“Back Home” dei WildKing

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Back Home l’ultima fatica dei WildKing, band brianzola formata da musicisti d’esperienza, parte alla grande, carico con il brano Long Way Back to Home, con un sound stelle e strisce che ci trasporta immediatamente, con la mente, nella costa occidentale americana, negli ambienti dei Motorcycle Clubs o nei lunghi rettifili costeggiati dalle alte Washingtonia (palme). Ricco di dettagli, incalzante, con puro hard rock in chiave blues, Long Way Back to Home può essere definito come l’interessante biglietto da visita dell’album. Make it Right dove effetti e chitarre di hendrixiana memoria vanno ad arricchire un ritmo incessante che accompagna un cantato potente e deciso. Il solo, in linea con l’intro del pezzo, ha forti richiami anche allo stile chitarristico di Slash, soprattutto nella modalità d’uso dell’effetto wah (forse proprio usando un “Cry Baby”). Una bella sfida voce vs chitarre per contendersi il ruolo da protagonista del pezzo. Circus ti fa vibrare l’anima già in partenza prima di proiettarti nella sua dimensione con la voce di Dudu a far da padrona, a dominare le eccellenti dinamiche proposte nel pezzo arricchito di passaggi di solo di chitarra del tutto inseriti nello stile dei WildKing che è una perfetta fusione del miglior hard rock americano mai sentito sia nell’esecuzione che nelle strutture. Roll the Dice. Un altro pezzo dall’inequivocabile ambientazione western che fa muovere la testa accompagnando quel ritmo apparentemente blando che sostiene un classico giro blues completato da chitarre sapientemente dosate al fine di costituire un unicum con il resto. È un brano che rallenta l’andamento del disco offrendo allo stesso tempo “respiro” all’ascoltatore. Un’ottima scelta posizionarlo dopo la partenza alla grande prima ascoltata. Spezza un po’ l’andamento Down Home che propone una struttura sensibilmente diversa rispetto ai primi pezzi dell’album senza comunque scostarsi nello stile ben definito dei WildKing. Musicalmente appare in parte come una moderna rivisitazione, con meno bpm, della poco nota Fight from the Inside dei Queen proponendo, comunque, piacevoli passaggi tipici di quell’epoca della band del compianto Mercury. Il Re Selvaggio strizza un po’ l’occhio anche alla musica dei “cugini britannici”. The Jackal è invece un pezzo che ha tanta personalità e lo dimostra fin dalle prime battute facendosi riconoscere e spiccando se si segue l’ordine dei brani scelto dalla band. Anche qui le sei corde sono arricchite da effetti wah a firma di uno stile che inevitabilmente, e piacevolmente, ci ricorda il passato. Un andamento continuo, trascinante come quanto fin qui ascoltato, spezzato quasi nel finale e sfumato con un fade-out che chiude in una citazione dal film “I Guerrieri della Notte” (già sentita in passato anche negli incipit di Trendsetter di Vacca feat. Jake La Furia e di Giorni Instabili della band bresciana L’invasione degli Omini Verdi). Middle Finger, al di là dell’esplicito messaggio insito nel titolo, ci sembra anche un buon tributo all’arrogante e trasgressivo heavy rock dei più classici Guns n’ Roses. Un buon pezzo di sintesi per gli amanti del genere con richiami sonori moderni anche al più recente album Chinese Democracy. Ci sembra rimanere sulla stessa linea anche il pezzo seguente della scaletta, Into my Soul, che è però sostenuto da un accompagnamento a tratti funky che gli conferisce un aspetto più leggero e brillante. “Nella mia anima” è quasi un break che ci permette di alleggerire la mente prima di prepararci scoprire il finale del disco. E in effetti, una volta arrivati in fondo, Rockstar ci stupisce con un giro di partenza che, udite udite, ci ricorda molto i Police (Message In A Bottle) ma con molta più arroganza e decisione. Un buon avvio, riproposto anche a sostegno del ritornello poi saggiamente amalgamato al sound che ha contraddistinto tutto il disco, quello dei WildKing, con ritorni all’immortale chitarra con effetto wah guidata dall’esperto chitarrista Rena e senza farsi mancare l’instancabile ritmo dettato da Silvio, il batterista.