Dopo la Libia il caso Siria, due pesi e due misure

Fin dall’inizio le vicende della Primavera Araba lasciavano prevedere che i risultati sarebbero stati diversi da quelli che la folla impegnata a manifestare si prefiggeva. Uno tsunami destinato a superare il Mediterraneo per arrivare in Medio Oriente. Un’onda anomala che avrebbe coinvolto anche regioni islamiche dell’Africa subsahariana, con il rischio che potesse arrivare fino all’Indonesia.

Previsioni oggi per lo più confermate dai fatti. Prima l’Egitto e subito dopo la Libia sono state contagiate. La popolazione ha invaso le piazze mentre l’Occidente sembrava guardare con distacco ed, invece, alimentava ed incoraggiava la ribellione contro i vecchi alleati Bel Ali, Mubarak.

Grande l’interesse anche dei media arabi, con in testa “Al Jazeera” che ha ricoperto un ruolo importantissimo durante tutta la Primavera Araba, raccontata con tecniche di comunicazione di pregio, finalizzate ad influenzare e condizionare con successo tutta la comunità internazionale, islamica e non.

Sicuramente la piazza ha ottenuto un risultato, quello di garantire alla popolazione di esercitare il diritto di voto dopo quaranta anni di oscurantismo dittatoriale. Nello stesso tempo, però, il processo rivoluzionario ha favorito l’affermazione di nuove realtà che in taluni casi potrebbero allontanare la garanzia dei diritti democratici a cui per decenni quelli popolazioni hanno auspicato.

In Tunisia si è affermato il partito An-Nahda (la rinascita) di ispirazione islamica che con ogni probabilità non favorirà l’affermazione di uno Stato laico e democratico. Già le donne stanno manifestando per rivendicare il rispetto dei loro diritti.

In Egitto, hanno stravinto i Fratelli Mussulmani che non possono essere definiti moderati. Nel Paese immediato un nuovo pericolo terroristico lungo i confini con Israele e nei Siti archeologici meta ogni anno di milioni di visitatori occidentali, dove Mubarak aveva eliminato la presenza di gruppi terroristici , attivi alla fine degli anni ’90 e vicini ai Fratelli Mussulmani

In Libia Gheddafi è stato deposto e trucidato con un atto di giustizia sommaria. Mustafa Abdel Jalil, Presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), ha preannunciato che tutte le future leggi libiche saranno emanate nel più assoluto rispetto della sharia ed ha nominato Comandante militare di Tripoli tale Abdelhakim Belhadj ex jihadista, veterano dell’Afganistan e vecchio amico di Bin Laden.
In Libano gli Hezbollah, appoggiati dall’amico Iran, sono sempre più prossimi a conquistare la maggioranza e giorno dopo giorno alzano il livello della minaccia contro Israele.

Nel Maghreb africano è aumentata la presenza di Al Qaeda. Segnali inquietanti arrivano dal Niger, dal TCiad e dal Camerun, dove sono già operativi campi di addestramento che ospitano i nuovi emuli di Al Qaeda, propugnatori del fanatismo religioso.

In Mali, il movimento islamico Ansar Dine legato ad Al Qaeda ha iniziato ad imporre la legge coranica (Sharia). Una giunta militare vicina all’organizzazione ha deposto il Presidente Amadaou, annunciando la nascita di un nuovo Stati islamico (Repubblica dell’Azawad).
In Nigeria gli attentati contro i cristiani aumentano, mentre in Somalia le forze salafite incoraggiano i pirati che operano nel Golfo di Aden e minacciano i rifornimenti energetici diretti ad Occidente.

In Siria, colpita 17 mesi orsono dall’onda anomala della Primavera Araba, Assad massacra i propri cittadini, mentre, come già avvenuto in Libia, le forze che si oppongono al regime ricevono dall’Occidente aiuti economici e di expertise militare.

Assad dimostra una rara crudeltà perpetrando un vero e proprio genocidio sotto gli occhi di un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite incapace di imporsi vincolato dai veti permanenti di Cina e Russia né in grado di coinvolgere la NATO come avvenuto in passato nei Balcani, in Afghanistan ed in Libia.

A Damasco, forse per la prima volta nella storia dell’ONU gli osservatori UN hanno fallito. Lo stesso Kofi Annan, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite e Premio Nobel della Pace si è dovuto arrendere rimettendo il mandato di emissario ONU e della Lega Araba.

Il Presidente siriano va avanti per la sua strada fiducioso dell’appoggio di Cina, Russia ed Iran che, probabilmente, stanno riscuotendo sul piano politico il prezzo imposto all’Occidente per aver reso possibile a suo tempo l’intervento armato contro Gheddafi.

Un Occidente ed un’Europa che ancora una volta potrebbero lasciarsi sfuggire la situazione di mano favorendo la creazione di nuove condizioni di instabilità in tutta l’area del Mediterraneo. In Siria, infatti, la gestione del post bellico potrebbe essere molto più difficile rispetto all’Iraq ed alla Libia. Il Paese potrebbe uscirne spaccato da tensioni settarie, diviso fra sciiti (alawiti) e sunniti, appoggiati rispettivamente da Iran e Arabia Saudita ed invaso da cellule terroristiche vicine ad Al Qaeda già presenti nerl Paese..

Ad Aleppo ed a Damasco fra i ribelli si stia imponendo una posizione anti alawita ed anti sciita. Sono in continuo aumento gli episodi di crudeltà nei confronti anche di cittadini occidentali, che confermano le ipotesi della presenza sul terreno di gruppi motivati dall’estremismo politico e religioso.

Assad minaccia l’Occidente di impiegare armi chimiche in caso di attacco. Attesta lungo i confini l’armamento non convenzionale aumentando il rischio che aggressivi chimici possano cadere nelle mani di Hezbollah libanesi, di jihadisti locali e transnazionali, di militanti estremistici del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e di Hamas, per essere utilizzati nella realizzazione di “Ordigni esplosivi sporchi” (Dirty Bombs).

Cosa stia accadendo in realtà è difficile valutarlo anche per il carente flusso informativo che sta caratterizzando le vicende siriane. E’, infatti, evidente l’assenza di media internazionali ed arabi come Al Jazeera, costantemente presenti invece durante tutta la Primavera Araba e la guerra in Libia. Anche l’Onu e la Lega Araba non forniscono valutazioni di situazione inequivocabili. La stessa Amnesty International, generalmente schierata contro ogni forma di repressione, è costretta ad ammettere che alle molte vittime dei lealisti si sommano quelle delle stragi compiute dai ribelli.

La situazione è in continua evoluzione. Non lascia presumere una rapida conclusione né tantomeno una stabilizzazione dell’area e potrebbe, piuttosto, favorire il consolidamento di possibili alleanze con le forze non moderate, emergenti dalla Primavera Araba e vincitrici delle prime elezioni libere dei Paesi africani a ridosso del Mediterraneo.

L’Occidente continua a sbagliare e non tiene conto delle “lessons learned” dell’Iraq e dell’Afghanistan che avrebbero dovuto suggerire che non è possibile valutare ogni situazione applicando “il metro occidentale”. Probabilmente ancora una volta Europa ed USA saranno destinati a pagare le conseguenze, affrontando i rischi di un’avanzata dell’islamismo salafita anche se potranno trarre vantaggi nei confronti dell’Iran che uscirà sicuramente indebolito dalla scomparsa di Assad, da sempre cerniera verso l’Occidente.

Anche Israele potrebbe ricavare un beneficio conseguente all’indebolimento del mondo sciita ma, nello stesso tempo, dovrà prevedere di non avere più come vicino di casa il seppur camaleontico Assad che aveva persino proposto di trattare sul Golan. Piuttosto, i ben più scomodi e duri sunniti, vulnerabili alle influenze dei salafiti e di Al Qaeda.

Anche la Russia e la Cina hanno tutto da perdere dalla nascita di una Siria sunnita, legata alle monarchie del Golfo, a loro volta amiche dell’Occidente.

In conclusione, valutando in sistema ciò che è avvenuto in Tunisia, Egitto e Libia e quanto presumibilmente accadrà nella Siria del post Assad, si può presumere che nell’area si potrà creare un’area di conflittualità simile a quanto avvenuto nei Balcani del post Tito. Una sorta di Jugoslavia araba estesa dai confini turchi all’Iraq ed al Libano e protesa oltre il Mediterraneo fino all’Africa subsariana. Una realtà che potrebbe anche favorire il riemergere di antiche rivendicazioni dei curdi siriani che si potrebbero saldare con quelli del PKK turco e del Kurdistan iracheno. Nuove preoccupazioni, quindi, per Ankara e Bagdad.

In questo contesto a partire dei primi eventi in Tunisia, l’Occidente, l’Unione Europea e l’Italia – confine meridionale europeo insieme a Spagna e Grecia ed immediatamente a ridosso delle aree di contingenza – osservano distaccati a quanto avviene e non intervengono incisivamente.

Un approccio assolutamente pericoloso a quasi due anni dalla Primavera Araba ed all’inizio del massacro in Siria, che potrebbe compromettere la sicurezza nazionale degli Stati sovrani del sud europeo e dell’intero bacino del Mediterraneo, da sempre nocciolo fondamentale per la sicurezza internazionale.

In questo contesto lo spettro di Al Qaeda diventa una minaccia reale per l’Europa vulnerabile ad una possibile penetrazione di elementi jihadisti affiliati all’eversione quaedista, sicuramente pronti ad approfittare della situazione Fonti dei servizi d’intelligence irachene, tedesche, americane e britanniche hanno dato l’allarme e lo spettro di un risveglio di Al-Qaeda in Medio Oriente ed in tutte le aree mediterranee non può essere ignorato.

E’ significativo e pericoloso, infatti, che ai gruppi eversivi presenti già in Libia, nel Magreb, nel Mali ed in Nigeria, si siano aggiunti, gli Al Nursa (Al Nusra Front for the People of the Levant), le Brigate Abdullah Azzam (Abdullah Azzam Brigades) e le Brigate dei martiri di Al Baraa ibn Malik (Al Baraa ibn Malik Martyrdom Brigades), mentre, Ayman al-Zawahiri è più volte intervenuto per sollecitare i suoi seguaci a recarsi in Siria per aiutare i ribelli.

Un pessimismo quello di chi scrive che ci si augura non diventi una realtà.