Un cielo con tanti buchi neri nel presepe del Natale calabro

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Nicola Gratteri annuncia l’apparizione di una nuova stella dopo la potente scossa tellurica di Rinascita-Scott. Ma ad illuminare la via dei Re Magi saranno le profetiche e poetiche lucciole di Pasolini

Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli”. Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”

Darei l’intera Montedison per una lucciola”, Pier Paolo Pasolini, “L’articolo delle lucciole”, 1 febbraio 1975

…Troppo/ troppo tempo/ a restarcene zitti/ quando bisognava parlare, basta…” Franco Costabile, Il canto dei nuovi migranti, 1964

Viaggio nell’universo che ha perso il suo umano verso. I buchi neri sono visibili. Questa è la straordinaria scoperta. Chi vive in Calabria li osserva. Tante energie luminose sono risucchiate inesorabilmente. Le altre eruttate come il magma che si genera nella fucina dei vulcani. La geologia della Calabria ha un’anima fortemente tellurica, esposta ai fenomeni sismici. Così anche l’anima della sua gente. Lo si è visto con l’operazione “Rinascita-Scott”, mentre si preannunciava l’arrivo del Natale. La nuova luce è nel segno della Rinascita. La primavera è già arrivata. Non è certo una prerogativa esclusiva di questa terra (sono state interessate ben 12 regioni), ma sembra che in Calabria il linguaggio della criminalità sia molto tradotto, abbia una particolare vocazione espressiva e seduttiva. Infatti si è molto diffuso il verbo della ndrangheta. È il prodotto tipico più venduto al mondo e di riflesso ha un richiamo irresistibile tra diversi soggetti che hanno sembianze umane. E i media si esaltano ad ubriacare un mondo assetato di calici ricolmi delle magnifiche sorti e progressive dei picciotti senza più la lupara, ma che si nascondono nei nuovi templi in cui si contempla la magnificenza del firmamento, opera magistrale del grande architetto del mondo. E in questo immaginifico presepe va in scena la trasposizione mitica della nuova cosmogonia, le cui divinità e gli eroi sono degni delle metamorfosi di Ovidio. Corsi e ricorsi. Cambiano i tempi ma non la natura  umana e divina. Questa illustre tradizione richiama per ironia i versi del primo canto dell’Inferno, “tolsi/ lo bello stilo che m’ha fatto onore” che hanno acquisito una particolare simpatia tra una moltitudine di “homini e hominicchi” che abita questo variegato territorio che si chiama Calabria, in cui dovrebbe “sorgere il bello” come ci suggerisce l’etimo. E difatti questo sentimento estetico scaturisce copioso. Forse perché le sue coste sono particolarmente esposte alle correnti marine del mito, circondate dai due mari che fanno affiorare alla superficie secrezioni non certo salutari, che in questo estremo lembo, un tempo molto remoto chiamato  Italia,  molti soffrono alcune patologie croniche. Si può dedurre che gli anticorpi abbiamo deciso di oziare a tal punto che nel codice genetico si è verificata una trasmutazione di alcuni geni: come quello della dignità, della libertà, della cura di se stessi, dell’amore e della custodia dell’ambiente, del rispetto della vita altrui, dei diritti collettivi, della concordia, della solidarietà e della giustizia. L’operazione coordinata dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha avuto l’effetto di una forte scossa tellurico-mediatica non solo in Calabria, ma in tutto il Paese e persino in Europa. Anche quei territori pochi esposti ai fenomeni sismici, hanno avvertito lo onde sussultorie e ondulatorie. Ma siamo in un momento storico in cui il giudizio deve essere sospeso. Ritorna il tempo dell’epoché. Così come pensavano gli antichi scettici, data l’assoluta incertezza di ogni conoscenza della realtà esterna, anche noi sospendiamo il giudizio: “ai posteri l’ardua sentenza” (Alessandro Manzoni, IL cinque maggio). L’assenza di giudizio è stata concepita anche dal padre della Fenomenologia, E. Husserl, perché l’io diventando spettatore disinteressato di se stesso,  darebbe inizio all’autentica riflessione filosofica. L’epoché si rende necessaria quando irrompe un nuovo evento non comprensibile con i tradizionali canoni interpretativi. Per questo, i fenomeni, manifestandosi nella loro apparenza, alla coscienza intenzionale del soggetto, devono essere messi tra parentesi. In altri termini, è una questione di esperienza intuitiva la possibilità di accedere alla verità della comprensione o alla comprensione della verità. Per cui mettiamo tra parantesi il nome dato all’operazione “Rinascita-Scott” e alla possibilità che la Calabria possa vivere una reale “rinascita” senza nuovamente “scottarsi” con l’incandescenza del flusso magmatico degli sviluppi giudiziari e antropologici. In determinati momenti, nella storia umana, si genera una catena di eventi ciclici: in particolare, nel campo indefinito della soteriologia (cioè relativo a una dottrina o concezione della salvezza) l’attesa di una liberazione da una condizione non desiderata. Nella teologia neotestamentaria si usa il termine Parusia per indicare l’attesa messianica del ritorno di Cristo “come la folgore da oriente a occidente” alla fine dei tempi sulla terra per salvare l’anima dalla degenerazione sociale e umana. La “rinascita” è un evento ciclico che appartiene alla categoria naturale ed escatologica ed evoca la grande stagione del Rinascimento. Nicola Gratteri, grazie a circa 2500 uomini delle forze dell’ordine (con la collaborazione di varie polizie europee) ha fatto scaturire la nuova luce e ha invitato la società civile e democratica a non lasciare vuoti  gli spazi pubblici, sociali e istituzionali, ha esortato i calabresi a ritornare nelle agorà, per prevenire e scongiurare una sorta di metastasi antropologica:  è emerso infatti che alcuni pseudo servitori dello stato, tra le forze dell’ordine, fossero in contatto continuo con alcuni indagati, segno di come le ramificazioni del sodalizio criminale entrassero in profondità nelle viscere delle istituzioni. La parte che sconcerta è l’intreccio sempre più stretto tra i “missionari” filantropici della massoneria, la criminalità organizzata e la politica. Ora è necessario che ognuno di noi esca dal proprio egocentrico e narcisistico riflesso e indossi i sacri indumenti degli onesti contadini per coltivare il campo  con cura e amore: per seminare, piantare e attendere con pazienza che germini e maturi una nuova coscienza etico-politica per poter raccogliere i frutti ispirati e sperati. Il Natale ci ha fatto  entrare nel tempo della rinnovata luce. C’è un segno, un disegno o un destino nuovo per la Calabria?

Da osservazioni e ricerche effettuate sul campo da una “presunta” equipe di esperti (etologi, antropologi, sociologi, psicologi, neuropsichiatri e medici) specializzati nell’identificare le cause profonde che minano la salute della specie di homo italicus che ha colonizzato le Calabrie nei diversi secoli, in particolare dagli anni Cinquanta in poi del secolo passato, è stato scoperto un batterio patogeno che ha trovato un habitat favorevole, la cui origine è riconducibile a una presenza di microorganismi non identificati, particolarmente esposti alla sindrome del complesso di inferiorità. Questi microbi si manifestano con una serie di sintomi: comportamenti asociali, asservimento ai poteri che tendono ad essere criminali, disinteresse del bene dei propri figli, aggressione verso gli altri e i beni comuni, inquinamento sia verso l’ambiente esterno che quello interno, pensieri e sentimenti che secernono veleno e tossine. Altra caratteristica molto diffusa è la preferenza del brutto al bello, del cattivo al buono, del male al bene, dell’oscurità alla luce. Questa indole, secondo le tesi di alcuni antropologi positivisti alla Cesare Lombroso, ha determinato una sorta di transfert: per affinità  si riconosce soltanto ciò che è simile; e attivando specifiche reazioni  alchemiche, anche il vile metallo viene trasformato in oro. Di conseguenza se c’è qualcuno che dimostra di avere delle doti, delle qualità, dei particolari talenti, che per natura ama il bene, il bello ed è buono, costituisce una minaccia alla sopravvivenza dell’altra specie, che pascola in campi incolti e contaminati da una disposizione al crimine. È una reazione che il sistema immunitario attiva di fronte agli antigeni e viene riconosciuto come agente estraneo e pericoloso. Anche se oggi, a dire il vero, ci sono i cosiddetti “antigeni self” che vengono tollerati dal sistema immunitario per assuefazione. Questi microrganismi hanno ancora la capacità di trasformarsi in virus, invisibili persino al microscopio. Sono definiti  parassiti, in quanto ospiti di quelle cellule che praticano la xenia. In fondo l’uomo è misura di se stesso. Ce lo rammenta Goethe: “Ognuno vede nel mondo ciò che si porta nel cuore”. Eppure in un tarda poesia il grande poeta tedesco Friedrich Hölderlin, con dei versi che sono stati oggetto di studio da parte del filosofo Martin Heidegger, pone alcune domande: “…Può un uomo, quando la sua vita non è che pena guardare il cielo e dire: così Anch’io voglio essere. Si. Fino a che l’amicizia, l’Amicizia schietta ancora dura nel cuore. Non fa male l’uomo a misurarsi con la divinità. Dio è sconosciuto? E’ egli manifesto e aperto come il cielo? Questo piuttosto io credo. Questa è la misura dell’uomo. Pieno di merito, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra. Ma l’ombra della notte con le stelle non è Se così posso osar di parlare, più pura Dell’uomo, che si chiama immagine della divinità. C’è sulla terra una misura? No. Non ce n’è alcuna. Questa specie di homo virus non abita poeticamente la terra, non ha misura, ed è smisurato, nel senso della concezione greca della Hybris, che identifica la tracotanza, la dissacrazione della divinità, il delirio di onnipotenza. Questo ominide (della famiglia Hominidae ,dell’ordine dei primati e classificato come “mammalia”) non riesce a immaginare che un suo simile possa “abitare poeticamente la terra” e che abbia come misura la smisuratezza dell’infinito e la bellezza del creato e delle sue creature, in cui riflette la sua incommensurabile meraviglia e umiltà. Nello stesso tempo l’homo virus non può pensare che al mondo esistere una humanitas “Sapiens Sapiens” che abbia una visione alta e profonda della vita, ricca della consapevolezza che al di sopra di tutto ci sia la responsabilità assoluta verso la propria coscienza che deve illuminare il cammino proprio e quello altrui. Allora accade che questo hominidae si senta gratificato nell’identificarsi con chi porta le sue sembianze antropomorfe. Di solito questa tendenza si manifesta attraverso un narcisistico autocompiacimento, che provoca invidia, risentimento, frustrazione, rancore. Queste reazioni chimiche creano un acido che corrode in profondità e penetra nell’anima. Per questo, come i serpenti, spruzzano veleno verso chi è diverso, verso chi esprime una differenza, e sono portati all’indifferenza. Gli studi epigenetici ci aiutano a comprendere la natura sociale ed evolutiva dell’uomo. Dopo Darwin con L’origine della specie (1859),  Jacques Monod (premio Nobel per la medicina nel 1965) ha riaperto la strada con il suo il “Il caso e la necessità”; ma anche l’etologia, lo studio del comportamento degli animalis umanoidi, grazie alle ricerche e intuizioni di Konrad Lorenz. L’essere umano è un “animale sociale”, aveva avvertito Aristotele, alcune volte razionale, ma molto spesso irrazionale, come ci ha illustrato nel suo “Elogio della follia” Erasmo da Rotterdam. Il filosofo Stagirita lo aveva definito anche, nella “Politica” (libro A) zòon lògon èchon, animale avente il logos, che parla, che pensa. L’animale è guidato dall’istinto, invece l’uomo da che cosa? Dal logos, dal pensiero, dalla riflessione o dall’ambizione di diventare come gli dei?: “Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo render conto a nessuno. Di conseguenza stiamo causando la distruzione dei nostri compagni animali e dell’ecosistema circostante, ricercando null’altro che il nostro benessere e il nostro divertimento, e per giunta senza essere mai soddisfatti. Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono” conclude il suo ponderoso saggio intitolato Sapiens. Da animali e dèi” lo storico Y. N. Harari). Il poeta romantico Novalis, nei “Discepoli di Sais”, ha esortato l’uomo affinché “…onori il mondo come simbolo del suo animo che insieme a lui si affina per gradi che non si lasciano definire. Chiunque vuole giungere a conoscere la natura eserciti il suo senso morale, agisca e produca in modo conforme al nobile nocciolo del suo intimo e la natura gli si aprirà davanti quasi da se stessa. L’agire morale è quel grande e unico esperimento in cui si risolvono tutti gli enigmi dei fenomeni più disparati.”

Se è questa è  l’anamnesis e la diagnosi, quale la cura? “I latini per “curare” usavano la parola colere, da cui cultum, da cui il termine “cultura” (l’agricoltura non era altro che il prendersi cura del campo). La cultura non ha nulla a che fare con il consumare oggetti culturali: ci si illude che consumando più libri, più musica, più quadri, si acquisterà cultura. Conosco persone che consumano tantissimi oggetti culturali, però questo non le rende più umane, anzi spesso finiscono con il sentirsi superiori agli altri. Cultura vuol dire stare nel campo, farlo fiorire, a costo di sudore. Significa conoscere la consistenza dei semi, i solchi della terra, i tempi e le stagioni dell’umano e occuparsene perché dia frutto e tempo opportuno. Nella cultura ci sono il realismo del passato e del futuro e la lentezza del presente, cosa che il consumo non conosce: esso vuole la rapidità e immediatezza, non contempla la passione e la pazienza”. (Alessandro D’Avenia, “L’arte di esser fragili. Come Leopardi può salvarti la vita”). Partiamo dalle parole che illuminano l’oscurità. Le parole si sono prese l’impegno e la responsabilità di tradurre i pensieri, i concetti, i sentimenti, le emozioni, i misteri che circondano il creato e le sue creature. Le parole intessono, legano e rilegano il nostro dialogo e interrogano. Sono la nostra misura, la disciplina e l’esercizio: con noi stessi e con tutto ciò che è fuori di noi, a partire dallo specchio in cui si riflette il nostro sguardo. Noi siamo attraversati dai sentimenti e dalle emozioni. Lo spiegano le parole di Rainer Maria Rilke riportate nella quarta di copertina ne “il romanzo perduto e… ritrovato” di Erede Foleclavo (pseudonimo di Fedele Ceravolo): “Nessuno può consigliarti o aiutarti. Entra in te stesso. Cerca il motivo che ti spinge a scrivere, scopri se questo motivo espande le tue radici nelle profondità più riposte del tuo cuore, rispondi a te stesso se moriresti qualora ti fosse proibito di scrivere. Questo, sopra ogni cosa, chiedi a te stesso nell’ora più silenziosa della notte: – Debbo scrivere? Scava in te stesso per ottenere una risposta dal profondo. E se essa dovesse essere affermativa, se a questa domanda la risposta fosse un forte e semplice – Devo – allora costruisci il tuo vivere secondo tale necessità; la tua vita, anche nei momenti meno significativi e meno gravi, potrà essere manifestazione e testimonianza di questa necessità”.

Chi nasce in Calabria ha le radici dentro il cuore di una terra protesa nel mar Tirreno e Jonio, e nelle zolle scavate per millenni dalle mani incallite dei contadini che hanno fatto scaturire tanti germogli, tanti raccolti e tanti frutti. Per questo è fondamentale scavare per dare alla luce la verità delle parole, per restituire loro il sentimento perduto, e per estirpare quelle che producono inganno. Accade che si è inconsapevoli costruttori di labirinti senza via di uscita. Se non si illumina la parte oscura che si portano dentro e dietro le parole e senza il filo di Arianna, ci sarà sempre un potere occulto che orienterà il nostro destino nei tanti labirinti dove si nasconde il Minotauro e poi costruirà anche le parole che dobbiamo pronunciare, il modo di pronunciale e di enunciarle, i marchi da apporre, e di riflesso, comprare i pensieri, i desideri e quindi le scelte, i comportamenti e i simboli da esporre. La fabbrica degli stereotipi, dei luoghi comuni e del consenso è sempre più operosa nello svuotare di senso le parole. E così che ci autoconvinciamo che siamo brutti, sporchi e cattivi, o che siamo i migliori del mondo. Quanta retorica e quanta mistificazione! Come si è felici nell’autocompiacimento, nel raccontarci le menzogne e credere che siano la verità! Siamo figli del pregiudizio e dell’inganno e discendenti del mito di Ulisse. Ci piace giocare per compiacere il nostro ego e adoriamo chi ci compiace. Questa è l’era dei like! L’umana età è diventata un like… Sembra un’ovvietà o la nuova proprietà fondata sulla vanità. Homo ludens e illudens. Nell’era social dalla res cogitans e res extensa, per utilizzare le categorie del razionalismo filosofico di Cartesio, si è passati alla res escogitans: questo neologismo accoglie sia il cogito cartesiano, “cogito, ergo sum”, che la rivisitazione in chiave zoologica e sociologica che ha fatto Z. Bauman, “Consumo, dunque sono” (2007): dal “penso” al “non penso, dunque sono”, dal “non senso al consenso”. L’autoreferenzialità determina questi meccanismi di svuotamento del pensiero, perché viene meno il confronto dialettico, la diversità delle opinioni, l’esercizio della critica del giudizio, per richiamare Kant e la sua visione etica dell’uomo come fine. E ci crediamo, anzi abbiamo bisogno di essere compiaciuti o denigrati, così possiamo rigurgitare questo impasto malefico verso i disperati, i più deboli, coloro che sono vulnerabili e indifesi. Ma i tiranni, coloro che dominano, che iniettano veleno, quelli no! Vengono adorati, esaltati, diventano gli idoli e idolatrati. Il padrone penetra talmente in profondità che diventa il nostro linguaggio quotidiano. lo aveva già spiegato Antonio Gramsci. E come siamo gratificati quando diventiamo perfetti schiavi! E se qualcuno osa parlarci di libertà, diventa il nostro peggiore nemico contro cui scagliare l’ira funesta. Libertà rima con responsabilità, con dignità, con onestà, con impegno, con passione, con coraggio, con coscienza, con luminosità, con radiosità, con vitalità, con amore. Ciò significa lottare, conquistare spazi interiori e sociali che costano fatica, esercizio, sacrificio… E significa non arrendersi, non essere asserviti, non mercificare la propria anima, se si crede di averne una.

Il futuro si dovrebbe tradurre con la parola  Dono! Ma tanti preferiscono abbassare il capo e abbracciare l’indifferenza e vivere come bestie da soma e d’allevamento, o diventare parassiti. I regimi totalitari e autoritari, non sopportano la differenza, la diversità, la libertà, l’eresia, ma vogliono che i propri sudditi e soldati siano allineati e coperti, tutti vestiti allo stesso modo, con le uniformi, sempre pronti all’obbedienza. “Vi auguro di essere eretici perché eresia dal greco significa scelta. Eretico è la persona che sceglie. L’eretico è colui che più della verità ama la ricerca della verità. L’eresia dei fatti prima di quella delle parole. L’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi. L’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità, dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri, chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è colui che non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia chi approfondisce chi si mette in gioco in quello che fa chi crede che solo nel “noi” l’io possa trovare una realizzazione…” (Luigi Ciotti, L’eresia della verità, 2018) Al contrario le società del Pil, del consumismo,  stanno sperimentando un modo nuovo di totalitarismo, molto più subdolo e insidioso, che non ha più bisogno di usare la violenza fisica, perché è entrato nelle parte inconscia: “mitridizza” la coscienza, anestetizza il pensiero e sono gli stessi utenti consumatori a dare in pasto al padrone la loro vita più intima, la sacralità dei sentimenti, come avviene con l’uso ormai incontrollato dei social, in cui si è liberi di rinchiudersi nelle nuove invisibili auree prigioni, senza avere più consapevolezza degli effetti. Mentre in passato gli schiavi sapevano di esserlo, adesso si crede di essere liberi e si mette in mostra la libertà di essere schiavi. Che inganno sublime! “Come è profondo il mare” caro Lucio Dalla. “Le sirene dei media, questa nuova categoria di prostitute, sono molto spesso al soldo dei ricchi imprenditori e della banche o peggio della propaganda politica di un dittatore. Talvolta i media sono economicamente in perdita ma contro ogni buon senso vengono sovvenzionati perché necessari per la manipolazione del pensiero. Esistono in verità mezzi di comunicazione che cercano di svelare i grandi inganni ma sono di potenza minore e per quanto riguarda la stampa vengono costretti prima o poi, come è sotto gli occhi di tutti, a chiudere. Sono in rivolta e mi spaventa il pensiero di possibili bruschi aumenti della mia oscillante pressione arteriosa”. (Lanfranco Maffei, “Elogio della ribellione”).

Il filo di Arianna 

Dobbiamo avere il coraggio di non recitare più il copione che è stato scritto da mani intrise di cinica e spietata indifferenza, per interpretare la nostra parte credendo che sia quella la nostra vera e unica storia. E diventiamo comparsa della nostra stessa scomparsa, in quanto “il mondo è un palcoscenico, donne e uomini sono solo attori che entrano ed escono dalla scena. (W. Shakespeare, “Come ci piace”, atto II, scena VII). La concezione del mondo, il rapporto con gli altri e con la vita, è in relazione alle parole che pronunciamo e che ci pronunciano, alla loro consistenza umana, semantica, stilistica, estetica, etimologica, maieutica e archeologica. Per questo “a fronte della doxa rumorosa, della chiacchera imperante e di una vera e propria anoressia del pensiero, urge imboccare la strada del rigore, abbassare il volume e dare il nome alle cose: illusi e urticati da troppe risposte e da troppe poche domande, da troppi perché casuali e troppi pochi perché interrogativi. L’ars interrogandi è più rara e più difficile dell’ars rispondendi, ma più risolutiva … Noi oggi abbiamo bisogno, non meno che dell’ecologia ambientale, di una ecologia linguistica, che ci faccia scoprire la differenza tra “vocaboli” e “parole”. Una delle cause principali della volgarità attuali è l’incuria delle parole; e parlare scorrettamente, diceva Platone, oltre ad essere una cosa brutta in sé “fa male anche all’anima”. (Ivano Dionigi, “Il presente non basta”). Ma anche “noi non siamo solo responsabili delle nostre azioni, ma anche delle parole che diciamo, o scriviamo, e allora come conoscere o come scegliere, le parole che fanno del bene, e quelle che fanno del male, quelle che sono donatrici di speranza, e sono di aiuto agli altri, e quelle che non lo sono? Al di là di ogni nostra intenzione, sdiamo sempre responsabili delle parole che diciamo, delle parole che scriviamo, delle parole che non diciamo, e che dovremmo invece dire. Sì, le parole nascono e muoiono senza fine, ed è così facile, ed è così frequente, che sulla scia di leggerezze e dimenticanze, di disattenzioni anche involontarie, si parli senza valutare le conseguenze delle nostre parole”. (Eugenio Borgna, “Responsabilità e speranza”) Il mito della caverna raccontato da Platone ne la “Repubblica”, non finisce mai di illuminarci: è una fotografia di quello che sta succedendo sotto i nostri occhi disincantati. Non riusciamo a cambiare sguardo, a osservare il mondo con una visione diversa: siamo prigionieri della caverna e pensiamo che il mondo sia il riflesso delle nostre ombre che proiettiamo su un muro. “Un popolo senza visioni è destinato a perire” ha scritto Ralph Gualdo Emerson (scrittore e filosofo statunitense 1803 – 1888). Lo ha rammentato inoltre il poeta e scrittore Kahlil Gibran quando spiega che preferisce “essere un sognatore tra i più umili, con visioni da realizzare, piuttosto che il principe di un popolo senza sogni nè desideri”. Infine anche Nelson Mandela ha affermato che “il vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”.

Senza uno sguardo periferico non si possono scorgere i segni di crisi e il disegno che domina. Senza una visione eretica non si possono identificare i confini dove si annida la mistificazione, dove si genera la rottura della faglia, dove avviene la manipolazione etica, la modificazione estetica e genetica. Attraverso uno spettro che si situi al di fuori dall’autismo mediatico, si possono scorgere le contraddizioni e si può seguire la traccia per scoprire quanta assuefazione si è prodotta. Le immondizie che si producono vengono scaricate e depositate nelle terre estreme, dove si coltiva il degrado, così possono affiorare alla luce del sole. La Calabria è una terra in cui si vive una condizione esistenziale radicale, estrema, in quanto si scaricano le aberrazioni di un sistema che governa il crimine. In questa regione ci sono discariche sociali e umane che emettono cattivi odori. Eppure si crede che sia questo il destino. Il decadimento umano e sociale è il riflesso di ciò che altrove è nascosto, è occultato. Come succede in Africa, dove si deposita l’immondizia e l’abiezione prodotta e nascosta nel sangue dei Paesi occidentali, definiti ipocritamente e falsamente civili e democratici. Il modello economico e mediatico che genera questo neocapitalismo spietato, ha necessità di nutrirsi degli scarti nocivi che sono stati rigurgitati dai poteri radicati nelle istituzioni. E anche gli esseri umani sono diventati degli scarti, come non smette di denunciare con accorato impeto e monito papa Francesco. La classe dominante si macchia di crimini contro l’umanità ma è protetta dalle leggi partorite da un ventre immondo e da un sistema giudiziario che assiste il parto. La ormai perenne questione meridionale è consustanziale a questo sistema di potere che si basa sul consumismo, sulla degenerazione dei valori umani, sulla mercificazione della sacralità della vita, sulla sua dissacrazione e profanazione, sulla mutazione antropologica. Tutto viene strategicamente organizzato, secondo le più sofisticate tecniche belliche, per far trionfare il dio denaro, il profitto spregiudicato che ormai è entrato nelle viscere putrefate di questo Paese: senza questo marciume non potrebbe alimentarsi il mostro. Le organizzazioni criminali perseguono gli stessi obiettivi, le stesse finalità, di questo sistema economico-finanziario che ha generato i simboli di identificazione dell’immaginario collettivo: cioè il successo a qualsiasi costo, il potere attraverso il denaro, la conquista di spazi dove scaricare la violenza, la creazione di profitti ignobili devastando l’ambiente e l’umanità attraverso l’esaltazione dell’individualismo e del delirio di onnipotenza. Questo metodo produce la separazione e non certo l’armonia e l’unità tra le persone, le famiglie e le comunità, il suo scopo è quello di frammentare e annientare. I principi, gli ideali, i valori, quando hanno dentro la forza etica, intellettuale, culturale e spirituale, acquistano il dono di essere protesi al bene, alla bellezza, all’onestà, alla ricerca del vero, nella sua relazione etimologica con aletheia, che significa “dare luce a ciò che si nasconde”, per contemplare i nostri limiti e quindi fare continuo esercizio di umiltà, e ritornare ad essere humus, nuda terra, spoglia zolla. E’ fondamentale nutrire in modo benefico, non solo il corpo ma anche il ben dell’intelletto, avere il sacro rispetto di Madre Terra e di tutte le sue Creature. È indispensabile amare e curare il bene più prezioso che ci permette di crescere in modo sano: cioè l’ambiente in cui viviamo, il cibo che ci nutre corpo e anima, e mettere al primo posto i più deboli e più fragili, come lo sono i bambini, coloro che hanno avuto in sorte di nascere in luoghi e ambiente dove vige il linguaggio della violenza e del degrado, oltre che la povertà e la fame. È importante coltivare con amore, cura, passione, impegno e responsabilità: con lo scavo interiore, l’attraversamento, l’Apertura verso l’Alto e l’Altrove. Il nostro viaggio evolutivo incontra la propria fondamentale missione che si traduce nel coltivare la l’Alma Tellus, la Cultura: la cultura è apertura verso l’altro e incontro, unione, condivisione e comunione. Invece viviamo in una condizione in cui predominano le forze che separano, che recidono, che lacerano, che spezzano, che frantumano, che non portano ossigeno alle cellule periferiche dei tessuti del corpo, e che inevitabilmente sono preda dei virus e di tumori. Se non si verifica questa esperienza dell’Apertura, dell’Incontro, dell’Accoglienza, non possiamo parlare di cultura, ma di propaganda, di mistificazione, di manipolazione, di inganno, di menzogna. Ed è quello che è successo nel corso della storia. Noi siamo il prodotto di questa “enorme pupazzata” (Luigi Pirandello), di una renitente e resistente falsità. E’ passato il messaggio che cultura significhi consumo di libri, conoscenza dell’alfabeto. Come spiega Giuseppe Berto nel suo articolo “La ricchezza della povertà” (1972), “La conoscenza dell’alfabeto, se non diventa cultura, dà forza all’ignoranza, e la disponibilità di mezzi rende più potente il disonesto, il furbo. Protagonista di questo disastro è stata una pseudo borghesia avida, profittatrice, attivissima e naturalmente incolta anche perché priva di radici borghesi”. La ricchezza deve corrispondere alla cura, alla sacralità del lavoro dei contadini, al cibo che viene coltivato con amore e rispetto della terra e degli altri esseri umani. E’ lo stesso accorato e disperato appello di Pier Paolo Pasolini: “Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita” (1962). La cultura è nella zolla di terra impregnata di humus, è nelle mani dei contadini che hanno coltivato la terra, è nel loro sacrificio, nel loro diuturno dialogo con la natura, nei loro calli, nella loro esperienza fatta di onesto e duro lavoro. Sono loro gli autentici detentori e testimoni della cultura. Invece sono stati considerati con disprezzo, come villani, incolti, rozzi, ignoranti. Ma la cultura inizia quando l’uomo comincia a tracciare dei solchi sulla terra, come nel valore simbolico delle parole tracciate nell’indovinello veronese delll’VIII sec.: “Se pareba boves alba pratalia araba; et albo versorio teneba et negro semen seminaba”. Non è forse nella semplicità del segno dell’aratro la misura della nostra verità?

Nel segno poetico e profetico dell’apparizione delle lucciole. La cultura è attraversamento e scoperta, è un far venire alla luce, come la parola verità. La cultura è maieutica e archeologia. Per riconoscere questa voce primigenia sarebbe importante ascoltare Esiodo, le parole del poema Le opere e i giorni. La vera cultura è nella giustizia, è nel dono che ogni creatura compie per il bene e l’armonia del creato e di tutte le sue creature, è nel capire ciò che si porta dietro e dentro qualsiasi nostro gesto e pensiero. Anche Sofocle ha spiegato che “l’opera più bella è nell’essere utile al prossimo”. Per invertire questi paradigmi che perpetrano modelli autorappresentativi e autodistruttivi, creando i buchi neri in cui siamo spesso risucchiati, ci soccorrono le lucciole che assurgono a simbolo fisico e spirituale di piccole stelle che tessono in silenzio la luce nell’oscurità e che identificano anche quale dovrebbe essere la missione delle parole. Il 2 febbraio del 2020 saranno trascorsi 45 anni dalla pubblicazione dell’Articolo delle lucciole di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera. Il poeta, il pensatore, lo scrittore e regista denunciava la loro scomparsa dovuta all’inquinamento e alla società industriale, prefigurando il genocidio culturale e la mutazione antropologica della millenaria tradizione contadina e di tutte le diversità rappresentate dalle comunità preindustriali. Grazie a Pasolini, le lucciole sono assurte a simbolo poetico e profetico. La loro apparizione in primavera, a partire dal mese di maggio, assume i caratteri di una epifania, ci mostra una via di uscita dal labirinto in cui ci siamo rinchiusi, rappresentano il filo di Arianna verso la libertà, verso la coscienza etica, ecologica, storica: per orientare il nostro destino in modo nuovo, con una visione che possa contemplare il dono, l’apertura al mondo per accogliere, sciogliere e raccogliere. Da una parte l’ontologia dell’uomo che vive il suo tempo e si interroga sulla sua condizione esistenziale a partire da quella materiale, in base a determinati concetti e modelli accettati come base su cui misurare i propri beni e i propri valori; dall’altra l’escatologia, cioè la possibilità di immaginare la via per poter mettere in salvo la propria dignità e libertà, ed uscire da una condizione materiale e culturale considerata non degna di un Paese civile, democratico. La Calabria, il Sud in genere, si portano ancora dietro arretratezza, criminalità, diritti costituzionali che vengono negati, emigrazione ed abbandono dei paesi, giovani costretti a lasciare le proprie comunità, a sradicarsi, e la classe politica incapace di dare risposte, perché complice e rapace. È dall’Unità d’Italia in poi che è nata la questione meridionale. Sembra diventata un’eterna questione. Perché? I meridionali sono geneticamente portati ad una forma di autocommiserazione e sono strutturalmente inadeguati a riconoscere la civiltà? O subentrano dei meccanismi antropologici e socioeconomici che sono diventati costitutivi di una immagine, di un’autorappresentazione astutamente proiettata in base a certi messaggi e paradigmi mediatici preparati con cura da chi ha il potere, come è accaduto per secoli con la contrapposizione tra società progredite e primitive, tra popoli superiori e popoli inferiori, che ha prodotto il cosiddetto mito della razza superiore, alimentato da certi aberranti concezioni usati come propaganda per giustificare le ingiustizie, le violenze, i soprusi, le discriminazioni? Nell’epoca dei mass media questo risultato si ottiene manipolando la massa, la pasta dei pensieri, dei desideri, delle parole, per far lievitare i bisogni, i desideri, i sogni, con  una farina inquinata, mistificata, tossica. Alcuni scrittori e intellettuali hanno letto in profondità l’inconscio collettivo delle diverse generazioni, il perché la Calabria e il Sud in genere, siano oggetto di disprezzo da parte degli stessi abitanti, identificando il principale responsabile nel “complesso di inferiorità” artatamente costruito. Chi nasce in Calabria in genere è portato a provare verso la propria terra un risentimento, come una sorta di complesso di colpa. Da ciò scaturisce una aggressività e rabbia verso l’altro, e verso la propria terra, deturpando il suo volto, compiendo reati, avendo un atteggiamento di odio che poi è stato incanalato nella criminalità. Il risultato è che il bene si disgrega mentre il male si aggrega. L’analisi delle cause di tutto questo occupano storici, sociologi, antropologi, psicoanalisti, ecc. Partiamo da un enunciato che può disorientare: chi nasce in Calabria non è calabrese, ma cittadino del mondo. Ugo da San Vittore (XII sec.) ha illuminato la via: “L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero”. Questa immagine di cittadino del mondo, del cosmopolitismo che ha fatto fiorire la grande stagione del Rinascimento e ha ispirato l’Illuminismo, deve ritornare ad illuminarci, come il famoso dipinto di Goya “Il sonno della ragione genera mostri”. Dentro questa prospettiva cambia totalmente la visione di se stessi e degli altri. La realtà con cui ci misuriamo e che siamo abituati a pensare, con cui rappresentiamo noi stessi e gli altri, assume un’altra misura, apre un altro orizzonte. Vivere “nella terra estrema” di Calabria rappresenta un’esperienza radicale. La condizione di estremità di questa regione richiama il titolo di un libro di un libro dedicato a Giovanni Russo, “Nella terra estrema. Reportage sulla Calabria” (2013) che ci offre una diversa prospettiva,  attraverso gli occhi e le testimonianze di un intellettuale e giornalista che non è calabrese (originario di Salerno) che ha raccontato questa terra con una luce diversa sulle cause profonde che hanno determinato l’arretratezza e per capire le insanabili contraddizioni. Ma soprattutto viene fuori una immagine condizionata dalla mancanza di approfondimento dei motivi sociali, mediatici, culturali e politici che hanno segnato e disegnato la storia e il destino. Ad illuminare questo viaggio sulla Calabria di Giovanni Russo, il saggio introduttivo  dell’antropologo Vito Teti.  Chi è nato e chi vive in Calabria ha l’obbligo umano, etico di interrogarsi, di smontare le sovrastrutture, i pregiudizi, i retaggi, i modelli che perpetuano la concezione e l’immagine che vede la propria terra predestinata alla dannazione, una via senza uscita che porta tanti ad abbandonarla, a non nutrire alcuna fiducia, e quindi destinata a essere discarica di immondizie, preda della criminalità e della corruzione che si annida nelle istituzioni. La Calabria è una terra tradita, ferita nell’anima e nel corpo, dominata dalle paure e dall’incultura, incapace di pensare al proprio destino con uno sguardo luminoso. Eppure c’è tanta luce. Ci sono tante persone che hanno dentro la “luminiscenza” delle lucciole. C’è una “ricchezza della povertà”, per re-citare l’articolo di Giuseppe Berto, che è dentro l’anima, dentro la sua millenaria storia e memoria. Resiste nonostante siano predominanti le forze oscure che deturpano il sentimento di chi ha coraggio e amore, che sfregiano il volto del paesaggio. Una bellezza incomparabile si rivela con degli squarci che hanno una suggestione che incanta, che fa gridare al miracolo. Ma chi è capace di cogliere questi lampi, queste luci, queste epifanie, queste radiosità e queste irradiazioni? È necessario avere una visione della vita e del mondo radicale e verticale, ed è necessario esercitare la virtù maieutica e archeologica dello sguardo. È necessario essere dei rabdomanti per sentire le fonti segrete. È necessario far partorire tutta questa ricchezza, far venire alla luce la bellezza delle persone, creare le condizioni affinché ognuno debba sentirsi protagonista di questo miracolo. È fondamentale compiere una operazione fisica contraria ai fenomeni che ormai sembrano vincenti e predominanti: far germogliare nelle nostre zolle interiori dei messaggi che parlano di fiori, di luci e di lucciole. Finché appariranno le lucciole, la Calabria e l’intera umanità possono salvarsi. La Calabria è un laboratorio esistenziale per tutto il Paese: ciò che accade al piede si rifletterà poi in tutto il resto del suo corpo. Chi nasce in Calabria vive la condizione esistenziale di sentirsi sradicato, periferico, come una sorta di condanna che deve espiare, sia che decida di restare che di emigrare: “Senza colpa e senza redenzione” ha scritto Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, cogliendo in profondità la condizione ontologica dei Lucani e dei Calabresi. E questa condizione traccia in profondità, come un aratro che attraversa il campo, il percorso, l’itinerario di vita. Restare significa lottare per restare umani, perché questa terra è volutamente, strategicamente lasciata nelle mani di chi opera per il male. “Il meridionale ha un tale desiderio del potere, poiché non conoscendo una libera società dipende tutto dai potenti, che è entusiasta del potere qualunque esso sia”, aveva profetizzato Corrado Alvaro. E allora non si può stare a guardare mentre un popolo, una comunità, le singole persone che non hanno strumenti né materiali né intellettuali, sono vittime di questo sistema malato, corrotto, putrefatto e marcio. Si impone una lotta per la dignità, per la liberazione, per tirare fuori le menzogne che hanno infestato le coscienze e le intelligenze, e che continuano ad inquinare il mondo mediatico. La smisuratezza, la hybris, è il segno dei tempi di questa nuova era definita come Antropocene. Si pensi a quanto inganno ci sia nella sigla Pil (si legga il Discorso sul Pil di Robert Kennedy nel 1968), o nella parola ricchezza. Questo mondo è il frutto dell’inganno. Torniamo così al peccato originale e al mito dell’Eden perduto. Torniamo alle parole secondo il vangelo di Confucio: “Domandarono a Confucio: “Dove cominceresti se dovessi governare il popolo?”. – Migliorerei l’uso del linguaggio, – rispose il maestro. Gli ascoltatori rimasero sorpresi: “Ma non c’entra con la nostra domanda”, dissero, “che significa migliorare l’uso del linguaggio?”. E Confucio rispose: “Se il linguaggio non è preciso, ciò che si dice non è ciò che si pensa; e se ciò che si dice non è ciò che si pensa, le opere rimangono irrealizzate; ma se non si realizzano le opere, non progredirà ne la morale né l’arte; e se l’arte e la morale non progrediscono, la giustizia non sarà giusta; se la giustizia non sarà giusta, la nazione non conoscerà il fondamento su cui si fonda e il fine a cui tende. Non si tolleri perciò nessuno arbitrio nelle parole. Ecco il problema primo e fondamentale.”