L’inquietante vicenda di Stefano Cucchi e quella clamorosa di Domenico Lucano

Quando le parole sono pietre, che diventano anche pane. L’inquietante vicenda di Stefano Cucchi e quella clamorosa di Domenico Lucano, sindaco in esilio di Riace, sono il controcanto di una diversa umanità, di una giustizia in cerca di verità.

Chi di voi, al figlio che chiede pane, darà una pietra? (Mt 7)

E’ stata una settimana contrassegnata da due fatti esemplari, emblematici del clima che si respira in questa terza Repubblica. Queste due storie ci consegnano la misura politica, culturale, umana, etica e spirituale delle parole in questo particolare età di “epocalisse” (è il titolo di una canzone di Caparezza ma anche di un libro di Marco Pacini, “Epocalissi. Appunti di un cronista pessimista”). L’essere umano si definisce tale per il suo logos. Lo aveva identificato Aristotele (Politica, libro A) come zòon lògon èchon, animale o essere avente il logos (cioè la capacità di parlare e pensare) e anche Seneca lo reinterpreta come “essere razionale” (rationale animal est homus, Lettere a Lucilio). Quindi le parole istituiscono l’uomo in quanto tale e come essere sociale e politico, come quelle espresse il 17 ottobre (mercoledì scorso), nella conferenza stampa del ministro per la Difesa Elisabetta Trenta dopo l’incontro con Ilaria Cucchi. A sigillare il senso politico e umano del logos le parole del sindaco di Riace Domenico Lucano alla trasmissione su Rai Uno, “Che tempo che fa”, dopo il suo esilio, sancito dal tribunale del Riesame di Reggio Calabria (16 ottobre). Le due vicende sono il controcanto di un “verbo” la cui corda tesa fa vibrare un diverso sentire alla ricerca della giustizia e della verità. Nei loro strati si tocca con mano la consistenza “geo-antropologica”, oltre che politica, emotiva, etimologica ed espressiva, delle parole. In questa parabola o parabolica cronaca, ci soccorre Carlo Levi, con il suo “Le parole sono pietre”, scritto nel 1955. È il racconto dell’arretratezza dei contadini siciliani, “lo spettacolo della più estrema miseria contadina”, di una terra dove diventa difficile far applicare le leggi che lo Stato italiano ha approvato per la redistribuzione della terra, per migliorare le condizioni del lavoro, per applicare i diritti che dovrebbero valere per tutti, ma che in quelle terre devono sottostare ai privilegi dei potenti. Sono reportage di tre viaggi compiuti da Levi in Sicilia tra il 1952 e il 1955, gli stessi anni in cui Danilo Dolci (il Gandhi italiano) comincia la lotta non violenta contro la mafia e le connivenze con le istituzioni, praticando la disubbidienza civile, con lo sciopero della fame e alla rovescia,che gli costano un processo, per aver difeso i contadini che vivevano abbandonati dallo Stato e lasciati nelle mani dei prepotenti e dei criminali. Quello di Levi con la Sicilia – e con le condizioni sociali del Mezzogiorno, la famigerata “Questione meridionale”- è un filo che lo riporta agli anni del confino, tra il 1935-6, quando il regime fascista lo spedisce in Lucania, dove partorisce un libro fondamentale e che tutti – meridionali e non – dovremmo leggere e rileggere senza mai stancarci, “Cristo si è fermato a Eboli”. In quelle pagine, con una visione poetica e profetica, Levi mette in scena un altro mondo, un altro tempo, carico di umanità, quello della civiltà contadina, che sono fuori dalla Storia perché esclusi dal sistema sociale, in cui la presenza dello Stato è sentita lontana, se non addirittura ostile: “Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia” (Italo Calvino). Sembra la fotografia di questa Italia, in particolare della Calabria e della Locride, dove lo Stato incontra molte difficoltà a far applicare le leggi e dove vengono traditi i principi fondamentali enunciati nella Costituzione. Il potere, che sia dentro le istituzioni o fuori, si riconosce e prende accordi, perché ha la stessa natura, lo stesso fine. Ne “Le parole sono pietre” Levi trasfigura i fatti inserendoli nel simbolo della coscienza umana, dove “le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre”.
Ma le pietre possono diventare pane: “A volte i sassi hanno forma di pane. Bisogna vederli, a una svolta di una strada biancheggiante, cumuli di sassi che sembrano pani. Sono i sassi dei torrenti, arrotondati e dorati. La prima idea è quella del pane. Poi della pietra. E la fantasia oscilla tra questi due estremi. Sono i mucchi dei sassi trasportati dal greto dei torrenti e ammucchiati per fabbricare la casa”. Queste sono parole di Corrado Alvaro, che ritroviamo in “Pane e pietre”, che ispirano anche l’antropologo Vito Teti, nel suo “Pietre di pane”. Ecco perché la parole sono pane e pietre: possono salvare dalla fame oppure lapidare. Lo insegna Gesù: “Chi di voi, al figlio che chiede pane, darà una pietra?” (Matteo, 7 – 9); “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

In questi giorni sono state scagliate molte parole da coloro che si ritengono senza peccato, e senza timore hanno iniziato a lapidare l’adultera, Maria di Magdala. C’è stato un continuo parto di parole che si sono trasformate in pietre. Qualcuno le ha sgranate come le pietre del rosario, altri le hanno macinate nel mulino della propria riflessione per farle diventare farina e impastarla come lievito per il pane. “Come gli interlocutori di Erasmo negli Antibarbari – osserva Ivano Dionigi ne “Il presente non basta” – che si interrogavano sulla decadenza del presente e sull’inferiorità rispetto ai padri, anche noi preferiamo individuare cause esterne, incolpando ora ‘le stelle’, ora la ‘religione’, ora ‘la vecchiezza del mondo’. – No, ammoniva Erasmo: ‘la colpa è degli uomini’. E “a fronte della doxa rumorosa, della chiacchiera imperante e di una vera e propria anoressia del pensiero, sottolinea ancora Dionigi – urge imboccare la strada del rigore, abbassare il volume e dare il nome alle cose: illusi e urticati da troppe risposte e da troppo poche domande, da troppi perché causali e troppo pochi perché interrogandi”.

In questo rumore o clamore mediatico, si stagliano silenziose le pietre che Confucio aveva scagliato nella sorgente della coscienza etica delle parole: – Domandarono a Confucio: “Dove comincereste se dovessi governare il popolo? Migliorerei l’uso del linguaggio”, rispose il maestro. Gli ascoltatori rimasero sorpresi. “Ma non c’entra con la nostra domanda” dissero. “Che significa migliorare l’uso del linguaggio?” E Confucio rispose: “Se il linguaggio non è preciso, ciò che si dice non è ciò che si pensa; e se ciò che si dice non è ciò che si pensa, le opere rimangono irrealizzate; ma se non si realizzano le opere, non progredirà la morale né l’arte; e se arte e morale non progrediscono, la giustizia non sarà giusta; se la giustizia non sarà giusta, la nazione non conoscerà il fondamento su cui si fonda e il fine a cui tende. Non si tolleri perciò nessun arbitrio nelle parole. Ecco il problema primo e fondamentale”.

Dal V sec a.C. alla nostra strettissima attualità, con un altro “confinato” dopo Carlo Levi e tanti, tanti altri, il sindaco di Riace Domenico Lucano, a cui è stato imposto, da parte del tribunale del riesame di Reggio Calabria, di stare lontano dalla sua “Utopia” (titolo del libro di Tommaso Moro, 1516), Riace, che l’aveva sognata come “un’utopia della normalità”: “Io non ne capisco di diritto, ma tutto questo mi sembra assurdo. Forse ho sbagliato a dire che avremmo comunque mantenuto in vita il sistema Riace senza finanziamenti pubblici, che avremmo fatto accoglienza spontanea. Cosa ho fatto di male per non stare nel mio Paese dopo che ci ho messo l’anima? Non ho ancora parlato bene con i legali, ma si farà ricorso. Io non mi pento di quello che ho fatto anche se adesso sono praticamente in esilio”

Lucano vive ancora nell’utopia, ma ora sente di non esser più nella normalità. Il perché lo spiega il procuratore di Locri Luigi D’Alessio, che ha disposto l’arresto per questo novello ‘Masaniello’, pur consapevole che ha lanciato una bomba in una specie di favola: “Il progetto in sé è nobile, bellissimo, originale, ma purtroppo realizzato trasgredendo molte leggi, e noi come procura non possiamo fare in modo che il fine giustifichi i mezzi. I mezzi quando sono illeciti, vanno perseguiti, altrimenti saremmo all’arbitrio, alla discrezionalità. Sono consapevole di tutto ciò che adesso si scatenerà da un punto di vista politico, in riferimento al fenomeno accoglienza. Non si può essere affrettati nel difendere a spada tratta o nel metterlo alla gogna, soprattutto nel mettere alla gogna poi un progetto. Noi in questo momento non processiamo un progetto, mettiamo sotto indagine una persona che ha realizzato quel progetto, a nostro modo di vedere, in maniera illecita, per avere utilizzato l’accoglienza, per una raccolta fondi non destinati all’accoglienza, per acquisire consenso personale, per organizzare una serie di clientele, sottraendo notevoli somme, truffando lo Stato”. Sono parole che D’alessio pronuncia nell’intervista lasciata al Fatto Quotidiano (3 ottobre, a Lucio Musolino), in cui ribadisce che non viene assolutamente processato il progetto Riace: “Mi pesa moltissimo andare a lanciare una bomba in una specie di favola, ma la favola la posso raccontare anch’io che era una bella favola; sono pienamente d’accordo; ma purtroppo poi c’è la realtà parallela, che non era una bella favola. A me dispiace profondamente. Poi coltivo il dubbio che possa essermi sbagliato”.

Il dubbio lo coltiviamo tutti, specialmente dopo che Corrado Alvaro, nel suo “Ultimo diario” aveva spiegato che “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”. Quanti dubbi infatti si coltivano quando importanti autorità istituzionali, pronunciano parole che possono diventare anche pietre, come la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, dopo aver incontrato Ilaria Cucchi il 17 ottobre scorso, scandita un primo momento da questa dichiarazione: “Sono felice che la signora Cucchi abbia accettato l’incontro che le avevo proposto. È stato un momento molto bello. Nella discussione sono emersi due aspetti che ritengo fondamentali e che ci uniscono: che uniscono me, il generale Nistri che era con me, e la signora Cucchi. Il primo è la sete di giustizia che è lo stesso principio su cui si fonda l’arma dei Carabinieri. Il secondo è la fiducia nello Stato. La fiducia nello Stato che Ilaria Cucchi e la sua famiglia hanno sempre mantenuto. C’è una indagine in corso e non è mio dovere scendere nei dettagli. Chi ha sbagliato pagherà ed è quello che vogliamo tutti. Oggi per me sono due le parole chiave che vorrei fossero comprese da tutti, e sono la parola ‘rispetto’ e la parola ‘unità’. Rispetto per il dolore della famiglia Cucchi, per il calvario che ha vissuto; ma rispetto anche per l’arma dei Carabinieri; rispetto per tutti i carabinieri che ogni giorno garantiscono la nostra sicurezza. La seconda parola è unità. Unità perché quando c’è scollamento tra le istituzioni e la società civile, quando si crea una sfiducia tra le istituzioni e la società civile la colpa è anche un po’ della politica. Io credo fortemente nel dialogo e credo che la politica debba avere il compito di unire e non di dividere, soprattutto in questo momento. Queste in pochissime parole – spero siano state chiare e percepite – e forse percepite anche la mia emozione perché è stato un incontro emozionante in cui io come rappresentante delle istituzioni, mi sono sentita direttamente coinvolta. Questo è stato il senso dell’incontro di oggi”. Un secondo momento in cui il ministro Trenta risponde alla domanda di un giornalista sulle scuse alla famiglia Cucchi da parte delle istituzioni.

“Credo che bisogna chiedere scusa in tanti perché c’è stata un po’ di disattenzione (il corsivo è nostro). Sono tanti quelli che avrebbero potuto vedere e non hanno visto. Per tutto questo dobbiamo chiedere scusa. Ed io ovviamente come membro del Governo, debbo chiedere scusa se c’è stata una parte delle istituzioni che non ha visto”.

Ci chiediamo anche noi: ma coloro che non hanno visto e hanno chiuso gli occhi per non vedere, se avessero avuto lo stesso trattamento che ha ricevuto Stefano Cucchi, sarebbero stati “disattenti”?. Forse è la stessa “attenzione” che il generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri – e qui coltiviamo sempre il dubbio – ha usato nei confronti di Ilaria Cucchi, che non si è certo risparmiata, nella sua battaglia per far emergere la verità sulla terribile morte del fratello Stefano: “Dal generale Nistri mi sarei aspettata, non dico delle scuse, perché avrebbe potuto essere per lui imbarazzante, ma certo non 45 minuti di sproloquio contro Casamassima, Rosati e Tedesco, gli unici tre ufficiali che hanno deciso di rompere il muro di omertà nel mio processo. L’unica cosa che Nistri si è sentito di dirmi è che gli unici testimoni che hanno avuto il coraggio di rompere l’omertà verranno puniti con procedimenti disciplinari di Stato e non ci ha detto il perché. Questo processo io, Fabio (Fabio Anselmo, l’avvocato) e la mia famiglia lo abbiamo fortissimamente voluto, ed ora il generale vuole colpire tutti coloro che hanno parlato. Danno peso ai post di Casamassima, ma non ci difendono da quelli infamanti e violenti partoriti da pagine di Facebook e troll in gran parte gestiti da appartenenti a Polizia e Carabinieri. Basta con gli insulti e le violenze verbali, possono essere molto ma molto pericolosi. In un processo dove stanno emergendo gravissime responsabilità siamo sicuri che vi sia proprio adesso insopprimibile esigenza di punire proprio coloro che hanno parlato?”

A difesa del generale interviene il ministro Elisabetta Trenta: “Il Comandante Nistri non ha portato avanti alcun sproloquio e non ha manifestato nei confronti di nessuno pregiudizi punitivi. Ero presente, se lo avesse fatto sarei intervenuta! Semplicemente, ha rimarcato l’obbligo per tutti al rispetto delle regole, il che rientra nelle sue prerogative di Comandante”. Osserviamo che il ministro pentastellato Trenta ha usato molta “attenzione nel difendere Nistri. Einstein aveva affermato che “la verità è ciò che resiste alla prova dell’esperienza”. Quante prove dobbiamo affrontare e sperare di superare con la nostra temprata esperienza in questa Italia, alla luce anche dei versi profetici di Dante nella sua Commedìa: “Ahi servi Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello” (Purgatorio, Canto Vi, vv. 76-78).

Anche Lucano, dal suo esilio come Dante, dopo aver per venti anni fatto accoglienza, adesso chiede asilo, ormai anche lui migrante nella sua terra. Mandato al confino, starà meditando di scrivere le sue memorie, come ha fatto Carlo Levi. E racconterà che “Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo” della Calabria e si è fermato a Riace “per rompere le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità”. E affermerà che in quella sua “terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre”, Cristo è disceso, non si è fermato a Eboli. E lo ha appassionatamente e accoratamente espresso, con il suo stile intriso di semplicità quasi fiabesca, nel salotto di Fabio Fazio di “Che tempo che fa”, domenica scorsa. E con diverse tessere ha costruito il mosaico della sua “utopia della normalità”.

“Io vedevo nella mia terra di nuovo quella ricerca delle utopie sociali per riscattarla e pensavo ad una terra legata a questo sogno dell’incontro, dell’accoglienza, delle antiche leggende della civiltà magno greca. Poi c’è stato uno sbarco nell’estate del 1998, 250 profughi curdi. Con loro c’è stato subito un’empatia e sono diventato quasi un’attivista del movimento di liberazione del popolo curdo da Riace. E poi è nata anche un’idea: che l’arrivo delle persone nelle cosiddette aree interne, spopolate, poteva anche essere la soluzione, di ricominciare a ricostruire una comunità. E così abbiamo sperimentato l’accoglienza spontanea. Non ci siamo potuti tirare indietro. Credo che nessun essere umano possa rimanere indifferente rispetto a qualcuno che ti chiede di essere aiutato. È stata la spontaneità, l’idea che c’è stata dietro, che poi è diventata una strategia, di utilizzare le case dei nostri migranti, l’accoglienza diffusa, di rendere protagonisti anche i rifugiati che per una casualità, erano arrivati a Riace, di renderli protagonisti assieme a noi, per un possibile riscatto futuro nella nostra terra.

Alla fine mi accorgevo che questa accoglienza dolce, di una forte considerazione delle cause per le quali queste persone erano arrivate da noi, come Sindaco mi dava anche una grande opportunità. Da una parte costruivamo una comunità globale, perché le persone arrivavano da almeno venti nazionalità, ma dall’altra mi aiutava anche a risolvere alcuni problemi tipici dei nostri territori: lo spopolamento, la rassegnazione sociale.

“Alcune volte favoreggiamento di immigrazione clandestina significava che, per esempio, che i pescatori dovevano vedere annegare i rifugiati e non poter far nulla. In quel modo è impossibile rimanere indifferenti. Che senso ha rispettare quelle leggi? Allora io credo – per questo ho fatto passare quel messaggio – che la Giustizia ha un valore più profondo. Anche le leggi nel periodo nazista erano la legalità”.

“Non voglio nemmeno immaginare gli effetti che possono derivare da quello che si è creato, perché ad esempio, perdiamo la scuola pluriclasse, perdiamo l’asilo nido multietnico, abbiamo fatto una ambulatorio medico utilizzato anche dai riacesi, abbiamo costruito dei laboratori multietnici che hanno attivato il turismo etnico e sociale. Avevamo costruito molto e poi ci sono circa 80 operatori che avevano trovato un lavoro. Questo paradigma che gli stranieri ti prendono il lavoro, portano problemi di ordine pubblico, portano malattie, portano problemi di convivenza tra religioni, a Riace viene completamente dissolto. Non è così: la realtà nella sua applicazione pratica dimostra che è possibile tutta un’altra storia. Magari questo è un messaggio che non deve essere divulgato, perché in tutto questo periodo, alla parola immigrazione si associa un dramma, un problema. Si costruiscono consensi elettorali, si costruisce una propaganda che secondo me è ingiustificata. Se è possibile a Riace – che è un’area tra le più depresse d’Italia – può essere possibile dappertutto”.

“Quando lei citava tutti questi riconoscimenti, stavo pensando che mi è sembrato un’esagerazione, perché ci siamo sforzati di essere normali. È proprio un esercizio per essere normali. Ma non è normale avere un impulso di sensibilità umana quando vicino a te c’è una persona che ti chiede di essere aiutato? È un fatto normale. Poi è stato fantastico, bellissimo, in questi paesini, in questi borghi pittoreschi, vedere aggirarsi una moltitudine di persone di tutte le nazionalità , una mescolanza straordinaria. E’ bellissimo, anche come estetica, vedere una geografia umana. È stata una storia che ha permesso anche alla gente di Riace di maturare una differente coscienza. Dico che il contributo per costruire una mondo migliore si dà così”.
“Credo che la Costituzione italiana l’abbiamo rispettata più noi a Riace. Io, come sindaco, ho giurato sulla Costituzione. Guardi l’art. 10, quello che ha citato il presidente della Repubblica Mattarella”.

“Sono giorni pieni di amarezza questi, ma non ho mai pensato di aver sbagliato, che era meglio non farlo. Non ho avuto un ripensamento. Quando si condivide un ideale, dentro si prova come una forma che ti dà entusiasmo sempre. Ci sono momenti di sconforto, però si superano. E poi devo dire che c’è stato un fiume di solidarietà. È stata una cosa straordinaria. Credo che quel fiume di solidarietà condivide con me un mondo diverso, un differente umanità.Il nostro sforzo è anche costruire una differente civiltà dei rapporti umani, in cui prevale la fraternità, in cui prevale la normalità, come dicevo prima. Non ci vuole molto per non avere pregiudizi rispetto alle persone, non avere ostilità. Incontrare un’altra persona dovrebbe essere sempre un orgoglio, una fierezza. Questa è la cultura della nostra terra che nel mio caso si è combinata con degli ideali. Strada facendo ho visto che mi avvicinavo a persone che sono espressione di valori cristiani. Questa estate è stata straordinaria la collaborazione di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano. Lui ha detto queste parole che per me sono straordinarie: “Noi siamo ciò che incontriamo”. È vero questo. Le persone ti convincono in un altro modo, ti trasportano su dei piani che ti fanno avere entusiasmo, come il vescovo Giancarlo Bregantini che è stato a Locri quando nascevano queste attese di riscatto delle nostre comunità. Se non ci fosse stato lui quando diceva “finiamola di dire ormai, dobbiamo partire dalle nostre identità”. E quando diceva “identità” si riferiva a questo patrimonio di umanità e di spontaneità che è tipico della nostra cultura. Per me avere incontrato – ad es. questo è un incontro dell’anima, perché non l’ho mai incontrato personalmente – ma a cui mi sono ispirato, un aspirante consigliere comunale di Cinisi che si chiamava Peppino Impastato. Non solo la lotta contro la mafia, ma proponeva un ideale di società”.

Attraverso le cronache verbali di queste due vicende, da una parte la sorte di Stefano Cucchi, e dall’altra quella del sindaco di Riace Domenico Lucano, una inquietante, l’altra disorientante, se ce ne fosse stato bisogno, abbiamo imparato che le parole da pietre possono diventare pane, per sfamare anche i tanti che hanno scoperto l’autorità delle tavole della legge, come le tavole di pietra scolpite sul monte Sinai da mano divina e consegnate a Mosè. Ecco perché ci possono orientare le parole di una militante pentastellata Francesca Sicoli (portavoce del consiglio comunale di Amantea, sul suo profilo facebook,16 ottobre), verso una umanità affamata di “Giustizia” e non di legge ad personam.

“In Giustizia è nato per caso, non è stato né pensato né organizzato. Come la verità, si è fatto strada da solo. Era agosto. Siamo andate a Riace, per capire cosa stava succedendo e cosa fosse Riace, e per sapere come stava quel sindaco che aveva avviato uno sciopero della fame. Quello che è successo dopo lo sappiamo tutti. E per me Domenico Lucano è colpevole. Colpevole di non aver lucrato sulla pelle di altri esseri umani, come fanno tanti, direi tutti. Colpevole di avere speso i soldi per ristrutturare case, costruire una fattoria didattica, laboratori di artigianato e un frantoio, come non fa nessuno. Colpevole di avere empatia verso altri esseri umani, chiunque essi siano e da qualunque posto arrivino, in questo caso per lo più fuggitivi da guerre o da altri inferni. Colpevole di avere messo in pratica quello che dicono la Costituzione italiana, la Dichiarazione Universale dei Diritti umani e della Carta della Terra. Colpevole di crimini verso la disumanità e l’affarismo dilaganti in Italia. Mimmo Lucano è colpevole di tutto questo. Ma Lucano è il sindaco di un piccolo comune della Calabria sconosciuto anche a noi calabresi nonostante i famosi Bronzi, e in qualità di sindaco ha degli obblighi amministrativi a cui attenersi. Ma di questo si sta occupando già la magistratura, ed io non posso e non voglio entrarci, se ha sbagliato dovrà darne conto. Ma non posso in alcun modo pensare a Lucano come ad un lestofante e delinquente che ha usato lo Sprar o il Cas per arricchirsi alla Buzzi e come tutti i numerosi Buzzi sparsi in Italia. Perché oltre ad andare a Riace, sono stata anche in tanti altri centri di accoglienza, che di accogliente non hanno neanche la facciata, e che al contrario di Riace e di Lucano, si sono arricchiti e stanno ancora continuando a farlo, sfruttando la disperazione. Ecco, in questi altri Cas ho visto con i miei occhi la miseria umana di finti buonisti che però a mettere a posto le carte sono dei veri professionisti. Sono stata a Riace, ho parlato con il Signor Sindaco come direbbe il fotografo Gianfranco Ferraro, ho conosciuto riacesi nuovi e vecchi. Eh si, perché i riacesi nuovi sono anche David e gli altri bambini arrivati dall’Africa ed ho visto i laboratori, la fattoria didattica e le case. Certo, tutti vorremmo stare a casa nostra, lì nella terra dove nasciamo; tutti anche noi calabresi ed italiani che emigrano da lungo tempo in tutto il globo… e un posto nel mondo, pare non ce l’ha mai negato nessuno! Inoltre, proprio perché ho visto Riace e altri centri di accoglienza (in realtà basta solo vedere le immagini di cosa è la tendopoli di San Ferdinando) non posso condividere le dichiarazioni dei miei portavoce Sibilia e Di Maio che hanno generalizzato lì dove c’era bisogno di entrare nel merito. Occorreva indignarsi, e ho aspettato invano, come nel caso dei 49 milioni di euro truffati dalla Lega agli italiani!”.

Una voce libera del M5S che si aggiunge alle dichiarazioni di un’altra portavoce pentastellata, Carmen Manduca (del consiglio comunale di Pizzo), che ha difeso il modello Riace, considerandolo “un riscatto Riace, per tutti noi, un degno riconoscimento che ci ha liberati da anni di grigiore, piattezza e mediocrità nell’ambito delle iniziative sociali e culturali” e rivendicando la “libertà contro l’ipocrisia di coloro che si ritengono i detentori assoluti della libertà di pensiero, ma intolleranti verso la libertà altrui come una certa ‘sinistra’ integralista e manichea, che sente di essere la depositaria della verità”, additando i pentastellati di “assuefazione alla linea dettata da Salvini o addirittura controllati e indirizzati dai vertici del Movimento affinché non venga esternato nessun punto di vista personale”.

Le parole sono pietre ma possono diventare pane. Chi di voi, al figlio che chiede pane, darà una pietra? (Mt 7). “Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore…” (Se questo è un uomo, Primo Levi).

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