Le due storie che hanno segnato la vicenda di Matteo Vinci, dalla sua terribile morte al giorno del rito funebre

Una delle molteplici pagine nere della storia della Repubblica si è consumata a Limbadi il 14 luglio del 2018, a 229 anni dallo scoppio della Rivoluzione francese. Un martire, Matteo Vinci, che ha lottato per difendere i principi democratici e i valori della nostra Costituzione, nel giorno del suo funerale, non ha avuto nemmeno il simbolo del gonfalone comunale. Di fronte alle assenze dei rappresentanti delle istituzioni, la presenza di tanti cittadini che hanno voluto testimoniare la vicinanza e l’affetto alla famiglia Vinci e a mamma Rosaria, che con coraggio ha denunciato a viso aperto i presunti assassini.

Dopo la lotta e il lutto, la riflessione, la decantazione. Un impegno a cui non ci si può sottrarre alla luce di quello che è accaduto sabato 14 luglio a Limbadi, nel corso della cerimonia funebre per le spoglie del biologo Matteo Vinci (ore 18, sede della scuola media). La sua vita è stata straziata il 9 aprile da autobomba mentre si trovava alla guida della sua autovettura, insieme al padre Francesco. Da quel terribile atto, che non ha precedenti nella storia del territorio di Limbadi, al giorno del suo funerale, sono trascorsi oltre tre mesi. In questo arco di tempo fondamentalmente sono state tracciate due storie: una carica di dignità e rivendicazione dei diritti costitutivi di una democrazia, un’altra che avremmo voluto non sentire e vedere. Da una parte la reazione e la resistenza di una famiglia di fronte alla espressione brutale del potere mafioso-criminale, dall’altra le mancate risposte delle istituzioni e di chi li rappresenta.

Ci sono ordigni che creano terrore e che straziano il corpo ma non lo spirito degli uomini; altri invece che tentano di annientare anche la memoria e distruggere alle fondamenta la fiducia nelle istituzioni democratiche, con tutti i riflessi inquietanti che ciò comporta. La storia del Novecento e quella del Paese purtroppo sono costellate di queste pagine. Basti solo accennare alla Shoah, ai campi di sterminio, alle testimonianze dei superstiti, come racconta anche Primo Levi (in particolare nel suo ultimo grido, I sommersi e i salvati, in cui emerge il sentimento di angoscia e di vergogna che l’autore ha provato al momento della liberazione che “scoccava per lo più su uno sfondo tragico di distruzione, strage e sofferenza”. Quando l’orrore si allontana lievitano i sentimenti umani ed è in quel momento “in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta; del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile, definitiva; della vita da ricominciare in mezzo alle macerie, spesso da soli” (pag. 51).

Immaginiamo che tali sentimenti siano vissuti da chi subisce un trauma simile, come è accaduto per la famiglia Vinci-Scarpulla. Per una civiltà che mette nel punto più alto la luce della coscienza e della memoria come humus di ogni cultura e valore, non dovrebbe accadere. Bisogna fare in modo che la rassegnazione non si appropri dei comportamenti, affinché l’impegno contro la violazione di alcuni principi che devono essere ritenuti sacri per un Paese civile e democratico, non venga mai meno. Non si comprende infatti come sia stato possibile che i rappresentanti istituzionali e politici del territorio e non solo – tranne, bisogna sottolinearlo, l’arma dei Carabinieri – abbiano disertato la cerimonia funebre. Sarebbe stata un’occasione importante per manifestare la loro ferma condanna contro questo efferato crimine nel feudo dei Mancuso. Come possono leggere questa assenza l’opinione pubblica, le associazioni e i cittadini che erano presenti alla cerimonia? E quando la dimenticanza o l’indifferenza coinvolge anche una buona parte della comunità di Limbadi, che non sente l’istanza umana e morale di interrogarsi, che non chiude i negozi per stare accanto al feretro di un giovane trucidato con una violenza inaudita, allora la speranza che possa innescarsi una reazione di civiltà, in un territorio già fragile, così profondamente segnato dalla presenza estesa e dominante dei Mancuso, è molto flebile. Se la morte atroce di un essere umano innocente, che ha lottato per il rispetto della propria dignità e per la libertà, come principio cardine per la vita e per l’esistenza, che aveva progettato di coronare il suo sogno d’amore con Laura, la fidanzata argentina che ha varcato l’oceano per sposarsi con Matteo, non ha toccato nessuna corda emotiva, né interiore né esteriore, ciò significa che si è di fronte ad un fatto che inquieta, perché manda un messaggio negativo sotto il profilo culturale, etico, sociale e civile. Non c’è certo bisogno di rivolgersi a nessuna Cassandra o alla sibilla cumana, per prefigurare il futuro o interpretare i segni che si portano dentro e dietro questa indifferenza. Hanno il potere simbolico di innescare una di quelle deflagrazioni che entra nel sangue dei pensieri e della coscienza democratica, come quei poteri invisibili, occulti, che mettono radicalmente in discussione i valori della Costituzione (basti ricordare l’opera di depistaggio da parte di uomini delle istituzioni come emerge dalle ultime indagini sui retroscena della morte di Paolo Borsellino – e tutte le oscurità che emergono nella cosiddetta trattativa Stato-mafia, come sono state messe in luce nell’occasione dell’anniversario della bomba che ha ucciso il magistrato e la sua scorta, 19 luglio 1992).

Matteo Ricci rito funebre Matteo Ricci rito funebre

Chi ha partecipato al rito funebre ha potuto toccare con mano le tante attestazioni e testimonianze che si possono ben sintetizzare nelle parole di Agostino Pantano (giornalista con il compito di coordinare i vari momenti della cerimonia): “C’è l’assenza del gonfalone comunale che è una cosa inspiegabile che ci fa sembrare coloro che siamo qua la parte sbagliata. Non solo non siamo la parte sbagliata, ma non è giusto neanche contarci, non è importante. Siamo giusti: siamo le persone e il numero giusto”. Ma se i rappresentanti delle istituzioni democratiche hanno pensato ad altro e non hanno avuto la sensibilità di rendere onore alle spoglie di un martire, al contrario c’erano tanti cittadini che da ogni parte d’Italia hanno voluto testimoniare, con la loro presenza, l’affetto, l’amore, il cordoglio,al calvario di questa famiglia. L’avvocato dei Vinci-Scarpulla Giuseppe  De Pace, nel suo intervento che ha concluso la cerimonia, ha fatto un excursus emblematico nel raccontare questa via crucis:

“È il momento di concentrarci sulla forza, sulla dignità, di un uomo che la mafia di Limbadi – penso che questo sia un suo feudo – ha annientato. Ho avuto modo di conoscere Matteo nelle circostanze usuali per un avvocato. Era la primavera del 2014. L’aula del tribunale di Vibo Valentia, direttissima per rissa tra convicini. In gabbia, chiusi con il lucchetto, sono ristretti una anziana signora con il volto tumefatto, ferita alla testa, gli occhi mostruosamente gonfi; un uomo sulla settantina, piccolo e magro, vestito alla meno peggio, con evidenti ferite al collo e al volto. Poi un giovane rannicchiato in un angolo, con lo sguardo smarrito, perso nel vuoto. Era tutta la famiglia Vinci. Sulle panche, adagiate comodamente, e liberi di muoversi, tre persone: una ragazza, una donna matura, un anziano signore. I Mancuso-Di Grillo, amorevolmente accuditi da uno stuolo di carabinieri, i quali, con il loro comportamento, ossequioso e stucchevole, che riservavano ai loro assistiti, più che l’immagine di militari, restituivano quella di maggiordomi lacchè. Una scena agghiacciante, vomitevole. Però, caro Matteo, dobbiamo riconoscere che in questi tre mesi, quella non era che un’eccezione, perché il lavoro dei Carabinieri instancabile, portato avanti con abnegazione e spirito di sacrificio, ha riscattato quell’episodio indegno del comportamento richiesto ai funzionari dello Stato. Poi il mio rapporto professionale con questa infelice famiglia: un calvario. Il 9 aprile del 2018 è la XIII stazione, quando Gesù muore sulla croce. Oggi, 14 luglio, la XIV stazione, quando Gesù è deposto dalla croce e messo nel sepolcro. Matteo è sempre stato presente in questi momenti di attacco e di difesa di questo tridente”.

Queste parole sono state il sigillo dei diversi interventi che hanno accompagnato la cerimonia funebre prima che il feretro di Matteo venisse portato via per essere sepolto. Ma la sua memoria non potrà essere rinchiusa dentro un urna avvolta dall’obblio: “Sol chi non lascia eredità d’affetti/ poca gioia ha dell’urna” ha scritto Ugo Foscolo nel suo carme “Dei sepolcri”; ed è certo che Matteo ha lasciato una eredità che non potrà essere sepolta dentro un’urna, ma si è riverberata nelle parole così toccanti della madre Rosaria, che è diventata un simbolo di lotta e resistenza per tutto il Paese, non solo per Limbadi o la Calabria.

È importante rammentare le sue parole pronunciate appena dopo quel fatidico 9 aprile, intervistata a caldo dall’inviato della Tgr Rai della Calabria Riccardo Giacoia: “Noi in quella terra non ci stavamo bene perché i nostri vicini non sono persone a cui si può parlare, non sono persone civili, assolutamente. Siamo stati sempre minacciati. Volevano che ce ne andassimo da là, volevano a tutti i costi i nostri terreni. Abbiamo subito angherie di ogni genere, soprusi di ogni genere, ma non abbiamo mai ceduto e non cederemo mai per onorare la memoria di mio figlio, che era innamorato di questo terreno.

Non so se è coraggio, il mio non è coraggio, ma difesa dei propri diritti. Non ho paura, assolutamente. Non l’abbiamo avuta fino ad oggi. Abbiamo fatto i nomi senza paura”. (martedì 10 aprile)

Così come dovranno essere scolpite nella memoria e nella coscienza le parole rivolte al figlio nell’estremo saluto, che hanno aperto il rito funebre di sabato 14:

“Qui in questa bara giace quello che resta di mio figlio. Un figlio amante della musica, degli animali, della natura. Amava noi, suoi genitori, amava la vita. Innamorato della sua Laura, ragazza argentina di origini calabresi che aveva lasciato la sua terra e il suo lavoro di psicologa a Buenos Aires per seguirlo e formare qui una famiglia.

Matteo è morto straziato da una bomba. Dilaniato da una carica di tritolo. Arso vivo, senza avere colpa alcuna. Questo nostro figlio educato, rispettoso, amorevole, eccellente in ogni cosa che faceva. Abbiamo aspettato che suo padre, che ha subito con lui l’attentato, si fosse ristabilito per poterlo accompagnare in questo suo ultimo viaggio.

Da quel terribile giorno io continuo a chiedermi: perché tutto questo? Perché questa morte assurda?

Come farò a non vederlo più, a non sentire la sua voce, a non ricevere il suo bacio al mattino e alla sera, a non sentire il suo saxofono con cui mi suonava il “Silenzio”, a non ascoltare più la fisarmonica con cui mi suonava “Uccelli di rovo” o il suo organetto il quelle allegrissime tarantelle calabresi. Come potremo, io e suo padre, sopportare questa assenza? Come potremo convivere con la sua mancanza?

Io e suo padre non avremo più impegni per tutta la vita, non dovremo preparare il suo matrimonio, non porteremo all’asilo i suoi figli, Come tanti altri genitori. Ma andremo in giro per procure e Tribunali chiedendo giustizia  per Matteo morto massacrato.

Matteo è la perla preziosa che un giorno ho trovato sul mio cammino. Una perla di grande valore. La sua vita iniziò nel 1974, in un bellissimo giorno di primavera, il 1° di giugno. Fagottino incredibilmente bello. La sua infanzia è trascorsa serena, coccolato da noi genitori. Ogni sera tutti e tre, stretti in un unico abbraccio nel lettone, stipulavamo quella promessa d’amore cominciata qualche anno prima.

“Mamma”, mi diceva “Voglio dormire con te” ma in realtà si buttava sul suo papà, e tra lotte e colpi di cuscini, si addormentavano per il meritato riposo dopo una lunga giornata di fatica in carrozzeria. Ed io lì, felice di vedere i miei uomini riposare.

Suo papà innamorato del figlio, gioiva, giorno dopo giorno, nel vederlo crescere, nelle virtù proprie di quell’età, per la sua innocenza, la sua purezza, la sua bontà.

Come mamma, parlare di Matteo significherebbe raccontarlo da bambino perché per una mamma i figli non crescono mai e continuiamo a prendercene cura anche se sono adulti.

Ma Matteo era un giovane uomo, con tanti sogni e tanti progetti.

Vincendo la sua naturale riservatezza si era impegnato nella politica comunale del nostro paese. L’ho ascoltato parlare del suo programma durante i comizi. Avrebbe voluto migliorare, se ne avesse avuto la possibilità, la vita di tutti noi, ma soprattutto dei giovani, che sempre di più sono costretti ad andare via. Ma ha avuto pochi voti e non ce l’ha fatta. Ha avuto i voti della sua famiglia e degli onesti che non hanno paura. Stava formando un’associazione che avesse come scopo quello di combattere la mafia e affermare la legalità. Si era entusiasmato così tanto in questo suo interesse per l’antimafia che sembrava volesse realizzare grandi cose. Aveva scelto come logo per questa associazione il volto di Medusa. Nel mito il giovane e innocente Perseo parte alla ricerca di Medusa e la uccide con l’aiuto degli dei.

A Limbadi invece il giovane Matteo parte e viene ucciso perché gli dei non abitano più qui da tempo.Io e suo padre egoisticamente eravamo contenti che cercasse qui vicino a noi un futuro e invece, ora, penso che sarebbe stato più giusto spingerlo ad andare via, fuggire lontano da qui!

È stato macellato dai lupi come un agnello innocente, fatto a pezzi, bruciato vivo.

Questo paese abbandonato da tutti, non vale la vita di Matteo, non lo meritava.

Lontano da qui molti giovani hanno trovato la loro strada, un futuro di valore in molti settori della società. Lui invece è rimasto per impegnarsi qui, nel suo paese e ha perso i suoi sogni, il suo impegno e la sua giovane vita.

A me e a suo padre non resta più niente se non l’impegno di fargli ottenere giustizia. Io so che anche la nostra vita è in pericolo.

Quella bomba che ha ucciso Matteo è stata innescata per ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, chi in questo paese ha potere.

A chi detiene questo potere voglio dire che è da tanto tempo che facciamo i nomi ed i cognomi, non abbiamo paura, oggi più che mai. Non ne avremo soprattutto per onorare la memoria di Matteo, e finché avremo respiro saremo la sua voce.

Il suo sangue sparso grida dalla terra, chiede verità e giustizia. Noi combatteremo per questo. È un impegno che prendiamo qui in questo giorno di addio a lui.

Quanto ancora si dovrà sopportare la loro arroganza, la loro violenza, la loro protervia. Noi combatteremo senza spargimento di sangue, con le armi della legalità, senza attaccare nessuno alle spalle, come avete sempre fatto loro.

In questo paese c’è tanta gente per bene e sana, noi in loro speriamo.

Ciao Matteo, figlio carissimo.

Matteo Ricci rito funebre Matteo Ricci rito funebre Matteo Ricci rito funebre

Con questa speranza il pathos di mamma Sara ha riverberato il sentimento carico di dolore e di amore, la determinazione contro la barbarie, l’oscurità, la disumanità, l’ingiustizia. L’accorato sentimento che solo una madre sa esprimere con questa intensità, la vibrante corda delle dignità che si traduce nella ricerca di una giustizia che eleva risonanze antiche, come nelle figure tragiche della classicità (pensiamo ad Antigone). Sono parole partorite da una donna minuta, in un momento in cui il lutto per la perdita dell’unico figlio conosce il suo compimento, ma retta da un sentimento che attraversa la storia e ci consegna l’istanza più tragica che un essere umano possa vivere: l’indefinibile dolore per la morte atroce di un figlio; ma anche testimoniare i sentimenti e i valori più alti: l’amore, il coraggio, la lotta, la resistenza, la tensione verso la redenzione del mondo dal male, dall’oscurità, dalla malvagità.

Da una parte la tenebra, il male assoluto; dall’altro la luce, l’esperienza del dolore e dell’amore.“E’ bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie”aveva intuito la filosofa Simone Weil. È quello che ha vissuto Matteo e la sua famiglia. Il male cerca di annientare la realtà di chi non si piega al loro spietato potere. Ora con la lotta e la resistenza della madre e del padre Francesco, questa realtà si riconosce con una luce nuova, e l’esperienza di immane sofferenza, si trasforma, così come la storia di Matteo. Tocca a tutti, a chi crede nei valori umani, etici, nei principi che fondano la stessa convivenza umana, testimoniare e praticare con l’esempio e con i comportamenti, con responsabilità etica e civile, per far sì che il corpo straziato di Matteo non strazi anche i nostri corpi e il corpo della società con l’indifferenza, con il disimpegno, con l’insensibilità, con il chiudere gli occhi e voltarsi dall’altra parte: “Meditate che questo è stato: / vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi, alzandovi,/ Ripetetele ai vostri figli./ o vi si sfascia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi.” (“Se questo è un uomo”, Primo Levi).

Alla testimonianza drammatica e carica di pathos di Rosaria Scarpulla, l’eco delle parole dei cittadini come il coro di un canto funebre di fronte all’olocausto di Matteo. Per prima la voce di Merilia Ciconte che ha letto la lettera di mamma Sara, di Laura Sorbara (fidanzata di Matteo), e ha composto un ricordo personale di Matteo; a seguire Carmelo Lebrino (ex docente) che ha donato un ritratto di Matteo alla famiglia e ha recitato un antico cantico Navajio; Eleonora Contartese (insegnante all’Istituto “Piria” di Rosarno) che ha recitato una poesia dedicata a Matteo; Cinzia Russo ha ricordato Matteo a nome degli ex compagni di scuola superiore; Rosalba Sesto (candidata a sindaco nella lista di cui faceva parte Matteo) a nome del suo gruppo; Giuseppe Borrello (referente Libera Vibo) ha letto una nota a nome di Libera Calabria redatta da don Ennio Stamile (Coordinatore regionale Libera); poi gli interventi del prof. Saverio Di Bella (storico ed ex senatore e componente commissione antimafia), di Francesco Saccomanno (Prc Calabria), di Anna Maria Garufi (Libera Messina) presidente e fondatrice della comunità terapeutica Lelat, vittima di mafia per anni, Pietro Comito (giornalista);  ed infine Pino Morello (ex sindaco del Comune di Limbadi).

Nei diversi interventi è stato sottolineato il coraggio, la resistenza e la determinazione di Rosaria Scarpulla, ma anche la responsabilità di uomini dello Stato che non hanno compiuto il proprio dovere, tradendo il mandato costituzionale; inoltre la rivendicazione della giustizia e della fedeltà ai principi costituzionali e non alla mafia (Di Bella), l’urgenza della tutela della famiglia di Matteo Vinci e la denuncia contro le complicità dello Stato e il recupero del senso di umanità e di solidarietà, per ristabilire le relazioni umane che devono essere alla base delle comunità contro gli interessi egoisticiche fondano il modello economico vigente, che favoriscono gli interessi criminali della stessa mafia (Saccomanno); ma anche la capacità di indignazione che ancora esiste di fronte alla più alta espressione di violenza che si sia manifestata nel feudo dei Mancuso, mentre in passato il loro potere criminale si era espresso attraverso il silenzio della lupara bianca (Comito). Infine l’ex sindaco Pino Morello ha ricordato che nell’ultimo consiglio comunale aperto era stato deliberato il lutto cittadino nell’occasione del funerale di Matteo.

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