Letture estive, Leonida Repaci voce ai lavoratori della terra

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  Il 19 luglio 1985, ventisette anni son passati, moriva a Pietrasanta di Viareggio, Leonida Repaci. Era nato nella calabra  Palmi nel 1898 e a questa terra fu sempre profondamente legato, ne espresse con realismo e fantasia i dolori, le gioie, i drammi, ispirato da una visione di grande umanità e coraggio.   Leonida Repaci, il giornalista, il poeta ed il romanziere che ha combattuto da sempre dalla parte del popolo senza nome, di quelli cioè che la storia subiscono, pur se sulla loro pelle spesso si scrive. E non solo in letteratura ma anche nell’opera quotidiana sposò la causa del mondo contadino ed operaio. Perché, proveniente da una famiglia che fin dall’800 aveva abbracciato gli ideali di giustizia, di fratellanza e di solidarietà del primo socialismo italiano e meridionale, fu animatore, assieme al fratello Mariano, dei primi nuclei del movimento operaio della pianura di Palmi ed ha legato anche il suo nome alle fasi salienti della lotta per la conquista della terra e la rottura del latifondo nel Marchesato crotonese. Infatti come scrisse l’allora sindaco di Crotone, Visconte Frontera: “ si deve a Repaci uno dei reportage più acuti e penetranti sulla condizione di miseria e sulla fede di riscatto esistente a Crotone nel secondo dopoguerra, apparsa sulla rivista ‘Il Ponte’, con il titolo di ‘Baroni controluce’.” E si deve a lui una delle più belle ed epiche ricostruzioni dell’invasione del feudo di Fragalà nel racconto “Marcia dei braccianti di Melissa”. Alla città di Crotone è rimasto sempre molto legato anche come ideatore ed organizzatore del prestigioso “Premio Crotone”, uno dei più importanti premi letterari, e vincitore lo stesso Repaci nel 1956 col romanzo “Un riccone torna alla terra”. Ai personaggi della terra, il Palmese diede un nome ed una compatta dignità in quel ciclo romanzesco  dedicato alla gente della sua terra. Da questa volontà di rimanere radicato ad una cultura contadina che non pretendeva regali da nessuno, ma che da sola voleva operare il proprio riscatto, nacque il ciclo romanzesco “ Totalità contemporanea” che comprende “I fratelli Rupe”del 1932, “Potenza dei fratelli Rupe” del ’34, “Passione dei fratelli Rupe” (1937) ed infine la “Storia dei fratelli Rupe” del 1957. Un ambizioso progetto attorno ad una famiglia calabrese di cui Repaci ha descritto i caratteri profondi di un popolo piagato ma non abbattuto, capace di offrirsi con dignità alla miseria e alla sofferenza ma anche di riscattarsi con fierezza. Di sicuro, però, più che in questo ciclo narrativo Leonida Repaci ha saputo esprimere meglio se stesso nei romanzi e nei racconti di minor spessore argomentativo e dove più evidente è il legame con lo spazio geografico paesano che offre una prosa ricca di immagini di una realtà povera ed emarginata, colta con grande finezza ed intensità, nonostante siano registrate dalla memoria. La partenza che la vita gli ha imposto dalla Calabria e i suoi frequenti ritorni gli hanno dato passionalità e acume per lucide analisi di una realtà non sempre facile da leggere. In questo ambito sono da annoverare opere come “La carne inquieta”  e “Racconti della mia Calabria”dominate da attenta riflessione e sensibilità capaci di indagare nel grembo dell’esistenza umana che vive di sacrifici e di speranze, di lotte quotidiane e di superstizioni intramontabili. E comunque l’opera letteraria del Repaci va letta dall’angolazione civile e sociale perché tesa sempre a descrivere la Calabria come terra dai forti contrasti, come tra i monti e le marine, descrivere e cantare l’epica del proletariato, la contestazione e gli ideali di una libertà e di una democrazia spesso negati. E qui il “ciclo dei Rupe”, pur restando opera fortemente dal timbro calabrese, può essere letta come pagina storico – esistenziale che dà spazio e sfogo alle rivendicazioni collettive e alla speranza della povera gente. Perché “storicizzare la miseria, annientare la Calabria delle eterne famiglie: questa è […] l’originalità dello scrittore calabrese, il quale si misura e supera il quadro ampio di una letteratura meridionale e regionale al cui interno l’uomo del Sud ha una sola molla, che lo fa scattare e strisciare: l’ossessione della fame.” (Pasquino Crupi) Insomma un Leonida Repaci scrittore di impegno civile ed anche giornalista e poeta con la prima raccolta del 1920 “ I poemi della solitudine”. Ma forse tra le fatiche letterarie più convincenti è da annoverare “L’ultimo cireneo” in cui manifesta in pieno un amore viscerale per la sua terra che gli offriva anche materia drammaturgia che riverserà poi anche nelle opere teatrali come “La madre incatenata”, “Il peccatore” e “La vampa”. E l’impegno e la testimonianza dello scrittore palmese non si ferma alla letteratura e al giornalismo, dato che il suo nome resterà per sempre legato al “Premio Viareggio” dallo stesso fondato nel 1929 e divenuto nel tempo forse il più prestigioso appuntamento nel panorama letterario italiano. Peccato, però, che alcuni critici letterari di forte caratura come Giorgio Barberi Squarotti e Giuliano Manacorda non hanno saputo o voluto valutare e apprezzare il nostro portavoce calabrese e forse perché, come sostiene Pasquino Crupi, “gli altolocati critici, che tirano quattro paghe per il lesso hanno stentato e stentano di capire.” Peccato, ancora, che dei ventisette anni passati dalla morte di Repaci, “nessuno. O quasi, se n’è ricordato, né in Calabria né altrove – scrive Santino Salerno – perpetuando così quella damnatio che ingiustamente perseguitò lo scrittore calabrese anche in vita. Eppure pochi tra gli intellettuali vissuti nel ‘secolo breve’, e pur denso di sconvolgimenti epocali di portata nazionale e mondiale, possono vantare, sul piano dell’impegno artistico, civile e politico, la stessa presenza, la stessa partecipazione, lo stesso coraggio, la stessa coerenza di Repaci; uno scrittore che, in tempi in cui imperversava la prosa d’arte, la pagina bella, il virtuosismo dell’elzeviro, la scrittura estetizzante, si misurava con la narrativa impegnata nella rappresentazione dei grandi fatti della storia contemporanea.” Al postutto siamo convinti con il critico Lucio Barbera, che con Leonida Repaci “la Calabria [ha perso] indubbiamente un messaggero che, se non può accostarsi per grandezza letteraria al quasi coetaneo Corrado Alvaro, di certo accanto gli sta per fedeltà alla terra e impegno civile culturale.”