Marò prigionieri in India. La delusione di un ex Comandante

Il tempo ha segnato inesorabilmente il suo passaggio per cui non sono più un Comandante operativo. Moralmente non ho però mai cessato di esserlo e per questo sento il bisogno di dedicare il mio tempo, le mie energie, il mio senso etico e morale ai due nostri concittadini in uniforme che stanno vivendo momenti difficili. I nostri due Fucilieri di Marina da nove mesi tenuti in ostaggio in India.

Me lo impone il mio senso morale e la mia etica di ex Comandante maturata nel corso di tutta la mia attività professionale. L’Accademia Militare e gli altri Istituti militari di formazione mi hanno educato ed istruito alla difficile attività del Comando. I successivi anni hanno concorso a completare la mia formazione radicando in me la convinzione che ci si può definire buoni Comandanti solo se i propri collaboratori sono messi in condizione di operare con tranquillità e serenità; consci che in qualsiasi momento potranno fare riferimento sulla tutela del loro Leader e sicuri di poter dire in qualsiasi momento e senza essere smentiti : “me lo ha detto il mio Comandante”
Il vero Comandante deve essere, quindi, un custode attento della sua identità e del suo ruolo; un cultore del rispetto dell’uomo e della vicinanza all’uomo in particolare nei momenti di difficoltà. Solo attraverso questa limpidezza comportamentale il “Capo” potrà guadagnare veramente il cuore dei suoi uomini esercitando su loro il proprio “carisma”, che può essere solo riconosciuto e non imposto per titolarità di carica.
E’ un Comandante non solo chi gestisce truppe, ma anche e soprattutto chi è al vertice di qualsiasi Organizzazione complessa, sia essa civile o militare, di un’Istituzione e di uno Stato. Costui ha l’obbligo morale di spendersi per i propri uomini.

Oggi sono deluso perché intravedo una certa freddezza in coloro che invece dovrebbero dimostrare piglio ed incisività nell’affrontare e risolvere il problema dei due Fucilieri di Marina prigionieri in India da quasi nove mesi. Militari italiani costretti a subire un vero e proprio atto di coercizione da uno Stato straniero che si dimostra disattento verso il Diritto internazionale e le Convenzioni ONU.

L’insoddisfazione di un uomo che ha creduto nelle sue funzioni di Comandante ed ha, invece, la sensazione che altri che dovrebbero essere deputati ad esserlo, prendono le distanze dal ruolo ricoperto.

Non in ultimo, il Comandante in Capo delle Forze Armate, il Presidente della Repubblica a cui l’art. 87 della Costituzione conferisce il Comando e la presidenza del Consiglio Supremo di Difesa, nonchè la facoltà di dichiarare lo stato di guerra, se approvato dalle Camere.

Un riconoscimento costituzionale di funzioni che non possono avere un carattere puramente formale e simbolico (libro bianco 2002), considerato il ruolo di garanzia e di indirizzo politico affidato al Capo dello Stato in materia di sicurezza e difesa e tenuto conto di quanto recentemente affermato da Lui stesso circa a propri compiti che non possono né devono essere limitati alla sola attività di tagliare i nastri tricolore in occasione di cerimonie di inaugurazione.

Fatta salva ogni possibile mia disattenzione, mi permetto di affermare, che, invece, ad oggi ho sentito solo frasi di circostanza, espressioni di vicinanza ai due Marò ed alle loro famiglie, parole di auspicio e speranza per la soluzione del problema. Solo espressioni di fratellanza non accompagnate, però, da riscontri oggettivi almeno per dare un segnale di certezza a costoro ed a tutti gli altri colleghi che operano in uniforme, in Italia ed all’estero, per garantire sicurezza e convivenza pacifica.

Solo una serie di dichiarazione di intenti ma nessuna iniziativa politica formale ed esplicita ai massimi livelli Istituzionali per coinvolgere in maniera significativa i principali organismi internazionali, a partire dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dalla stessa Unione Europea. Azioni invece ricorrenti in altre occasioni per affrontare tematiche diverse ma, forse, caratterizzate da un maggiore ritorno di immagine personale rispetto al problema dei due militari italiani prigionieri in India.

A Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si preferisce guardare con “affetto e fratellanza”, ma non con la determinazione di chi sia convinto del proprio ruolo e della necessità di esporsi per tutelare due cittadini in uniforme coinvolti in eventi connessi all’assolvimento del compito ricevuto dal proprio Parlamento e che, in questo momento, hanno bisogno del supporto dello Stato ai massimi livelli.

Una situazione che non può che rendere tristi tutti coloro che per il loro Paese e per i propri uomini hanno spessissimo sacrificato loro stessi e le loro famiglie, avulsi da qualsiasi condizionamento che potesse essere indotto da interessi di carica o di prestigio.

Io sono triste e sono convinto che come me lo siano tanti altri Comandanti o ex Comandanti!