Semmai, Tu

“ … le parole più belle sono scritte negli occhi: i miei occhi.
Non mi sono mai serviti solo per guardare.
Oggi in questo Medioevo oscuro dico tutto con gli occhi
e colgo con gli occhi, lo sgomento, il dolore, la fatica,
il distacco, le lontananze, l’amore.
I miei occhi oggi si trasformano in sguardi che
differenziandosi da altri sguardi li fanno risaltare e mi insegnano
quello che devo ancora imparare.
Ma dicono tante cose ad altri occhi che li sanno leggere,
che sanno guardarsi! “ Vincenzo Calafiore

E con questi occhi voglio raccontarti la mia storia, principessa.
All’inizio ci furono tanti sogni, l’illusione che riuscendo a capirli mi avrebbe concesso di trovare la felicità.
E quando la mia vita quotidiana a un certo punto si trasformò in ore, ore scialbe, ore morte ai miei occhi, la memoria venne a farmi compagnia.
In certi momenti è facile confondere un certo linguaggio con la memoria.
Oltre ciò rimane la solitudine.
Adesso che non ho parole, essa si ingigantisce.
E’ la memoria a giocare con me, mi porta molto lontano o mi rimanda solo a ieri. E mi riferisco ad allora quando ancora non avevo imparato a guardare, scrutare, capire il linguaggio del mare.
Tu eri già nell’aria, e ancora non avevi voluto soffermarti a leggere i miei occhi, eri andata oltre lasciandomi in un angolo stretto con l’unica speranza di rivederti passare dinanzi ai miei occhi, in quell’angolo di spazio ove risiedo.
Quel giorno rimasi lì tutto il tempo ad attenderti, libero e intimo, con tutti i miei dubbi dissolti nell’aria diafana; io ascoltavo una musica di danze ungheresi, chiusi gli occhi e sognai che stavo sognandoti.
In quelle danze ungheresi c’era quel sapore d’infanzia nella piacevole sensazione di oblio che riporta indietro i giorni.
Sognai la mia Calabria, più esattamente la spiaggia dove mi portava mia madre. L’immagine era così reale, bella, come la fotografia di una sposa sul letto di un soldato.
E intanto respiravo l’odore del mare così vicino, e quello tuo!
Che profumo era? L’odore che mi ha seguito da allora e ancora adesso.
Ovunque andassi quel profumo era sempre lo stesso, mi parlava di te…. Entrava dappertutto
perfino nei miei sogni, principessa.
Quella notte in riva al mare, aspettammo la mezzanotte per fare il bagno, come altre volte, in altre spiagge abbiamo fatto; ma questa – la spiaggia dei gabbiani – è quella dove ci demmo il primo bacio.
La guardai, e stava per accennare qualcosa.
Le misi un dito sulle labbra.
La mia mano le sfiorò il viso piano piano, un ovale perfetto il suo viso tra le mie mani. Sentivo che desiderava le mie mani come non mai, come non ricordava di averne mai desiderate altre.
Ci guardammo con quel desiderio da troppo tempo lasciato nell’anima, non resistemmo a lungo e gli occhi come le labbra, le mani cercarono di divorarsi.
Non lasciarmi, principessa!
Torno ai miei occhi stanchi, principessa!
Tutto e niente arriva lì e non va oltre…. I miei occhi principessa ora altro non sono che ricettacoli di sogni che sono andati ormai via e di quelli che si son fermati in attesa d’essere presi e rapire un’anima. I miei occhi a fatica distinguono le ombre che passando veloci lasciano dietro di se profumi che riconosco, e mi fanno tornare in dietro.
Ma tu, principessa dammi un segno da ovunque tu sia, della tua presenza… chiedo a Dio, anche se effimero, di lasciarmi ancora qui, in questa stazione sperduta di un universo noto solo ai miei occhi mendicanti, assetati di vita attraverso le loro stesse cavità.

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