Mountain’s foot e il rock vintage del loro album omonimo

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Per chi non li conoscesse ancora, i Mountain’s Foot hanno messo in circolazione, a fine marzo, il loro primo album, il biglietto da visita di questa band piemontese che ha deciso di dare ai propri testi originali un sound dal sapore vintage e per gli amanti del rock anni ’60 e ’70.

La voce di Matteo Scaringelli (anche chitarra ritmica della band) colpisce subito in “Angry Bear”, legando perfettamente con lo stile musicale del gruppo. Buono il pezzo di partenza con un’intro decisamente rilassante che ti fa poi scivolare nel riffone principale. Il ritmo comunque tranquillo (80 bpm circa) ti accompagna al ritornello dove trovi dei cori che ci ricordano Bon Jovi e Guns n’ Roses.

La seconda canzone, “Little Big Valley Man”, che è stata anche uno dei due singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album, si fa piacere fin dai primi istanti con un preludio che è la sintesi perfetta di una buona fetta del grande rock del passato strizzando forse un po’ l’occhio a qualche passaggio del Blunderbuss di Jack White. Buone le dinamiche in una traccia che tiene alto l’interesse fino all’ultimo secondo senza risultare mai noiosa.

L’altro singolo “Admirable Vision” crea un’atmosfera magica che ti porterà sicuramente ad ondeggiare insieme all’andamento della musica. Vorresti avere un accendino in mano da alzare al cielo quando esplode il ritornello. Grande versatilità evidenziata da parte di questi musicisti.

“Rock and Roll Dose” non tradisce quanto anticipato dal titolo. Un bel ritmo calzante col rullante di Simone Facchi che gioca la partita in prima linea, insieme alla voce, in questo brillante pezzo.

La bellissima chitarra (che suoni!) di Mauro Ramozzi apre “My Happy Song”, un brano ben congegnato che sarebbe l’ideale colonna sonora per un coast to coast. Interessante la variazione a 3’30’’ perché è come non te l’aspetti ma decisamente azzeccata. Anche qui si percepisce un, sicuramente non voluto, richiamo allo stile vocale di Axl Rose (che già fondeva nel suo lo stile di tanti mostri sacri del passato).

“By Way Home” parte con un interessante chitarra wah che ci piace pensare sia stata suggerita dal già nominato mr. White. Scorre senza indugi il brano che sembra volgere al termine troppo precocemente: in realtà, i Mountain’s Foot qui ti sorprendono con una ripartenza che rompe il precedente schema e apre a qualcosa di più spinto, e psichedelico, prima di rientrare nel ritmo principale. Possiamo intendere questa parte del brano come il primo vero e proprio passaggio strumentale dell’intero album. Uno strumentale che lascia comunque spazio allo Scaringelli in chiusura.

“Always Sick and Tired” si infila perfettamente dopo la traccia precedente creando così un forte impatto per l’ascoltatore che viene rapito dal contrasto e trascinato dal ritmo, siglato dalla batteria e basso, verso il finale dell’album senza negarci un altro breve ma significativo passaggio strumentale condito da una ben concepita chitarra ritmica.

Suoni outdoor accompagnano le prime note suonate in “On a Beat of Gun”, penultimo brano dell’LP. Davvero un bel brano che riesce a risultare molto diverso dai precedenti distinguendosi da questi pur non risultando fuori luogo. Un pezzo con un’anima forte e senza tempi morti, disteso sopra un costante tappeto sonoro di strumenti e cori. Anche qui trovi qualche analogia sonora con la band di JBJ fino a metà brano. Da lì in avanti, i suoni passano attraverso quella che sembra una metamorfosi, non completa, dentro la quale ci sembra di assaggiare qualche richiamo ai ritmi dei nativi americani. Molto interessante ed evocativo. Un viaggio nel Western Frontier e Midwest degli Stati Uniti in 7’15’’!

Si chiude in bellezza con “Libra”, un altro pezzo pure rock dove la vitalità dei Mountain’s Foot sale in cattedra per regalarci il gran finale dell’album dove si apprezza un forte sostegno alla base ritmica da parte del basso di Fabio Bonomi, forse meno “evidente” nel resto dell’album (il cui ascolto, da parte chi recensisce, è avvenuto con cuffiette, anche se raccomandiamo qualcosa di più serio per un lavoro del genere. Mea culpa).

Interessanti anche i falsi “fuori onda” che le produzioni moderne tendono solitamente a tagliare in fase di mastering. Ci sono poi passaggi interessanti che, attraverso i suoni, i riverberi, fanno risaltare gli accorgimenti messi in atto in fase di registrazione dell’album. Un lavoro pensato e probabilmente realizzato in stile retro-rock dove aleggia lo spirito dei Led Zeppelin nella maggioranza dei brani. Davvero un album da ascoltare, consigliato ai nostalgici del genere.

C’è qualcosa che non ci è piaciuto di questo album? Sì, la copertina… troppo didascalica e poco rappresentativa della musica in esso contenuta. Avrebbe meritato qualcosa di più ricercato, visto il lavoro in fase di produzione.

Link per l’ascolto:

Spotify: https://open.spotify.com/album/09lLWLbrxxoz51nTaTzgCO