconda guerra mondiale, con milioni di esseri umani trucidati in nome di che cosa? Della follia, della mostruosità e dell’imbecillità umana. Ma il macabro spettacolo non poteva fermarsi ed è andato avanti.
Da quando si è diffusa la pandemia Covid 19 come sono solerti gli esperti e i governanti a fornire con certosina precisione le cifre dei morti a causa del contagio! La forza del terrore deve prevalere, come è accaduto nei regimi totalitari. Pensiamo a quante stragi quotidiane si compivano in silenzio, ma venivano ritenute normali, considerate effetto collaterale del sistema, del Pil, della guerra intelligente e invisibile. Il mostro infernale, per poter godere e nutrirsi di thanatos, ha bisogno di inferni e di infermi.
Allora, in questo 25 aprile dopo 45 anni dalla Liberazione, oltre a tutta la insopportabile e mistificante retorica, che cosa dobbiamo combattere con un nuova resistenza ?
Primo: da quei poteri oscuri e occulti che continuamente costruiscono lager di menzogne in cui si compie lo sterminio delle coscienze iniettando infezioni che nessun distanziamento fisico, nessun farmaco e nessun vaccino potrà mai curare.
Secondo: da tutti i mercenari, gli ignobili predatori e usurpatori al soldo dei poteri totalitari che per vanità, per esibizione, per compiacimento, per viltà, abitati da presunzione, da prepotenza, da pregiudizi, da arroganza, e dominati da aggressività, da ottusità, e privi di qualsiasi sentimento di umana pietas e di amore per il prossimo, diventano carnefici dei propri figli e delle generazioni future.
Terzo: dall’imbecillità. Questa è l’età della mostruosità (come ha prefigurato il filosofo Gunther Anders), dell’immondizia (mediatica, ecologica, intellettuale e spirituale) e dell’imbecillità. Questa ultima merce, elevata all’ennesima potenza, viene esibita e venduta in gran quantità. Si pensi alle affermazioni di uno psuedo giornalista come Vittorio Feltri sull’inferiorità dei meridionali, che riecheggiano le tesi razzistiche dello “scienziato” positivista Cesare Lombroso. Ma non è da meno quella schiera di coloro (a destra e a manca) che si mostrano indignati e scandalizzati, ma poi sono proni ai predoni e padroni del Nord, asserviti al proprio signore che elargisce la sua santa carità ai sudditi, come si faceva nei confronti della servitù della gleba. Nell’era della televisione e dei social l’omaggio si mostra in format reality virtuality show con il nuovo imperativo etico-categorico del like (tradotto: demenza allo stato puro).
Ad interpretare questa parte anche la governatrice Jole Santelli che prima esibisce l’orgoglio calabro, attraverso lo specchio dell’esiliato medico Luigi Camporota che cura sir Boris Johonson (si veda in merito del sottoscritto l’excursus dal titolo “L’insostenibile pesantezza dell’orgoglio calabrese” (https://www.laprimapagina.it/2020/04/15/linsostenibile-pesantezza-dellorgoglio-calabrese/) e poi difende, da vera paladina, l’orgoglio di tutti i meridionali:
“L’attacco mediatico subito in queste ore dalla Calabria e dall’intero Mezzogiorno è intollerabile, tanto più in questo momento storico in cui l’unità nazionale è valore imprescindibile. Mi rammarica molto ascoltare stupide affermazioni campanilistiche che sbeffeggiano il popolo meridionale. Sono da sempre a difesa della mia gente, della mia terra e non permetto a nessuno di denigrarla con leggerezza e cattiveria. La verità è che questa pandemia è sicuramente servita ad abbattere lo stereotipo del calabrese incurante delle regole e del bene comune”.
Ma quanti lapsus! Se non erriamo sono più di vent’anni che è al servizio di sua maestà del Biscione, al cui soldo c’è anche Vittorio Feltri.
Perdonate, cari lettori, in “verità” questi fidi scudieri sono sempre in missione segreta nella ventesima crociata degli istrioni camerati alla reconquista di San Sepolcro, sotto la guida illuminata del cavaliere errante, l’hidalgo Biscione della Mancia. In tutto questo spettacolo si proietta, con manifesta ovvietà, il processo di identificazione primaria o cannibalica, visto che sono tanti i sudditi meridionali che si identificano in Forza Italia, nella Lega e in Fratelli d’Italia e che i partiti di Salvini e della Meloni hanno proposto Vittorio Feltri come presidente della Repubblica. Siamo alle solite buffonate all’italiana e tutti dietro con l’effetto social che “hanno dato voce ad un orda di imbecilli” (ricordare Umberto Eco fa sempre bene all’intelligenza e alla libertà) punti nell’orgoglio da un buffone di corte. La commedia dell’arte è sempre viva e vegeta in questo Bel Paese. Meridionali settentrionali, suddisti nordisti: siamo ancora rimasti ai guelfi e ai ghibellini. Ma, secondo gli ultra e integerrimi cattolici sovranisti a cui si richiamano i convertiti sulla via di Damasco sia la Meloni che Salvini (in proposito si veda Report, lunedì 20 aprile Rai 3), non siamo tutti figli di Adamo ed Eva?
Era molto più sapiens l’homo habilis che lavorava la pietra, anche se preistorico, non aveva sovrastrutture e pregiudizi, ispirato soltanto dall’intelligenza cosmica.
L’evocazione dell’età della pietra è quanto mai provvidenziale in questo giorno della Liberazione, in cui le parole diventano come le pietre di pane: “Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono” (Mt 7, 9-11).
Ne dà una appassionata e tragica testimonianza Salvatore Quasimodo nella lirica “Uomo del mio tempo”:
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Questi versi sono delle pietre miliari. Il premio Nobel per la letteratura (1959) riesce a tradurre l’inquietante storia dell’umanità. Emerge la constatazione della crudeltà dell’uomo che non è mai cambiato nel corso dei secoli, sempre primitivo, ferino, bestiale, crudele, istintivo, selvaggio, spietato. Il progresso della civiltà non è servito a renderlo migliore e oggi si costruiscono armi sempre più intelligenti, per distruggere interi popoli. L’uomo del nostro tempo ha perduto l’amore, la solidarietà verso gli altri uomini, ha smarrito quella sacralità che invita gli uomini ad amare gli altri uomini e a sacrificarsi per essi, come ha fatto Cristo, come hanno fatto i partigiani e tutti coloro che cercano di donare se stessi per il bene dell’umanità. Dall’angoscia allo sdegno, all’esortazione finale, in cui la voce del poeta si eleva oltre la terra intrisa di sangue, ed esorta i figli a dimenticare i padri che hanno compiuto oltraggio e abominio verso gli altri fratelli.
Il poeta e critico letterario Alberto Frattini (scomparso nel 2007), ad esegesi dei versi di Quasimodo, spiega:
“E’ un implacabile atto di accusa contro la ferocia – bestiale e razionale ad un tempo – a cui si sono abbandonati gli uomini nella seconda guerra mondiale. Agli occhi del poeta appare un’umanità mostruosa che inizia il suo cammino con il più belluino dei suoi gesti: il fratricidio. Non solo non è mutato nulla da allora, ma l’uomo ha mirato a perfezionare sempre di più le armi dello sterminio; ha rivestito la guerra di ideali, legittimando perfino gli assassini. La cosiddetta “civiltà”, quindi, invece di rendere gli uomini più buoni, li lasciò fermi nei loro istinti di primitivi, di uomini-belva, alla barbarie di Caino. Non c’è imperativo etico che imponga alle nuove generazioni di seguire le orme dei loro padri, piuttosto che vergognarsi di essere uomini, e devono sostituire finalmente la legge di Caino con quella ci Cristo” (A. Frattini, Poeti italiani del XX secolo, 1974).
Questa poesia fa parte della raccolta “Giorno dopo giorno (pubblicata nel 1947) ed è il risultato della nuova sensibilità maturata dal poeta siciliano che ha abbracciato la poetica neorealista. Assieme all’altra drammatica e struggente lirica “Alle fronde dei salici”, rappresenta un testamento umano, storico, spirituale tra i più alti della letteratura italiana contemporanea per quanto riguarda la poesia di impegno civile.
Dentro lo spirito di questi versi possiamo rivivere le tante resistenze che hanno contrassegnato l’esperienza dell’uomo uscito dalla catastrofe della seconda guerra mondiale e dai totalitarismi. Si tratta della resistenza che dovrà contrassegnare le generazioni presenti e future, se vorranno veramente vivere una vera liberazione da tutte le atrocità che hanno segnato il tragico cammino dell’uomo nella storia.
